sabato 30 maggio 2026

PROFESSOR VOLPI, IL DEBITO IN DOLLARI LO EMETTONO GLI AMERICANI. FORSE LO SA GIA', MA SEMBRA DI NO.

Ovvero: risposta punto per punto a chi ha studiato storia contemporanea e si e' convinto di aver capito la moneta moderna

Dunque. Alessandro Volpi, professore di Storia Contemporanea all'Universita' di Pisa, collaboratore di Altreconomia e Valori, viene intervistato sulla crisi del debito americano. L'analisi e' lunga, dettagliata, ricca di numeri, condita di scenari apocalittici. Qualcosa e' giusto. Molto e' sbagliato. E l'errore di fondo e' sempre lo stesso, ripetuto con la costanza encomiabile di chi non ha mai letto una pagina di Warren Mosler.

Il debito americano e' denominato in dollari. I dollari li emette la Federal Reserve. La Federal Reserve e' la banca centrale degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti non possono andare in default sul debito in dollari a meno che non lo decidano politicamente. Non perche' siano bravi. Non perche' siano potenti. Per definizione contabile.

Questo e' il punto di partenza. Tutto il resto dell'analisi di Volpi crolla come un castello di carte se si parte da qui.

PUNTO PRIMO: IL DEBITO A 39 TRILIONI E' UN PROBLEMA? DIPENDE DA CHI LO EMETTE.

Volpi ci dice che il debito federale americano ha superato i 39 trilioni di dollari, pari al 123% del PIL, con una crescita di 5 miliardi al giorno. Numeri corretti. Interpretazione sbagliata.

Il Giappone ha un debito al 260% del PIL. Da trent'anni. Denominato in yen. La Banca del Giappone e' la banca centrale giapponese. Il Giappone non e' mai andato in default. I tassi sui titoli di Stato giapponesi sono rimasti vicini allo zero per decenni. Dove e' la crisi che Volpi prevede per l'America?

La risposta e' nella domanda che Volpi non si fa mai: in che valuta e' denominato il debito?

Tutti i default storici della storia moderna sono stati su debiti in valuta estera. L'Argentina e' andata in default in dollari, valuta che non emette. La Grecia e' andata in crisi in euro, valuta che non controlla. La Russia del 1998 e' andata in default su debiti in dollari. Tutti, senza eccezione, hanno fatto default su debiti in valuta estera. Nessuno Stato sovrano che emette la propria valuta ha mai fatto default involontario sul debito in quella valuta. Mai. Nella storia. Punto.

Gli Stati Uniti emettono dollari. La Federal Reserve crea dollari premendo tasti su una tastiera, come ha spiegato il governatore della Banca d'Inghilterra nel paper istituzionale del 2014 intitolato "Money Creation in the Modern Economy". Non e' fantasia. Non e' MMT eretica. E' la descrizione operativa del funzionamento delle banche centrali moderne.

PUNTO SECONDO: I TASSI AL 4,5% SUI TREASURY SONO UN PROBLEMA? SI', MA NON QUELLO CHE PENSA VOLPI.

Il tasso sui Treasury non e' determinato dai mercati nel senso in cui Volpi intende. E' determinato dalla Federal Reserve, che fissa il tasso overnight e influenza tutta la curva dei rendimenti. La Fed puo' comprare Treasury in quantita' illimitata, come ha dimostrato dal 2008 in poi con il Quantitative Easing, abbassando i tassi a zero.

Il vero problema dei tassi alti non e' che gli Stati Uniti non possono permetterseli, perche' possono: creano i dollari per pagarli. Il vero problema e' distributivo: i tassi alti trasferiscono reddito dai contribuenti ai detentori di titoli di Stato, che sono prevalentemente i piu' ricchi. E' un problema di distribuzione del reddito e di scelte politiche, non di sostenibilita' finanziaria.

Warren Mosler lo spiega da trent'anni: il deficit americano e' il risparmio finanziario netto del settore privato mondiale. Ogni dollaro di debito americano e' un dollaro di attivita' finanziaria netta nel portafoglio di qualcuno. Eliminare il debito americano significherebbe eliminare quella ricchezza finanziaria.

PUNTO TERZO: LE ASTE CON DOMANDA 1,5 VOLTE L'OFFERTA SEGNALANO UNA CRISI?

Volpi ci dice che alle aste dei Treasury la domanda e' "spesso solo 1,5 volte l'offerta" e che questo e' preoccupante. Curiosa definizione di problema. Una domanda 1,5 volte l'offerta significa che per ogni dollaro di Treasury offerto ci sono 1,5 dollari che vogliono comprarlo. Il mercato e' in sovrabbondanza di domanda. Ma anche questo e' irrilevante. Se la domanda privata non fosse sufficiente, la Federal Reserve comprerebbe i Treasury direttamente. Lo ha fatto per migliaia di miliardi dal 2008 al 2022. Non c'e' limite tecnico alla capacita' della Fed di comprare Treasury.

