giovedì 18 giugno 2026

IL GENERALE E I SUOI PROFUGHI Come la Classe Armata ha prima distrutto paesi interi e poi si è candidata a rimandare a casa le macerie umane che ne sono scaturite

I. IL LIBRO DI CUI NON SI PARLA ABBASTANZA 

David Colantoni ha impiegato dieci anni per scrivere un libro scomodo. Non è un pamphlet di partito, non è una denuncia giornalistica, non è nemmeno la solita critica al “militarismo” in stile anni Settanta. 
È qualcosa di più preciso e più fastidioso: è materialismo storico rigorosamente applicato, come scrive Oliver Stone nella prefazione, a chi porta le armi. 
La tesi centrale di “Teoria della Classe Armata. 
L’Età del Potere Militare” è semplice nella sua brutalità: il capitale non comanda più la geopolitica occidentale ma è la Classe Armata a farlo. 
Una nuova classe sociale composta da milioni di professionisti della guerra e della preparazione alla guerra.
Costoro non vivono dei mezzi di produzione, come la borghesia marxianamente intesa, bensì dei mezzi di distruzione. 
Una classe che si riproduce prelevando ricchezza pubblica in nome della “difesa” e che ha trasformato il capitalismo produttivo nel proprio bancomat. 
Con le prefazioni di Jeffrey Sachs, Oliver Stone e Luciano Canfora, il libro è stato presentato al Salone del Libro di Torino nel maggio 2026. 
Non esattamente un libretto di seconda mano trovato al mercatino dell’usato. 
La domanda cruciale che Colantoni pone è questa: perché l’Occidente, dopo aver vinto la Guerra Fredda e bruciato il “dividendo della pace”, ha continuato a scegliere guerre autolesioniste? 
Dall’Iraq, dove non furono mai trovate le famigerate armi di distruzione di massa, all’Afghanistan, dalla Libia all’Ucraina? 
Perché un sistema economico che dovrebbe essere razionale e orientato al profitto si comporta in modo palesemente irrazionale rispetto ai propri stessi interessi produttivi? 
La risposta di Colantoni è che il sistema non è irrazionale ma è perfettamente razionale rispetto all’attore che lo governa davvero: 
la Classe Armata, che produce e gestisce il Caos Controllato, funzionale ai propri interessi sulla spesa pubblica. 
La guerra non è un fallimento della politica ma il suo prodotto più riuscito. 

II. IL GENERALE. LA CARRIERA. I TEATRI. 

Roberto Vannacci, nato a La Spezia nel 1968. Trentanove anni di carriera nelle Forze Armate italiane, 1986-2025. 
Accademia militare di Modena, 9° Reggimento Col Moschin, brevetto di incursore. Missioni: Somalia, Ruanda, Yemen, Bosnia (operazioni IFOR e SFOR), Iraq, Afghanistan, Libia. 
Decorazioni: quindici, tra cui la Bronze Star Medal americana e la Legion of Merit. Comandante della Task Force 45 in Afghanistan, l’élite delle forze speciali italiane impegnata nella caccia agli obiettivi talebani”. 
Un curriculum, per usare la lingua dell’uomo d’arme, di tutto rispetto. 
Un curriculum che è anche, visto con gli occhi di Colantoni, una mappa precisa del Caos Controllato: ogni teatro di guerra in cui Vannacci ha operato è oggi, non per caso, un paese devastato o destabilizzato. 
Somalia: Stato fallito. 
Bosnia: stabilizzata dopo anni di macelleria etnica. 
Ruanda: teatro del genocidio più rapido del Novecento. 
Iraq: smembrato, milioni di morti civili, nessuna arma di distruzione di massa trovata. Afghanistan: occupato per vent’anni e poi riconsegnato ai talebani nel modo più caotico possibile. 
Libia: in perenne guerra civile. 
Vannacci non è un criminale di guerra e non lo stiamo accusando di nulla che non sia già ampiamente documentato nei libri di storia. 
Vannacci è qualcosa di più banale e più sistemico: è un prodotto perfettamente riuscito della Classe Armata italiana.
Un professionista della distruzione che ha svolto il suo mestiere con encomiabile efficienza, finanziato dai contribuenti italiani ed europei, in nome di interessi che con la sicurezza della gente comune avevano molto poco a che fare. 
Quindici decorazioni. 
Tredici paesi distrutti o destabilizzati. 
Una pensione militare anticipata più lo stipendio da europarlamentare per un totale di circa tredicimila euro netti al mese. 
La Classe Armata si paga bene. 

III. IL LIBRO. LA POLITICA. LA CONTRADDIZIONE. 

Nel 2023 Vannacci pubblica “Il Mondo al Contrario”. 
Il libro diventa un caso nazionale non tanto per la profondità del pensiero, visto che ne ha molto poca, quanto per la franchise elettorale che intercetta: il rancore degli italiani verso il “politicamente corretto”, il fastidio verso i diritti LGBT, la critica all’immigrazione, l’attacco ai “tratti somatici” di Paola Egonu. 
Viene sospeso dal servizio per undici mesi. 
Nel 2024 viene eletto al Parlamento Europeo con 532.000 preferenze, il più votato della lista Lega. 
Nel febbraio 2026 fonda Futuro Nazionale, lasciando la Lega di Salvini sulla sua destra. 
Il programma è cristallino: rimpatri e “remigrazione coatta” dell’ottanta per cento degli stranieri presenti in Italia. 
“Vanno deportati”, dice a Otto e Mezzo su La7 il 10 giugno 2026, con la disinvoltura di chi ha già visto ben altre cose nei teatri operativi. 
“Se per deportazione intendiamo movimentazione coatta al di là della loro volontà, certo.” Prendiamoci un momento per apprezzare la geometria di questa affermazione. 
Il Generale Vannacci ha trascorso trent’anni a girare per i paesi del cosiddetto Global South in missioni militari finanziate dal denaro pubblico italiano ed europeo. 
Missioni che hanno contribuito, direttamente o indirettamente, a destabilizzare, democratizzare forzatamente, bombardare, occupare e infine abbandonare quei paesi nel caos. 
Missioni che hanno prodotto sfollati interni, rifugiati regionali, migranti verso l’Europa. 
Ora il medesimo generale, trasformato in politico, intende “remigrare coattivamente” le persone che quei teatri di guerra hanno generato. 
Il piromane che chiede di fare il pompiere. 
Il costruttore di profughi che si candida a rispedirli a casa. 
Non è un paradosso: è la struttura logica della Classe Armata descritta da Colantoni. 
Prima si produce il Caos Controllato all’estero. 
Poi ci si candida a gestire il Caos interno che ne deriva. 
In entrambi i casi: spesa pubblica, potere decisionale, rendita istituzionale. 

