venerdì 15 maggio 2026

LA BCE E I TASSI D'INTERESSE: LA PIÙ GRANDE TRUFFA INTELLETTUALE DEL DOPOGUERRA

Ovvero: come spiegare ai banchieri centrali in doppiopetto che alzare il costo del denaro per combattere l'inflazione da costi è come curare una frattura a una gamba amputandola.

Dunque. La Banca Centrale Europea, con la solennità di chi sta per rivelare i segreti dell'universo, ci ha spiegato per anni che il modo per combattere l'inflazione è alzare i tassi d'interesse. Christine Lagarde, con quella faccia da maestra di sci che spiega agli sciatori come si scia, ha ripetuto il mantra: «i tassi saliranno quanto necessario». Applausi in sala. Standing ovation dai mercati. Lacrime di commozione dagli economisti mainstream. Peccato che la teoria sia sbagliata. Peccato che i dati lo dimostrino. Peccato che nessuno dei professoroni patentati abbia il coraggio di dirlo ad alta voce.

Permettetemi di farlo io, che di patenti non ne ho, ma almeno ho la decenza di guardare i fatti.

IL MECCANISMO DI TRASMISSIONE: UNA FAVOLA PER ADULTI CREDULONI

La teoria ufficiale dice così: la BCE alza i tassi → il credito diventa più caro → le imprese investono meno → la domanda cala → i prezzi scendono. Bellissimo. Elegante. Sbagliato.

Partiamo da un dettaglio che i banchieri centrali si dimenticano sempre di menzionare: l'inflazione del 2021-2023 non era un'inflazione da domanda. Non era la classica storia dei consumatori con troppi soldi in tasca che corrono a comprare tutto. Era inflazione da costi: energia alle stelle per via della guerra in Ucraina, catene di approvvigionamento spezzate dalla pandemia, speculazione sulle materie prime. Quando il prezzo del gas naturale quadruplica in sei mesi, non è perché i tedeschi hanno ricevuto troppo sussidio statale e hanno deciso di riscaldare casa a 30 gradi. È perché la Russia ha chiuso i rubinetti.

Alzare i tassi contro un'inflazione da offerta è come prendere un antidolorifico per smettere di sanguinare dopo una coltellata. Non risolve il problema. Ti fa solo svenire prima.

Ma la BCE non fa distinzioni. La BCE ha un solo strumento — il tasso d'interesse — e quindi ogni problema diventa un chiodo da battere con quel martello. Un'inflazione da domanda? Tassi su. Un'inflazione da offerta? Tassi su. Un meteorite che cade su Francoforte? Riunione d'emergenza del consiglio direttivo per alzare i tassi.

CHI PAGA IL CONTO: INDOVINELLO PER BAMBINI

Ora facciamo un giochino. Quando i tassi salgono, chi ci rimette? I grandi speculatori finanziari che si sono indebitati per comprare asset a leva? No, loro sono già usciti dal mercato prima che la musica finisse. Le grandi multinazionali con riserve di cassa in valuta forte? No, loro si rifinanziavano a lungo termine quando i tassi erano a zero, e adesso stanno benissimo. La gente normale — famiglie con mutui a tasso variabile, piccole imprese con affidamenti bancari, artigiani che avevano finalmente un fido decente? Eccoli. Loro pagano. Sempre loro.

In Italia, tra il 2022 e il 2024, le rate dei mutui a tasso variabile sono praticamente raddoppiate. Non per colpa di chi aveva comprato casa. Non per colpa di chi aveva aperto una bottega. Per colpa di una banca centrale che applica una teoria economica del Novecento a un'economia del ventunesimo secolo.

E nel frattempo, sapete chi guadagna quando i tassi salgono? Le banche. Le banche commerciali, che ottengono tassi più alti sui prestiti e pagano interessi risicati sui depositi, hanno registrato profitti record negli anni dei rialzi. Il margine di interesse è esploso. Mentre la gente piangeva sul mutuo, Intesa Sanpaolo e UniCredit brindavano. Non è una coincidenza. È la struttura del sistema.

