domenica 22 marzo 2026

Come Pechino Smentisce il Mercato e Applica i principi della MMT

La Cina è il più grande importatore di petrolio al mondo. Il greggio internazionale supera i 100 dollari al barile, i conflitti in Medio Oriente infiammano i mercati, eppure, in Cina, il prezzo della benzina rimane ancorato a circa 7 yuan al litro (meno di 1 euro). Meno della metà rispetto all’Italia. Come è possibile visto che la Cina non è produttore ma importatore di petrolio esattamente come l’Italia ? Per l’economia ortodossa, questo è un paradosso. Per la MMT , è la conferma di una regola ferrea: il monopolista nell’emissione della moneta, se vuole, decide il livello dei prezzi di qualsiasi bene. L’analisi del mercato energetico cinese offre un caso di studio da manuale su come uno Stato sovrano possa scollegare i prezzi interni dalle forze brutali del mercato globale, utilizzando la leva fiscale e il controllo della valuta per garantire la stabilità sociale. Ecco i meccanismi che lo dimostrano. 1. La "Scatola Nera" dei Prezzi: Il Controllo Amministrativo In Europa, il prezzo alla pompa è il termometro quasi istantaneo della geopolitica. In Cina, è una decisione politica. Il prezzo della benzina non è determinato dalla domanda e offerta, ma dalla Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC) , il massimo organo di pianificazione economica. Il meccanismo è rivelatore: - Si calcola una media dei prezzi internazionali su 10 giorni lavorativi. - Il prezzo viene aggiornato con un ritardo di due settimane. Questo ritardo non è un difetto tecnico, ma una dichiarazione di intenti: si impedisce alla speculazione finanziaria e alle crisi di breve durata di intaccare il potere d'acquisto dei cittadini. 2. Il Muro dei 130 Dollari: Quando lo Stato si "Scollega" Qui arriviamo al cuore della dimostrazione della MMT. La Cina ha fissato un limite massimo psicologico e normativo: 130 dollari al barile. Se il prezzo internazionale supera questa soglia, Pechino aziona il freno d'emergenza. Il paese si "disconnette" dal mercato globale. Le tre grandi compagnie statali (China National Petroleum Corporation (CNPC), Sinopec, China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) ricevono l'ordine di mantenere il prezzo interno artificialmente basso, operando in perdita. Nel 2008, quando il petrolio volò a 147 dollari, Sinopec perse quasi 7 miliardi di dollari in sei mesi. In qualsiasi altra logica di mercato, sarebbe stata la bancarotta. In Cina, quelle perdite furono assorbite e compensate dallo Stato. Perché? Perché l’obiettivo non è il profitto aziendale, ma la stabilità sociale. Un aumento della benzina significa inflazione sui trasporti, sui beni di prima necessità e malcontento popolare. Lo Stato emittente moneta può scegliere di assorbire lo shock al posto dei cittadini. 3. La "Zona Grigia" e le Raffinerie Indipendenti La MMT sottolinea come lo Stato crei le condizioni affinché l'economia reale si adatti ai suoi dettami. In Cina, accanto ai colossi statali, esiste un ecosistema di raffinerie indipendenti (soprattutto nello Shandong) che operano in un mercato iper-competitivo. Queste raffinerie non dipendono dai contratti statali, ma si approvvigionano sul mercato "spot". E dove trovano la materia prima per sopravvivere? Nei paesi sanzionati dagli Stati Uniti: Iran, Venezuela e Russia. Acquistando greggio a prezzi di favore (in violazione delle sanzioni occidentali), queste entità private contribuiscono a mantenere basso il costo di approvvigionamento complessivo del sistema paese, operando in una zona grigia che Pechino tollera finché utile. È un altro modo per aggirare i prezzi imposti dal mercato finanziario globale. 4. Contratti a Lungo Termine e Scorte Strategiche La Cina non gioca d'azzardo sul mercato spot. Circa due terzi del suo greggio arriva tramite contratti pluriennali (20-30 anni) stipulati direttamente con i produttori. Questo significa che la stragrande maggioranza del petrolio che entra in Cina ha un prezzo politico e concordato, non soggetto alle oscillazioni giornaliere del Brent o del WTI. E se tutto dovesse fallire? Le scorte strategiche. Pechino punta a immagazzinare 1,3 miliardi di barili entro il 2026, sufficienti a coprire 4-5 mesi di importazioni. Questo non è solo un cuscinetto energetico, è un arsenale finanziario: la possibilità di immettere greggio sul mercato interno per calmierare i prezzi, dimostrando che la merce non scarseggia. Conclusione: Il Petrolio e la Sovranità Monetaria La Cina spende miliardi in sussidi alle sue compagnie petrolifere. In un'ottica di austerity o di finanza pubblica classica, questo sarebbe un buco insostenibile. Ma secondo la logica della Modern Monetary Theory, uno Stato sovrano che emette la propria valuta non è vincolato dal "reddito" come una famiglia. L'esempio cinese dimostra che: 1. Il prezzo è una variabile politica, non una fatalità naturale. 2. Lo Stato può imporre perdite alle proprie aziende (e poi ripianarle) se questo serve all'obiettivo macroeconomico della stabilità. 3. Il controllo delle risorse primarie (energia, cibo) è il fondamento per il controllo dell'inflazione e della pace sociale. Come teorizzò il filosofo cinese Guan Zhong nel 720 a.C., lo Stato deve controllare i beni primari. Ventisette secoli dopo, Pechino applica la stessa lezione con gli strumenti della finanza moderna. Se la moneta è un monopolio di Stato, allora anche il prezzo del petrolio lo è. Il caso cinese lo dimostra: quando il mercato urla, a Pechino rispondono abbassando la voce... e il prezzo della benzina.

