Ovvero: come il 2 giugno 1992, mentre a Roma si festeggiava la Repubblica, sul panfilo della Regina d'Inghilterra si decideva di smontarla pezzo per pezzo.
Era il 2 giugno 1992. Festa della Repubblica. A Roma c'erano le parate, le bandiere, i discorsi ufficiali. Qualche centinaio di chilometri a nord, al largo di Civitavecchia, ormeggiato in acque internazionali come a voler sottolineare che certe conversazioni è meglio tenerle lontano da orecchie italiane, c'era il panfilo Britannia — il lussuoso yacht della Corona britannica. A bordo non c'erano principi né regine. C'erano banchieri della City di Londra, manager americani, finanzieri internazionali e, naturalmente, i nostri. Mario Draghi, direttore generale del Tesoro. Gabriele Cagliari, presidente dell'ENI. I presidenti di INA, AGIP, SNAM, Alenia, Banco Ambrosiano. L'ex ministro Beniamino Andreatta.
L'occasione? Una conferenza organizzata dai "British Invisibles" — il gruppo di interessi finanziari della City londinese — per discutere delle opportunità offerte dal patrimonio industriale pubblico italiano. In parole povere: fare shopping nel saldo dell'Italia.
Draghi aprì il suo discorso così: «Desidero anzitutto congratularmi con l'Ambasciata Britannica e gli Invisibili Britannici per la loro superba ospitalità. Tenere questo incontro su questa nave è di per sé un esempio di privatizzazione di un fantastico bene pubblico». Una battuta. Molto divertente. Meno per gli italiani che nei decenni successivi avrebbero pagato le conseguenze.
L'IRI: LA SETTIMA AZIENDA DEL MONDO. SVENDUTA PER UN'ELEMOSINA.
Prima di parlare dei danni, bisogna capire cosa avevamo. L'IRI — Istituto per la Ricostruzione Industriale — era stata la settima maggiore società al mondo per fatturato, e per lungo tempo la più grande impresa del pianeta al di fuori degli Stati Uniti. Fondata nel 1933 per risanare il sistema bancario in crisi, aveva poi guidato il miracolo economico italiano del dopoguerra. Strade, autostrade, telefonia, siderurgia, aviazione, cantieri navali, elettronica, chimica: l'IRI era l'ossatura industriale dell'Italia.
Tra il 1993 e il 2002 venne smontata e venduta pezzo per pezzo. Il totale incassato dallo Stato fu di circa 198.000 miliardi di lire — pari all'8% del debito pubblico dell'epoca. Otto per cento. Avete capito bene. Svendemmo la settima azienda del mondo e ottenemmo in cambio una riduzione dell'8% del debito. Il debito pubblico oggi, invece di essere diminuito, è arrivato al 137% del PIL. Qualcuno dovrebbe spiegare la logica.
IL LIBRO DEI DISASTRI: TELECOM, AUTOSTRADE, BANCHE
Ma lasciamo perdere i numeri astratti e guardiamo cosa è successo nello specifico.
Telecom Italia: privatizzata nel 1997 dal governo Prodi per circa 60.000 miliardi di lire. Al momento della vendita era una delle prime compagnie telefoniche d'Europa, solida e redditizia. Oggi è un cadavere indebitato che fatica a sopravvivere, ha perso la rete che i contribuenti italiani avevano pagato per decenni, ed è finita sotto controllo straniero dopo un'odissea di scalate ostili, debiti montanti e svalutazioni continue. Bel risultato.
Autostrade per l'Italia: cedute nel 1999 per 6,5 miliardi di euro alla famiglia Benetton, con la consulenza di Goldman Sachs — la stessa Goldman Sachs dove Draghi sarebbe approdato come vicedirettore pochi anni dopo, una volta terminato il lavoro di smontaggio del patrimonio pubblico. I Benetton hanno incassato pedaggi per decenni, ridotto gli investimenti nella manutenzione, e il 14 agosto 2018 il viadotto Morandi di Genova è crollato, uccidendo 43 persone. Il rapporto tra privatizzazione selvaggia, estrazione di profitti e mancata manutenzione non è una dietrologia: è agli atti processuali.