IL PARADOSSO CHE NESSUNO VUOLE NOMINARE

C'è poi un dettaglio tecnico che i banchieri centrali preferiscono non discutere durante le conferenze stampa eleganti: alzare i tassi d'interesse può essere di per sé inflazionistico. Sì, avete letto bene. Inflazionistico.

Come? Semplice. Le imprese hanno costi. Tra questi costi c'è il costo del finanziamento. Se il costo del finanziamento sale, le imprese hanno due scelte: mangiarsi il margine oppure scaricare il costo sul prezzo del prodotto finale. Quale delle due pensate che scelgano nella stragrande maggioranza dei casi? Esatto. Lo scaricano sul prezzo. Quindi la BCE alza i tassi per combattere l'inflazione, e così facendo aumenta i costi delle imprese, che alzano i prezzi, che aumentano l'inflazione, che costringe la BCE ad alzare ancora i tassi. Un circolo vizioso da manuale che i signori di Francoforte hanno studiato nei libri e poi puntualmente ignorato nella realtà.

L'economista australiano Bill Mitchell — uno dei padri fondatori della Modern Monetary Theory, la scuola di pensiero che ha il torto imperdonabile di avere ragione — lo chiama "the interest rate-price spiral": la spirale tassi-prezzi. Non è fantascienza. È contabilità di base. È quello che succede quando si usa uno strumento sbagliato per il problema sbagliato.

LA VERA DOMANDA CHE NESSUNO FA

La domanda che i giornalisti economici — quelli con il taccuino alle conferenze stampa della Lagarde, con gli occhi spalancati e le domande preconfezionate — non fanno mai è questa: a chi serve, davvero, una politica monetaria restrittiva?

Serve ai rentier. Serve a chi ha accumulato ricchezza finanziaria e vuole che quella ricchezza produca un rendimento senza lavorare. Quando i tassi erano a zero, un milione di euro in obbligazioni governative fruttava niente. Con i tassi al 4%, quel milione frutta quarantamila euro l'anno di rendita, senza muovere un dito. Chi ha tanti soldi ama i tassi alti. Chi deve prendere soldi in prestito li odia. Non è complicato. È redistribuzione del reddito verso l'alto, spacciata per politica monetaria ortodossa.

La BCE non è politicamente neutrale. Nessuna banca centrale lo è. La scelta del tasso d'interesse è una scelta distributiva: decide chi guadagna e chi perde. Pretendere il contrario è propaganda, non economia.

COSA SI DOVREBBE FARE, DUNQUE?

Rispondo a chi mi chiede: «Va bene Olindo, ma allora cosa proponi? Lasciare i tassi a zero in eterno?»

No. Propongo di smettere di fingere che la politica monetaria sia uno strumento universale. Propongo che quando l'inflazione viene dall'offerta — dall'energia, dalle materie prime, dalla speculazione finanziaria — la risposta sia fiscale e strutturale, non monetaria. Un tetto al prezzo dell'energia? Sì. Una tassazione straordinaria sui profitti delle compagnie petrolifere che hanno triplicato i margini durante la crisi? Assolutamente sì. Un programma pubblico di transizione energetica che riduca strutturalmente la dipendenza dalle importazioni di gas? Indispensabile.

E propongo che si smetta di trattare la BCE come se fosse un oracolo infallibile. È un'istituzione gestita da esseri umani, con teorie economiche apprese nelle stesse università dove si insegnano le stesse cose da quarant'anni, nonostante quarant'anni di risultati deludenti. La credibilità non si conquista alzando i tassi. Si conquista avendo ragione. E sulla questione dell'inflazione post-pandemia, la BCE ha avuto torto: ha fatto male la diagnosi, ha somministrato la medicina sbagliata, e i pazienti — noi — hanno pagato la differenza.

Detto questo, con tutto l'affetto del mondo per i signori in doppiopetto di Francoforte: la prossima volta che volete salvare l'economia europea, provateci senza distruggere prima i bilanci delle famiglie. Sarebbe una novità assoluta. Potrebbe perfino funzionare.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma almeno ha la calcolatrice

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