PUNTO QUARTO: LE ASSICURAZIONI CONTRO IL DEFAULT AMERICANO COSTANO PIU' DI QUELLE ITALIANE?

Questo e' il punto piu' divertente dell'intera analisi. Si', i CDS sul debito americano costano a volte piu' di quelli sul debito italiano. E questo ci dice una cosa molto importante: i mercati dei CDS sono mercati speculativi dove si scommette su eventi, non strumenti di misura affidabili del rischio reale.

Perche' mai uno Stato che emette la propria valuta dovrebbe andare in default? Per definizione non puo'. L'unico motivo per cui il Congresso americano potrebbe non pagare i propri debiti e' politico: il debt ceiling. E' esattamente come se un uomo con il portafoglio pieno di soldi si rifiutasse di pagare il conto al ristorante per ragioni ideologiche. Il rischio non e' finanziario. E' politico.

Il debito italiano invece e' in euro, valuta che l'Italia non controlla. Se la BCE decidesse di smettere di comprare BTP, l'Italia avrebbe seri problemi. Come la Grecia nel 2010. Questo e' un rischio reale. Non comparabile con il debito americano in dollari.

PUNTO QUINTO: COME GESTIREBBE MOSLER LA SITUAZIONE SE FOSSE AL POSTO DI TRUMP?

Prima cosa: abbassare i tassi d'interesse a zero. I tassi alti trasferiscono reddito verso i ricchi e strozzano l'economia reale. Il debito si "finanzia" da solo perche' la Fed crea i dollari necessari.

Seconda cosa: taglio delle tasse sui redditi bassi e sulla classe media. Non il taglio alla Trump che avvantaggia i ricchi, ma un trasferimento diretto alle famiglie con redditi sotto i 50.000 dollari l'anno. Questo stimola i consumi, fa girare l'economia reale, riduce la disuguaglianza.

Terza cosa: Job Guarantee. Un programma federale di garanzia del lavoro che offre un impiego a chiunque voglia lavorare a un salario minimo dignitoso. Questo elimina la disoccupazione involontaria e crea un'ancora antinflazionistica automatica.

Quarta cosa: investimento pubblico massiccio in infrastrutture, transizione energetica, ricerca, sanita' pubblica universale. Non finanziato con "debito da collocare sui mercati" ma con creazione diretta di moneta che mobilizza le risorse produttive reali disponibili.

Quinta cosa: tassazione progressiva sui grandi patrimoni finanziari per drenare la liquidita' speculativa che alimenta le bolle senza alzare i tassi d'interesse.

PUNTO SESTO: LA CINA COME POLO DI STABILITA'. UN'ANALISI PARZIALE.

Volpi ha ragione sul fatto che la Cina stia guadagnando influenza globale e che la sua capacita' produttiva crei dipendenze profonde nell'economia mondiale. Ma sbaglia quando contrappone la "stabilita'" cinese all'"instabilita'" americana come se fosse una questione di virtu'. E' una questione di struttura produttiva.

La differenza fondamentale e' che la Cina ha ancora capacita' produttiva reale da mobilitare. Gli USA, dopo trent'anni di deindustrializzazione, hanno un'economia sempre piu' basata sulla finanza e sui servizi. Questo e' il vero problema americano, non il debito in dollari.

LA VERA DIAGNOSI E LA TERAPIA CHE VOLPI NON VEDE

Il problema reale degli Stati Uniti non e' il debito. E' la diseguaglianza. E' la deindustrializzazione. E' il fatto che la crescita economica degli ultimi trent'anni e' andata quasi interamente all'1% piu' ricco della popolazione mentre i salari reali della classe media sono rimasti fermi.

Ma Volpi, come la maggior parte dei commentatori mainstream, continua a guardare il debito come se fosse il problema invece che il sintomo. E il motivo e' semplice: capire la moneta moderna richiederebbe di rimettere in discussione tutto il framework teorico con cui questi signori hanno costruito le loro carriere accademiche. E' piu' comodo continuare a spiegare la "crisi del debito americano" a platee di lettori che hanno gia' la conclusione in testa, che fare la fatica intellettuale di capire perche' uno Stato sovrano che emette la propria moneta non puo' fare default involontario.

Olindo Cervi, che non e' professore di storia contemporanea ma ha letto Mosler, Kelton, Wray, Godley e i comunicati stampa della Banca d'Inghilterra

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