Le banche: Comit, Credito Italiano, BNL, INA — il sistema bancario italiano che era stato costruito con la pazienza di decenni passò in mani private, poi straniere, poi fu concentrato in pochi grandi gruppi che oggi prestano i soldi alle imprese a tassi che strozzano la produzione e tengono i conti deposito dei risparmiatori vicini allo zero.
L'OBIETTIVO DICHIARATO: RIDURRE IL DEBITO. IL RISULTATO: IL DEBITO È TRIPLICATO.
Draghi stesso, sul Britannia, aveva detto una cosa sensata — una delle poche: «La privatizzazione è stata originariamente introdotta come un modo per ridurre il deficit di bilancio. Più tardi abbiamo compreso che la privatizzazione non può essere vista come sostituto del consolidamento fiscale».
Esatto. Non può essere vista come sostituto. Eppure è esattamente quello che è stata: la grande balla raccontata agli italiani per far digerire la svendita. «Privatizziamo per ridurre il debito». Il debito pubblico nel 1992 era al 105% del PIL. Oggi è al 137%. Nel mezzo abbiamo venduto tutto. Logica vorrebbe che qualcuno spiegasse dove sono finiti i soldi. Ma la logica, in questo Paese, è merce rara.
IL CONFLITTO DI INTERESSI CHE NESSUNO VUOLE NOMINARE
C'è un dettaglio biografico che i giornali italiani preferiscono non mettere in fila con troppa evidenza. Mario Draghi è stato direttore generale del Tesoro dal 1991 al 2001 — esattamente il periodo delle grandi privatizzazioni. Ha presieduto il Comitato per le Privatizzazioni dal 1993. Ha gestito la cessione di Telecom, Enel, Eni, Autostrade, banche. Poi, terminato questo lavoro, è stato assunto come vicedirettore di Goldman Sachs — la banca d'affari americana che aveva avuto un ruolo centrale come advisor e garante in molte di quelle stesse privatizzazioni. Nel 2003, Goldman Sachs prestò 2,8 miliardi di euro al gruppo Benetton per consolidare il controllo di Autostrade — privatizzata quattro anni prima con Draghi al Tesoro.
Chiamatela come volete. Io la chiamo una porta girevole di dimensioni industriali.
E IL DEBITO? SEMPRE LÌ, ANZI PEGGIO.
Non esiste un singolo esempio storico documentato in cui le privatizzazioni di massa abbiano portato a una riduzione significativa e duratura del debito pubblico. Non in Italia. Non in Argentina, dove fecero la stessa cosa con risultati catastrofici. Non in Gran Bretagna con la Thatcher, dove i servizi pubblici privatizzati sono diventati monopoli privati che estraggono rendite dalla popolazione senza competizione reale.
La retorica era: lo Stato è inefficiente, il privato è efficiente. La realtà è: alcuni enti pubblici erano inefficienti e andavano riformati; ma smontarli e venderli alla finanza internazionale a prezzi scontati, senza golden share efficaci, senza vincoli di reinvestimento, senza tutele per i lavoratori e per il territorio, non è una riforma. È una svendita. E i clienti del saldo erano già sul panfilo quel 2 giugno 1992, con il loro champagne e la loro orchestrina della Royal Navy.
LA DOMANDA FINALE
Nel 2024, Draghi ha presentato all'Unione Europea il suo rapporto sulla competitività europea. Ha scritto che l'Europa deve investire, reindustrializzarsi, costruire campioni industriali europei. Pagine e pagine di analisi lucide sul declino del sistema produttivo continentale.
Non ha scritto che parte di quel declino, in Italia, è figlia delle privatizzazioni degli anni '90. Non ha citato il Britannia. Non ha collegato i puntini.
I professoroni, si sa, non fanno mai autocritica. È una delle poche cose in cui sono davvero efficienti.
Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma almeno ricorda cosa avevamo e cosa ci hanno convinto a svendere
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