QUALCHE CONSIDERAZIONE SULLA PROPRIETÀ INTELLETTUALE

Mi sono permesso di fare qualche considerazione sull'articolo di Francesca Mezzadri apparso su “Odissea” martedì 16 dicembre scorso dal titolo “Il treno dei bambini” https://libertariam.blogspot.com/2025/12/il-treno-dei-bambini-di-francesca.html. Noi economisti siamo fortemente disprezzati causa le teorie neoliberiste che hanno distrutto completamente due continenti, ma le assicuro che tanti di noi sono ancora persone umane che pensano al bene comune e non al ladrocinio e alla propaganda tanto di moda al giorno d’oggi. Da economista, oltre ad apprezzare il valore storico-culturale del suo articolo, vorrei complimentarmi per aver involontariamente (o forse no) messo in luce un caso di studio esemplare di fallimento del mercato delle idee e di inefficienza nell’allocazione dei diritti di proprietà intellettuale. La sua analisi, infatti, può essere letta come un brillante report sull’asimmetria informativa e sull’esternalità negativa in un settore cruciale: quello della produzione e distribuzione della memoria collettiva. Le fornisco una mia lettura: 1.- Fallimento del Mercato e Asimmetrie di Potere Il suo articolo documenta un classico caso di “market for lemons” (articolo scritto da George Akerlof premio Nobel per l’economia), adattato al mercato editoriale. Asimmetria Informativa Il lettore (consumatore) non può facilmente distinguere, nel prodotto finale (il romanzo di successo), la “qualità” derivante dal lavoro di ricerca originale (di Rinaldi, Cappiello, Piva) da quella della rielaborazione narrativa. L’informazione sulla provenienza delle fonti è nascosta o opaca. Spiazzamento del Bene di Qualità Il prodotto “low-cost” in termini di investimento in ricerca (il romanzo che si appropria di narrazioni già elaborate) cattura la maggior parte del profitto e dell’attenzione, rischiando di spiazzare dal mercato i produttori del bene originale (la ricerca storica di prima mano), che ha costi più alti e rendimenti economici più bassi. Questo crea un incentivo perverso a investire in promozione più che in ricerca. 2.- Diritti di Proprietà Intellettuale e Beni Pubblici La memoria storica documentata è un bene pubblico nel senso economico: è non-rivale (molti possono usarla contemporaneamente) e, in questo caso, non-escludibile (non si può impedire a un autore di fiction di attingervi). Non si tratta della sovra-utilizzazione tipica dei beni comuni, ma del problema opposto: la sotto-ricompensa per i creatori originari. I ricercatori investono risorse (tempo, denaro, capitale umano) per creare un bene (la narrazione documentata) che poi diventa un input a costo quasi zero per un altro agente (l’autore di fiction) che ne cattura la maggior parte del valore di mercato. Questo disallinea incentivi e può portare a una sotto-produzione futura di ricerca storica originale. 3.- Esternalità Negative e Fallimento della Coordinazione Esternalità Negativa sulla Ricerca: L’atto di non citare le fonti genera una esternalità negativa diretta sui ricercatori: il loro lavoro viene svalutato economicamente e simbolicamente, e il loro capitale reputazionale non viene “capitalizzato”. Il mercato, da solo, non internalizza questo costo. Per i singoli ricercatori, il costo di far valere i propri diritti morali (attribuzione) e di negoziare un compenso (se dovuto) è proibitivo rispetto ai benefici attesi. Questo rende inefficiente la soluzione privata e giustifica la necessità di una norma sociale forte (l’etica della citazione) che il suo articolo contribuisce a rafforzare. 4.- Investimento in Capitale Sociale e Sovranità della Memoria Il suo lavoro tocca un punto cruciale di economia politica: chi controlla e monetizza la narrazione della memoria collettiva? Il “lavoro di ricerca povero” descritto è un investimento in capitale sociale e culturale che produce un bene fondamentale per la coesione sociale: una memoria condivisa e affidabile. Consentire che questo bene venga privatizzato e rivenduto senza un riconoscimento adeguato crea una distorsione nel mercato delle idee e una perdita di sovranità sulla nostra stessa storia. La sua analisi è un potente argomento per la trasparenza come regolamentazione necessaria per correggere questa distorsione. Conclusione da povero economista: Il suo articolo non è solo un contributo etico o storiografico. È un contributo a un principio caro agli economisti con un’anima: l’efficienza del mercato culturale. Promuovendo trasparenza, attribuzione chiara e riconoscimento del lavoro altrui, lei propone un meccanismo per: a) Ridurre l’asimmetria informativa tra produttori e consumatori di cultura. b) Allineare gli incentivi, in modo che investire in ricerca originale torni ad essere premiato, anche simbolicamente. c) Correggere l’esternalità negativa sull’ecosistema della ricerca indipendente. d) Proteggere la diversità produttiva nel mercato delle idee, evitando il monopolio narrativo di pochi grandi attori. In sostanza, ha scritto un articolo chiaro, accessibile e fondamentale per la salute del nostro mercato culturale