IV. IL COSTO DELLA CLASSE ARMATA. CHI PAGA? 
Essendo lo scrivente cultore della MMT Modern Monetary Theory sa bene che uno Stato sovrano nella propria moneta può sempre finanziare ciò che decide di finanziare. 
Il problema non è mai il “mancano i soldi”: è sempre una questione di priorità politiche e distribuzione del potere. 
La domanda pertinente è allora: quanti soldi pubblici italiani ed europei sono stati spesi in trent’anni di missioni militari in Afghanistan, Iraq, Libia, Somalia? 
Per confronto: quanti soldi sono stati spesi per accoglienza, integrazione, cooperazione allo sviluppo, ossia per le conseguenze di quelle stesse missioni? 
L’Afghanistan da solo: la sola partecipazione italiana alla missione ISAF è costata, secondo stime ufficiali del Ministero della Difesa, oltre 7 miliardi di euro in vent’anni. 
Tutto questo senza contare le spese NATO, i finanziamenti alle industrie belliche, i contratti per la ricostruzione post-bombardamento. 
Colantoni scrive che il capitalismo delle classi produttive è diventato il bancomat del potere militare. 
È esattamente questo: denaro pubblico estratto dalla fiscalità generale, trasferito alla Classe Armata attraverso il bilancio della difesa, convertito in missioni che producono caos, profughi e nuovi contratti per l’industria militare. 
Un ciclo perfetto, autoalimentante, che non ha bisogno di complotti perché è strutturalmente razionale per chi ne beneficia. Ma il punto è questo : chi ne beneficia? 
Non certo il contribuente italiano, nemmeno il lavoratore afghani e nemmeno il siriano
Beneficia la Classe Armata: i generali, i colonnelli, i lobbisti dell’industria bellica, i think tank atlantisti, i politici che siedono nelle commissioni difesa e ne traggono potere e visibilità. 

V. LA REMIGRAZIONE COME PRODOTTO FINALE C’è una perla nel programma di 

Futuro Nazionale che merita attenzione. Vannacci propone di dedicare i finanziamenti pubblici “esclusive” alla sicurezza interna e alla difesa nazionale, tagliando le risorse per immigrazione, cooperazione, accoglienza. 
Nel mentre, propone di rimpatriare coattivamente l’ottanta per cento degli stranieri presenti in Italia. 
Si noti la coerenza sistemica: si aumenta la spesa militare che va alla Classe Armata e si riduce la spesa sociale per gestire le conseguenze di quella spesa militare. 
Come nella barzelletta del chirurgo che opera male e poi manda il conto per le complicazioni. 
La remigrazione è anche, strutturalmente, un affare militare. 
Centri di Permanenza Temporanea, accordi bilaterali, “movimentazione coatta”: 
tutta roba che richiede personale, strutture, contratti, appalti. 
Un’altra voce nel bilancio della difesa. 
Un altro flusso di denaro pubblico verso la Classe Armata, travestito questa volta da politica migratoria. 
Colantoni lo chiama Caos Controllato e funziona sempre allo stesso modo: si produce il problema, si privatizza il profitto, si socializzano i costi, si monetizza la soluzione. 

VI. LA GROTTESCA COERENZA DEL GENERALE 

Va detto, per onestà intellettuale, che Vannacci è un personaggio coerente con se stesso. Non è un ipocrita nel senso comune del termine: non dice una cosa e ne fa un’altra in segreto. 
Il suo errore è di non vedere la propria biografia come un problema logico. 
Ha scritto che non è tra i sostenitori dell’esportazione della democrazia e dei valori universali. 
Ma per trent’anni ha operato in missioni che si chiamavano ufficialmente Operazione Libertà Duratura o NATO Enduring Freedom. 
Ha scritto di rispettare le tradizioni locali, ma ha comandato task force il cui scopo dichiarato era la caccia agli obiettivi talebani in un paese straniero. 
Non coglie la contraddizione perché non è addestrato a vederla. 
La Classe Armata è addestrata a eseguire ordini, non a interrogare la struttura di potere che li emette. 
Vannacci ha eseguito perfettamente i suoi ordini per trent’anni. 
Ora sta eseguendo perfettamente i suoi nuovi ordini: canalizzare il rancore sociale verso i più deboli, i migranti, anziché verso la struttura che li ha prodotti. 
Una funzione, questa, che la Classe Armata conosce bene. Si chiama “operazione psicologica”. 

VII. CONCLUSIONE: IL PROBLEMA NON È VANNACCI 

Sarebbe comodo concludere che il problema è Vannacci. Non lo è. Vannacci è un sintomo, non la malattia. Vannacci è la punta dell’iceberg di una classe sociale molto più vasta, molto più potente, molto più radicata nelle istituzioni europee e occidentali. 
Il problema è la Classe Armata come soggetto storico: la struttura che per sessant’anni ha convinto i governi occidentali che la pace si ottiene con la guerra, che la sicurezza si ottiene con le bombe, che lo sviluppo si ottiene con le missioni militari. 
La struttura che ha trasformato il bilancio della difesa in una rendita perpetua, sottratta al controllo democratico e sottratta alla logica economica delle classi produttive. 
Colantoni propone uno strumento analitico nuovo che non è un complotto e nemmeno una metafora ma una classe sociale con interessi materiali precisi, una razionalità propria, una capacità di riprodursi e di orientare le decisioni politiche. 
Una classe che si è consolidata con la professionalizzazione degli eserciti a partire dagli anni Sessanta-Settanta e che da allora ha incrementato sistematicamente la propria quota di ricchezza pubblica in nome della “difesa”. 
Finché questa struttura non viene messa a fuoco, analizzata, smontata nei suoi meccanismi reali, continueremo ad avere generali che prima distruggono i paesi e poi si candidano a rimpatriare i profughi. 
Con la stessa disinvoltura, con gli stessi soldi pubblici e con il medesimo applauso dei contribuenti che pagano il conto. 
La storia, come osserva Jeffrey Sachs nella prefazione al libro di Colantoni, non si spiega più senza questo strumento. 
Proviamo, almeno, ad usarlo.

Olindo Cervi che continua ad applicare contabilità e matematica in stile MMT

mercoledì 10 giugno 2026

Il ritorno della ristoratrice austera che non distribuisce pasti gratis

Veronica De Romanis è tornata.
Come ogni stagione, puntuale come la dichiarazione dei redditi e altrettanto gradita, la professoressa ci ricorda che spendere è male, tassare è peggio, e che da qualche parte nel mondo, solitamente un paese nordico citato a metà, qualcuno ha fatto le riforme giuste e ora tutti sono felici, magri e competitivi.

L'articolo si apre con una constatazione folgorante: la tentazione di aumentare le tasse è bipartisan.
Da Salvini a Schlein, passando per Bonelli e Giorgetti, tutti vogliono tassare gli extraprofitti delle energetiche.
Questo, per la professoressa, è evidentemente la prova che si tratta di un'idea sbagliata.
Ragionamento impeccabile: se destra e sinistra concordano, vuol dire che la politica è populista. Ma se concordano solo con lei, vuol dire che hanno una visione coraggiosa e controcorrente.
Il teorema della ristoratrice austera
De Romanis ci spiega che le tasse, andrebbero ridotte.
E la spesa pubblica?
Anche quella, ridotta.
Il deficit? Ridotto. 
Il debito? Ridotto.
In sostanza: tutto ridotto, tranne evidentemente gli spazi sui quotidiani nazionali dedicati a questo messaggio, che pare in costante espansione.
Il problema è un piccolo dettaglio che l'economia MMT ha la maleducazione di sollevare.
La spesa pubblica di qualcuno è il reddito di qualcun altro.
Quando lo Stato "spende troppo" per pagare un infermiere, quell'infermiere porta a casa uno stipendio, ci paga l'affitto, compra il pane e, udite udite, contribuisce alla crescita del PIL.
Si chiama moltiplicatore fiscale, concetto barbaro e keynesiano che nei circoli austeriani viene pronunciato sottovoce, come si fa con le malattie imbarazzanti.
Ma lasciamo perdere questi dettagli da manuale di economia vera.
La professoressa ha le esperienze internazionali.
Queste esperienze internazionali dimostrano che se i cambiamenti sono ben presentati il consenso politico tende a rafforzarsi.
Magnifico.
Il problema non è cosa tagli, ma come lo vendi.
La spending review diventa una questione di comunicazione. Basta presentare bene i tagli alla sanità e la gente applaude. Qualcuno avvisi Giorgia Meloni: non servono risorse, serve un bravo copywriter.
Il riferimento alle esperienze internazionali è un classico del genere.
Si evoca sempre un paese non meglio specificato tipo la Svezia negli anni '90, il Canada, la Nuova Zelanda dove l'austerità ha funzionato.
Si omette sistematicamente di ricordare che quei paesi avevano valuta propria con cambio flessibile, o che la loro ripresa coincise con un boom delle esportazioni, o che il contesto era radicalmente diverso dall'Italia del 2025.
Ma i dettagli sono roba da economisti eterodossi, categoria che De Romanis probabilmente colloca tra i no-vax e i terrapiattisti.
Gli extraprofitti: il crimine che unisce.
La cosa che più turba la professoressa è l'unanimità sulla tassazione degli extraprofitti energetici.
Tutti d'accordo = populismo.
Eppure, dal punto di vista MMT, la questione è persino più semplice di quanto sembri: le imprese energetiche hanno estratto reddito reale dall'economia durante la crisi dei prezzi, non lo hanno creato. Tassare quella rendita non è redistribuzione punitiva — è prevenire che una parte del sistema di pagamenti si concentri in modo disfunzionale, con effetti inflazionistici reali.
Ma naturalmente, spiegare questo richiederebbe abbandonare il frame "Stato cattivo che prende i soldi ai bravi imprenditori", e De Romanis quel frame se lo tiene stretto come una ciambella di salvataggio in mezzo all'oceano della complessità macroeconomica.
Conclusione: il pasto non è mai gratis, ma dipende per chi.
L'eterna illusione, dice il titolo ma l'eterna illusione è quella di un'economia che cresce sottraendo domanda aggregata, che migliora tagliandoi servizi, che diventa competitiva comprimendo i salari. Trent'anni di questa medicina e il paziente-Italia ha il PIL pro capite fermo al 2000.
Ma Veronica De Romanis tornerà.
La prossima settimana, la prossima stagione, il prossimo governo. 
Con le stesse ricette, le stesse esperienze internazionali, lo stesso tono da adulta che spiega ai bambini che i soldi non crescono sugli alberi.
Peccato che, tecnicamente, per uno Stato con sovranità monetaria, quasi ci crescano. 
Ma questa è un'altra storia.

L'autore è un mezzo economista che preferisce Lerner ad Alesina e Stephanie Kelton alla Troika.

domenica 7 giugno 2026

IL PROFESSOR BECCHETTI E LA VILLA CON I PANNELLI SOLARI

Leonardo Becchetti, economista di lungo corso e commentatore instancabile su X, ci ha regalato uno di quei post che circolano tra i radical chic come prova schiacciante della superiorità morale dell'auto elettrica. Il ragionamento è semplice, i numeri sono tondi, la conclusione è trionfante. Peccato che fotografa il mondo dalla finestra della sua villa con tettoia e pannelli solari, dimenticando che l'Italia è un Paese di condomini.
Becchetti calcola che con un'auto termica a benzina si spendono 14 euro ogni 100 km, contro i 3 euro di una Tesla caricata a casa a 0,20 €/kWh. Il risparmio è reale. Ma il problema non è il calcolo: è la premessa. "Carico a casa" presuppone di avere una casa con garage, un contatore dedicato e un posto dove installare una wallbox. Presuppone, in sostanza, di non essere la maggioranza degli italiani.

LA REALTÀ DEI CONDOMINI
L'Italia è un Paese dove la quota predominante della popolazione urbana vive in condomini, spesso costruiti tra gli anni Cinquanta e Ottanta, privi di garage privati, con i residenti che parcheggiano in strada o in cortili comuni senza alcuna infrastruttura elettrica. Per costoro, il confronto dei costi cambia radicalmente.
Chi non ha un garage privato e deve ricaricare in pubblico si trova a fare i conti con un mercato molto meno amichevole di quello immaginato dal professore. La ricarica pubblica rapida arriva in media a circa 0,85 euro al kWh, contro i 0,13 euro del PUN per la ricarica domestica.
Octopus Electroverse (https://electroverse.com/it-IT/community/ev-blogs-and-guides/quanto-costa-ricaricare-l-auto-elettrica-in-italia-).
Anche prendendo le colonnine in corrente alternata, più lente, il costo si aggira intorno a 0,65 euro al kWh. 
Al Volante
(https://www.alvolante.it/da_sapere/ricarica-auto-elettrica-confronto-costi-auto-benzina-409771)
Facciamo il conto che Becchetti si è dimenticato di fare.
Con un consumo di 11,4 kWh per 100 km (i dati del professore), i costi per 100 km diventano:
- Ricarica domestica con pannelli solari (scenario Becchetti): 0,00 euro
- Ricarica domestica da rete (scenario lavoratore dipendente con garage): circa 2,30 euro
- Colonnina pubblica AC (scenario condominio con posto auto in cortile): circa 7,40 euro
- Colonnina pubblica rapida DC (scenario città senza posto fisso): circa 9,70 euro
Il confronto con la benzina (14 euro per 100 km) diventa assai meno impressionante quando si esce dalla villa del professore e si entra nel cortile di un condominio popolare di Torino o Napoli. Con la ricarica rapida, il risparmio scende a circa 4 euro per 100 km, già ben diverso dalla narrazione di partenza. Con la colonnina AC siamo a 6,60 euro di risparmio teorico, che però non tiene conto di un dettaglio fondamentale: il tempo.

IL PROBLEMA CHE NESSUNO VUOLE NOMINARE
Chi vive in condominio senza garage non può ricaricare lentamente di notte mentre dorme. Deve portare l'auto a una colonnina pubblica, aspettare o tornare a riprenderla, sperare che sia libera e funzionante. L'Italia conta su oltre 64.000 punti di ricarica a uso pubblico, con un incremento del 27% rispetto all'anno precedente, [Elettrico per tutti](https://elettricopertutti.it/prezzi-colonnine-elettriche/) ma la distribuzione sul territorio è tutt'altro che uniforme: si concentra nelle grandi città del Nord, mentre il Sud e i centri minori restano largamente scoperti.
Chi volesse installarsi una wallbox in condominio, poi, scopre un percorso a ostacoli tutto italiano. Il costo complessivo di wallbox più installazione si colloca spesso tra 1.000 e 2.400 euro più IVA, con prezzi più alti nei condomini soggetti alla normativa antincendio dei Vigili del Fuoco. [Pony Power](https://ponypower.it/blog/wallbox-a-casa-costi-tempi-2026/) A cui si aggiunge il costo del progetto tecnico obbligatorio, che in alcuni casi ha raggiunto i 1.200 euro più IVA e contributi, con punte di 2.500 euro solo per la parte progettuale. [Forum Sui Veicoli 100% Elettrici](https://www.forumelettrico.it/forum/costi-per-installazione-wallbox-in-condominio-t38043.html)
Ammesso che si riesca a ottenere l'approvazione dell'assemblea condominiale, che si trovino i fondi per l'installazione e che il condominio sia tecnicamente idoneo, siamo già a un esborso iniziale di 2.000-4.000 euro prima ancora di aver caricato la macchina una volta. Il bonus statale, teoricamente generoso, ha una finestra operativa limitata e, per quanto riguarda le spese del 2024, si è chiuso a maggio 2025 ed è stato accuratamente poco pubblicizzato. [CasaCondominio](https://www.casacondominio.net/colonnine-auto-elettriche-in-italia-dati-costi-e-incentivi-2025/)

LA LEZIONE MMT CHE BECCHETTI NON CONOSCE
Qui entra in gioco la questione politica vera. La transizione energetica è presentata come un processo spontaneo di mercato, guidato dai prezzi relativi e dalle scelte individuali. Ma i prezzi relativi che rendono conveniente l'elettrico, per chi li sperimenta davvero, dipendono interamente da chi ha già accumulato un patrimonio immobiliare: il proprietario della villa con pannelli solari paga zero per la ricarica e incassa anche gli incentivi sul fotovoltaico. Il conduttore di un appartamento in affitto in periferia, che paga l'auto a rate e la carica alla colonnina sotto casa quando è libera, paga quasi quanto la benzina.
L'auto elettrica, nella formulazione attuale delle politiche pubbliche italiane, è un bene il cui costo operativo reale dipende in modo diretto dalla ricchezza patrimoniale pregressa. Uno strumento di redistribuzione al contrario: lo Stato sussidiava i pannelli solari dei proprietari di ville, ora sussidierà le wallbox nei garage dei proprietari di box. Il lavoratore dipendente in affitto nel condominio anni '70 è invitato ad aspettare che "il mercato maturi".
Nel 2035, quando la vendita di auto nuove a benzina sarà vietata per decreto europeo, chi non si potrà permettere la villa con i pannelli solari non comprerà l'auto col fischio. Comprerà l'auto usata a benzina del 2034, l'ultima prodotta, a un prezzo gonfiato dall'eccesso di domanda. Oppure non comprerà niente, e prenderà l'autobus, sempre che esista ancora una linea che passa da dove abita.
Il professore Becchetti potrà twittare soddisfatto dalla tettoia solare.
Olindo Cervi, che non ha la Bocconi ma i conti li sa fare anche senza pannelli solari

domenica 31 maggio 2026

Meloni, Draghi e il Catechismo dell'Avanzo Primario: Ovvero Come Affamarsi con Stile Europeista

Sul Sole 24 Ore di oggi campeggia uno di quegli articoli che ti fanno venire voglia di incorniciare il monitor e appenderlo al muro come monumento all'ortodossia economica. L'autore — con tono da preside che richiama la scolaresca all'ordine — spiega alla premier Meloni come si fa a essere dei bravi europei. Il problema è che la premier, a differenza di quanto scrive il professore, è già bravissima. Fin troppo. Ma andiamo con ordine.
Punto 1: "Niente debito europeo comune, per carità"
Il pezzo attacca subito con una perla: bisogna contrastare il ricorso al debito europeo per finanziare difesa, transizione ecologica, energia. 
Fermi tutti.
L'Unione Europea, che non emette moneta propria a livello federale, che non ha un Tesoro federale, che lascia ogni Stato membro a fare i conti con spread e mercati, dovrebbe affrontare sfide geopolitiche da migliaia di miliardi senza fare debito comune. 
Con cosa, scusi?
Con le bustine dello zucchero avanzate dai summit di Bruxelles?
Dal punto di vista MMT la questione è persino più radicale: il problema dell'Eurozona non è che fa troppo debito, è che ha costruito un sistema monetario in cui nessuno può fare il lavoro che uno Stato sovrano fa normalmente, cioè spendere moneta netta nell'economia quando serve. 
L'unica risposta sensata alla trappola dell'euro sarebbe più debito comune, non meno.
Ma questa è eresia, si capisce.
Meglio l'austerità espansiva che prima o poi espande da qualche parte

Punto 2: "Le regole le votate voi, quindi non lamentatevi"

Secondo il professore, Meloni non può lamentarsi delle regole europee perché quelle regole le approvano i governi nazionali in Consiglio.
Tecnicamente corretto.
Politicamente esilarante.
È come dire a un detenuto: "Sei tu che hai firmato la confessione, quindi non ti lamentare della cella."
Il Fiscal Compact, il Patto di Stabilità, le regole sul deficit al 3%, il pareggio di bilancio addirittura infilato in Costituzione. Tutto votato, tutto firmato, tutto benedetto da governi italiani di ogni colore.
Compreso quello guidato da Mario Draghi, nume tutelare dell'attuale esecutivo Meloni, che di quelle regole è stato tra i più fedeli custodi.
La vera domanda non è : chi ha votato le regole, ma perché nessuno mette in discussione regole che impongono austerità strutturale a economie che non crescono.
La risposta è semplice: perché chi le ha scritte lavora nell'interesse dei creditori, non dei cittadini. Ma anche questo è eresia. Andiamo avanti.
Punto 3:
Il Capolavoro Logico Voto all'unanimità sì, lentezza no.
Qui l'articolo  vette di involontaria comicità che nessun satirico potrebbe eguagliare.
Da un lato il professore difende giustamente la critica alla lentezza decisionale europea. 
Dall'altro ricorda che Meloni difende strenuamente il voto all'unanimità in Consiglio.
Ora, per chi non lo sapesse: il voto all'unanimità significa che *qualunque* dei 27 stati membri può bloccare qualunque decisione.
È il sistema più lento del mondo civilizzato. È come organizzare una gara di Formula 1 e pretendere che tutte le macchine arrivino insieme.
Meloni quindi vuole un'Europa veloce ma con il freno a mano tirato da 27 mani diverse.
L'articolo lo fa notare, correttamente, e fin qui siamo d'accordo.
Il problema è che la soluzione implicita, più integrazione, più cessione di sovranità, più maggioranza qualificata, viene proposta conservando intatto il framework di austerità. 
Quindi: più velocità nel decidere tagli. Più efficienza nell'imporre il pareggio di bilancio. Più rapidità nello smantellare lo stato sociale.
Grazie, ma preferiamo la lentezza.
Punto 4: È ora di avere un dibattito informato
L'articolo è un classico del genere: non è ora di avere un dibattito informato, quindi responsabile, sull'Europa?
Sì. Assolutamente sì.
Iniziamo.
Un dibattito informato dovrebbe partire da un fatto che né l'articolo né la premier né il governo né l'opposizione né praticamente nessun editorialista mainstream sembra disposto ad ammettere:
l'Eurozona è strutturalmente deflazionistica.
Ha eliminato la sovranità monetaria degli stati membri senza costruire una federazione fiscale.
Ha imposto il pareggio di bilancio come virtù cardinale nel momento esatto in cui la domanda aggregata crollava.
Ha trasformato la moneta,che nella visione MMT è uno strumento pubblico di gestione dell'economia reale, in un cappio gestito da una banca centrale che per statuto non può finanziare gli stati.
Il risultato? Vent'anni di crescita anemica, infrastrutture degradate, sanità sottofinanziata, giovani esportati come merce, e un ceto medio che si è progressivamente impoverito mentre ci spiegavano che il rigore era necessario.
Conclusione: Meloni e il Professore, Due Facce della Stessa Moneta (che Non Emettono)
La cosa più istruttiva di tutta questa vicenda è che Meloni e il suo critico accademico, pur litigando, condividono la stessa premessa fondamentale: che i soldi dello stato siano una risorsa scarsa che bisogna guadagnare prima di spendere.
Meloni la usa per fare sovranismo da palcoscenico mentre esegue pedissequamente i compiti a casa di Bruxelles.
Il professore la usa per spiegarle che li sta eseguendo male.
Nessuno dei due si chiede se i compiti a casa abbiano senso.
Nel frattempo l'Italia fa avanzo primario, cioè incassa più di quanto spende, al netto degli interessi, da più di trent'anni.
Toglie cioè moneta netta dal sistema privato in modo strutturale.
E ogni anno ci meravigliamo che non cresciamo.
È come svuotare la vasca e poi chiedersi perché non si riesce a nuotare.
Ma questo, si capisce, non è un dibattito informato. 
È solo l'eresia MMT.

Olindo Cervi

sabato 30 maggio 2026

CARO TREZZI, TI RISPONDO IO: HAI SBAGLIATO TUTTO.

Riccardo Trezzi, economista, ex BCE, brillante conoscitore dei meccanismi monetari che pero' inspiegabilmente continua a non applicare, ci chiede dove sbaglia nella sua analisi dell'Italia. 

E' una domanda onesta a cui rispondo con la stessa onesta'. 

Sbaglia tutto. 

Ma non nei dettagli che elenca. 

Sbaglia nella premessa che non enuncia e sbaglia nel modo in cui un medico che ha fatto la diagnosi sbagliata continua a chiedersi perche' il paziente non guarisce, senza mai rimettere in discussione la diagnosi.

IL SINTOMO CHE TREZZI SCAMBIA PER LA MALATTIA

Trezzi elenca: i giovani sono pochi e senza soldi. I boomers sono davanti alla tv. Il giornalismo e' andato. 

Nessuna domanda per l'analisi seria. Li tratta come cause del declino italiano, quando sono effetti. 

Sono i sintomi, non la malattia.

La malattia si chiama: trent'anni di austerità fiscale, avanzo primario strutturale, compressione della domanda aggregata, deindustrializzazione progressiva, blocco degli investimenti pubblici, stagnazione dei salari reali.

Dal 1992 al 2022 l'Italia ha accumulato avanzi primari per oltre 900 miliardi di euro. Novecentomiliardi sottratti al settore privato, trasferiti ai creditori del debito pubblico. 

Il PIL reale pro capite italiano nel 2022 era inferiore a quello del 2000. Siamo l'unico paese dell'OCSE con salari reali piu' bassi oggi rispetto al 1990. Un milione e mezzo di giovani sono emigrati nell'ultimo ventennio. La disoccupazione giovanile ha toccato il 40% durante la crisi del 2012-2014.

Trezzi si chiede perche' i giovani non hanno soldi e non protestano. 

La risposta e': perchè li abbiamo mandati via. 

Quelli rimasti non hanno energie per protestare perche' lavorano part time involontario a 900 euro al mese. Non e' apatia ma sopravvivenza.

I BOOMERS DAVANTI ALLA TV: UN'ANALISI SOCIOLOGICA CHE DIMENTICA L'ECONOMIA

I boomers hanno pensioni decenti, case di proprieta' pagate negli anni Settanta e Ottanta, risparmi accumulati quando i salari crescevano e lo Stato investiva. 

Ovviamente non vogliono cambiamenti: il sistema attuale li protegge. 

Ma questo non e' una colpa loro ma è il risultato di politiche economiche che hanno trasferito ricchezza dalle generazioni future a quelle presenti attraverso la compressione della spesa pubblica produttiva.

Quando lo Stato riduce il deficit strutturale anno dopo anno, toglie risparmio netto al settore privato. 

Ma non lo toglie in modo neutrale: lo toglie ai giovani, ai precari, ai lavoratori a basso reddito. 

E' redistribuzione verso l'alto, silenziosa, automatica, che non fa notizia.

IL GIORNALISMO MILITANTE: CAUSA O EFFETTO?

Trezzi si lamenta del giornalismo militante come se fosse una causa del declino. 

E' invece un effetto. 

Il giornalismo serio costa e richiede lettori disposti a pagare per contenuti di qualità. 

Questo richiede una classe media benestante con reddito disponibile. Quando schiacci i redditi per trent'anni, ottieni esattamente il giornalismo di bassa qualità che Trezzi deplora che non è una causa ma una conseguenza.

DOVE SBAGLIA TREZZI: LA RISPOSTA VERA

Trezzi sbaglia perche' la sua analisi e' puramente descrittiva e sociologica, e manca completamente della dimensione macroeconomica causale. 

Sbaglia perchè elenca i sintomi senza fare la diagnosi.

Sbaglia perchè, conoscendo perfettamente la macroeconomia monetaria, non applica quel framework all'analisi italiana. 

Lui sa benissimo che il deficit pubblico e' il risparmio netto del settore privato e sa benissimo che trent'anni di avanzo primario equivalgono a trent'anni di drenaggio di risparmio dal settore privato e sa benissimo che la stagnazione italiana coincide perfettamente con la stagione dell'austerità post-Maastricht. 

Ma non lo dice.

Se Trezzi applicasse all'Italia lo stesso rigore che usa per altri paesi, la diagnosi sarebbe che l'Italia ha seguito scrupolosamente le prescrizioni dell'austerità europea. 

Ha mantenuto avanzi primari per trent'anni e ha compresso la spesa pubblica produttiva privatizzando, liberalizzando e flessibilizzando il mercato del lavoro. 

Ha fatto tutto quello che il mainstream raccomandava. 

Risultato: stagnazione, emigrazione giovanile, impoverimento della classe media, polarizzazione politica, declino culturale e non e' un caso. 

Non e' colpa dei boomers ma è la conseguenza prevedibile di politiche economiche sbagliate.

Dove sbaglia Trezzi? Sbaglia nell'ultima riga. Non dovrebbe chiedersi "dove sbaglio?". Dovrebbe chiedersi: "Perchè so la risposta e continuo a non dirla?"

Olindo Cervi, che non e' Warren Mosler ma gli ha letto tutti i libri

PROFESSOR VOLPI INTERVISTATO DA GIACOMO GABELLINI. IL DEBITO IN DOLLARI LO EMETTONO GLI AMERICANI. FORSE LO SA GIA', MA SEMBRA DI NO.

Ovvero: risposta punto per punto a chi ha studiato storia contemporanea e si e' convinto di aver capito la moneta moderna

Dunque. Alessandro Volpi, professore di Storia Contemporanea all'Universita' di Pisa, collaboratore di Altreconomia e Valori, viene intervistato sulla crisi del debito americano. L'analisi e' lunga, dettagliata, ricca di numeri, condita di scenari apocalittici. Qualcosa e' giusto. Molto e' sbagliato. E l'errore di fondo e' sempre lo stesso, ripetuto con la costanza encomiabile di chi non ha mai letto una pagina di Warren Mosler.

Il debito americano e' denominato in dollari. I dollari li emette la Federal Reserve. La Federal Reserve e' la banca centrale degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti non possono andare in default sul debito in dollari a meno che non lo decidano politicamente. Non perche' siano bravi. Non perche' siano potenti. Per definizione contabile.

Questo e' il punto di partenza. Tutto il resto dell'analisi di Volpi crolla come un castello di carte se si parte da qui.

PUNTO PRIMO: IL DEBITO A 39 TRILIONI E' UN PROBLEMA? DIPENDE DA CHI LO EMETTE.

Volpi ci dice che il debito federale americano ha superato i 39 trilioni di dollari, pari al 123% del PIL, con una crescita di 5 miliardi al giorno. Numeri corretti. Interpretazione sbagliata.

Il Giappone ha un debito al 260% del PIL. Da trent'anni. Denominato in yen. La Banca del Giappone e' la banca centrale giapponese. Il Giappone non e' mai andato in default. I tassi sui titoli di Stato giapponesi sono rimasti vicini allo zero per decenni. Dove e' la crisi che Volpi prevede per l'America?

La risposta e' nella domanda che Volpi non si fa mai: in che valuta e' denominato il debito?

Tutti i default storici della storia moderna sono stati su debiti in valuta estera. L'Argentina e' andata in default in dollari, valuta che non emette. La Grecia e' andata in crisi in euro, valuta che non controlla. La Russia del 1998 e' andata in default su debiti in dollari. Tutti, senza eccezione, hanno fatto default su debiti in valuta estera. Nessuno Stato sovrano che emette la propria valuta ha mai fatto default involontario sul debito in quella valuta. Mai. Nella storia. Punto.

Gli Stati Uniti emettono dollari. La Federal Reserve crea dollari premendo tasti su una tastiera, come ha spiegato il governatore della Banca d'Inghilterra nel paper istituzionale del 2014 intitolato "Money Creation in the Modern Economy". Non e' fantasia. Non e' MMT eretica. E' la descrizione operativa del funzionamento delle banche centrali moderne.

PUNTO SECONDO: I TASSI AL 4,5% SUI TREASURY SONO UN PROBLEMA? SI', MA NON QUELLO CHE PENSA VOLPI.

Il tasso sui Treasury non e' determinato dai mercati nel senso in cui Volpi intende. E' determinato dalla Federal Reserve, che fissa il tasso overnight e influenza tutta la curva dei rendimenti. La Fed puo' comprare Treasury in quantita' illimitata, come ha dimostrato dal 2008 in poi con il Quantitative Easing, abbassando i tassi a zero.

Il vero problema dei tassi alti non e' che gli Stati Uniti non possono permetterseli, perche' possono: creano i dollari per pagarli. Il vero problema e' distributivo: i tassi alti trasferiscono reddito dai contribuenti ai detentori di titoli di Stato, che sono prevalentemente i piu' ricchi. E' un problema di distribuzione del reddito e di scelte politiche, non di sostenibilita' finanziaria.

Warren Mosler lo spiega da trent'anni: il deficit americano e' il risparmio finanziario netto del settore privato mondiale. Ogni dollaro di debito americano e' un dollaro di attivita' finanziaria netta nel portafoglio di qualcuno. Eliminare il debito americano significherebbe eliminare quella ricchezza finanziaria.

PUNTO TERZO: LE ASTE CON DOMANDA 1,5 VOLTE L'OFFERTA SEGNALANO UNA CRISI?

Volpi ci dice che alle aste dei Treasury la domanda e' "spesso solo 1,5 volte l'offerta" e che questo e' preoccupante. Curiosa definizione di problema. Una domanda 1,5 volte l'offerta significa che per ogni dollaro di Treasury offerto ci sono 1,5 dollari che vogliono comprarlo. Il mercato e' in sovrabbondanza di domanda. Ma anche questo e' irrilevante. Se la domanda privata non fosse sufficiente, la Federal Reserve comprerebbe i Treasury direttamente. Lo ha fatto per migliaia di miliardi dal 2008 al 2022. Non c'e' limite tecnico alla capacita' della Fed di comprare Treasury.

PUNTO QUARTO: LE ASSICURAZIONI CONTRO IL DEFAULT AMERICANO COSTANO PIU' DI QUELLE ITALIANE?

Questo e' il punto piu' divertente dell'intera analisi. Si', i CDS sul debito americano costano a volte piu' di quelli sul debito italiano. E questo ci dice una cosa molto importante: i mercati dei CDS sono mercati speculativi dove si scommette su eventi, non strumenti di misura affidabili del rischio reale.

Perche' mai uno Stato che emette la propria valuta dovrebbe andare in default? Per definizione non puo'. L'unico motivo per cui il Congresso americano potrebbe non pagare i propri debiti e' politico: il debt ceiling. E' esattamente come se un uomo con il portafoglio pieno di soldi si rifiutasse di pagare il conto al ristorante per ragioni ideologiche. Il rischio non e' finanziario. E' politico.

Il debito italiano invece e' in euro, valuta che l'Italia non controlla. Se la BCE decidesse di smettere di comprare BTP, l'Italia avrebbe seri problemi. Come la Grecia nel 2010. Questo e' un rischio reale. Non comparabile con il debito americano in dollari.

PUNTO QUINTO: COME GESTIREBBE LA SITUAZIONE SE UN MMTers FOSSE AL POSTO DI TRUMP?

Prima cosa: abbassare i tassi d'interesse a zero. I tassi alti trasferiscono reddito verso i ricchi e strozzano l'economia reale. Il debito si "finanzia" da solo perche' la Fed crea i dollari necessari.

Seconda cosa: taglio delle tasse sui redditi bassi e sulla classe media. Non il taglio alla Trump che avvantaggia i ricchi, ma un trasferimento diretto alle famiglie con redditi sotto i 50.000 dollari l'anno. Questo stimola i consumi, fa girare l'economia reale, riduce la disuguaglianza.

Terza cosa: Job Guarantee. Un programma federale di garanzia del lavoro che offre un impiego a chiunque voglia lavorare a un salario minimo dignitoso. Questo elimina la disoccupazione involontaria e crea un'ancora antinflazionistica automatica.

Quarta cosa: investimento pubblico massiccio in infrastrutture, transizione energetica, ricerca, sanita' pubblica universale. Non finanziato con "debito da collocare sui mercati" ma con creazione diretta di moneta che mobilizza le risorse produttive reali disponibili.

Quinta cosa: tassazione progressiva sui grandi patrimoni finanziari per drenare la liquidita' speculativa che alimenta le bolle senza alzare i tassi d'interesse.

PUNTO SESTO: LA CINA COME POLO DI STABILITA'. UN'ANALISI PARZIALE.

Volpi ha ragione sul fatto che la Cina stia guadagnando influenza globale e che la sua capacita' produttiva crei dipendenze profonde nell'economia mondiale. Ma sbaglia quando contrappone la "stabilita'" cinese all'"instabilita'" americana come se fosse una questione di virtu'. E' una questione di struttura produttiva.

La differenza fondamentale e' che la Cina ha ancora capacita' produttiva reale da mobilitare. Gli USA, dopo trent'anni di deindustrializzazione, hanno un'economia sempre piu' basata sulla finanza e sui servizi. Questo e' il vero problema americano, non il debito in dollari.

LA VERA DIAGNOSI E LA TERAPIA CHE VOLPI NON VEDE

Il problema reale degli Stati Uniti non e' il debito. E' la diseguaglianza. E' la deindustrializzazione. E' il fatto che la crescita economica degli ultimi trent'anni e' andata quasi interamente all'1% piu' ricco della popolazione mentre i salari reali della classe media sono rimasti fermi.

Ma Volpi, come la maggior parte dei commentatori mainstream, continua a guardare il debito come se fosse il problema invece che il sintomo. E il motivo e' semplice: capire la moneta moderna richiederebbe di rimettere in discussione tutto il framework teorico con cui questi signori hanno costruito le loro carriere accademiche. E' piu' comodo continuare a spiegare la "crisi del debito americano" a platee di lettori che hanno gia' la conclusione in testa, che fare la fatica intellettuale di capire perche' uno Stato sovrano che emette la propria moneta non puo' fare default involontario.

Olindo Cervi, che non e' professore di storia contemporanea ma ha letto Mosler, Kelton, Wray, Godley e i comunicati stampa della Banca d'Inghilterra

mercoledì 27 maggio 2026

GIURICIN SCOPRE CHE L'ITALIA NON CRESCE. LA CAUSA? LA SPESA PUBBLICA. LA SOLUZIONE? MENO SPESA. IL RISULTATO? INDOVINATE.

Ovvero: come spiegare trent'anni di stagnazione italiana senza mai pronunciare le parole "avanzo primario"

Dunque. Andrea Giuricin, il nostro instancabile professore della Bocconi, specialista di privatizzazioni andate male e liberalizzazioni promesse e non mantenute, ha emesso un nuovo responso dalla sua cattedra digitale.

L'Italia spende 1.150 miliardi. L'economia non cresce da trent'anni. Il PNRR da 194 miliardi non ha cambiato nulla. Tanto debito per nulla. Anzi, per i nostri figli.

Bellissimo. Folgorante. Completo in tutti i suoi elementi. Tranne uno. Il più importante.

IL NUMERO CHE GIURICIN NON CITA MAI

1.150 miliardi di spesa pubblica. Giuricin ci dice quanto lo Stato spende. Non ci dice quanto incassa. E la differenza tra le due cifre è l'unica cosa che conta davvero per capire se lo Stato sta immettendo o togliendo risorse all'economia privata.

Le entrate fiscali italiane nel 2024 sono state circa 1.070 miliardi di euro. La spesa pubblica circa 1.150 miliardi. Il deficit è stato circa 80 miliardi, il 3,4% del PIL. Di questi 80 miliardi, circa 70 sono andati in pagamento di interessi sul debito, usciti dall'economia italiana per finire nei bilanci di banche e fondi istituzionali.

Il saldo primario, cioè entrate meno spesa al netto degli interessi, è stato sostanzialmente in pareggio. Lo Stato italiano nel 2024 ha incassato quanto ha speso, esclusi gli interessi. Non ha immesso risorse nette nell'economia privata. Ha distribuito da una tasca all'altra, togliendo con le tasse e rimettendo con la spesa.

E Giuricin si stupisce che l'economia non cresca.

IL PNRR IN AVANZO PRIMARIO: UN BICCHIERE CHE SI RIEMPIE E SI SVUOTA CONTEMPORANEAMENTE

I fondi del PNRR non sono stati deficit aggiuntivo puro. Sono stati in larga parte compensati dall'avanzo primario strutturale che l'Italia mantiene per rispettare i parametri europei. Ogni euro di PNRR speso veniva sterilizzato da tagli altrove o da maggiori entrate. Il saldo fiscale netto non è cambiato in modo sostanziale.

La vasca da bagno dell'economia italiana aveva un rubinetto nuovo chiamato PNRR. Ma lo scarico era ancora aperto. E lo scarico era più grande del rubinetto. La vasca non si è riempita. Giuricin guarda il rubinetto e dice che è inutile. Noi guardiamo lo scarico e diciamo che è quello il problema.

Un'identità contabile elementare, nota come equazione dei saldi settoriali di Wynne Godley, dice che il saldo finanziario netto del settore privato è uguale al deficit pubblico meno il saldo delle partite correnti. In parole povere: se lo Stato non fa deficit netto reale, il settore privato non accumula risparmio netto, non investe, non consuma, non cresce. Non è un'opinione. È una partita doppia. Vale sempre. Per costruzione matematica.

I TRENT'ANNI DI STAGNAZIONE: LA CAUSA CHE GIURICIN NON VEDE

Dal 1992 al 2022 l'Italia ha accumulato avanzi primari per oltre 900 miliardi di euro. Novecentomiliardi sottratti all'economia privata, drenati dal settore privato e trasferiti ai creditori del debito pubblico. Per trent'anni filati l'Italia ha tolto più di quanto ha dato, con la disciplina encomiabile di chi rispetta i parametri di Maastricht e riceve gli applausi di Bruxelles.

Risultato: PIL reale pro capite italiano nel 2022 inferiore a quello del 2000. Unico paese dell'OCSE con i salari reali più bassi nel 2022 rispetto al 1990. Un milione e mezzo di giovani emigrati. Disoccupazione giovanile al 40% durante la crisi del 2012.

Questa è la stagnazione italiana. Non è causata dall'eccesso di spesa pubblica. È causata dall'eccesso di tassazione rispetto alla spesa, cioè dall'avanzo primario che toglie potere d'acquisto al settore privato anno dopo anno dopo anno. Ma Giuricin guarda i 1.150 miliardi lordi e si indigna. Non guarda mai le entrate. Non calcola mai il saldo netto. Non pronuncia mai le parole "avanzo primario".

"TANTO DEBITO PER I NOSTRI FIGLI"

Eccola. La frase finale. Il colpo di teatro. I nostri figli che pagheranno il debito.

Peccato che questa frase contenga un errore fondamentale. Il debito pubblico italiano è denominato in euro. I titoli di Stato italiani sono detenuti per circa il 70% da soggetti italiani: banche italiane, fondi pensione italiani, assicurazioni italiane, famiglie italiane. Il debito pubblico italiano, nella parte detenuta da residenti, è contemporaneamente un debito dello Stato e un credito del settore privato italiano. Sono i risparmi delle famiglie italiane, i patrimoni dei fondi pensione, le riserve delle banche.

Quando i "nostri figli" pagheranno il debito, lo pagheranno in larga parte a sé stessi. È una redistribuzione interna, non un trasferimento verso un creditore esterno alieno che un giorno busserà alla porta. E finché il PIL cresce più degli interessi, il rapporto debito,PIL scende automaticamente senza bisogno di austerità. Il PIL cresce se lo Stato fa deficit reale. Cioè fa esattamente l'opposto di quello che Giuricin propone.

LA SOLUZIONE DI GIURICIN E DOVE PORTA

Giuricin non lo dice esplicitamente, ma il messaggio è chiaro: troppa spesa, troppo debito, bisogna tagliare. Vediamo dove ha portato questa ricetta dove è stata applicata più fedelmente.

La Grecia tra il 2010 e il 2015 ha tagliato la spesa pubblica del 30% in cinque anni, su richiesta della Troika. Risultato: PIL crollato del 25%, disoccupazione al 27%, disoccupazione giovanile al 60%, emigrazione di massa, sistema sanitario collassato. Dopo cinque anni di lacrime e sangue, il debito,PIL era più alto di prima perché il PIL era crollato più velocemente dei tagli.

Il Giappone fa deficit da trent'anni, ha un debito al 260% del PIL, e ha disoccupazione al 2,5%. Non è collassato. Non ha fatto default. I mercati non lo puniscono. Gli Stati Uniti fanno deficit strutturale da sempre. Sono la prima economia mondiale.

Ma Giuricin guarda i 1.150 miliardi italiani e dice che sono troppi. Non guarda la Grecia. Non guarda il Giappone. Non guarda gli Stati Uniti. Guarda solo il numero lordo, senza contesto, senza confronto, senza il saldo netto.

LA DOMANDA FINALE

Caro Giuricin, una domanda semplice. Se la spesa pubblica alta causa stagnazione, perché la Danimarca, con spesa al 55% del PIL contro il 49% italiano, cresce regolarmente? Perché la Svezia, con spesa al 50% del PIL, è tra le economie più dinamiche d'Europa? Perché la Germania nel decennio di austerità 2014,2019 ha lasciato marcire le proprie infrastrutture e poi si è scoperta meno competitiva della Cina?

La risposta è che non è il livello della spesa pubblica il problema. È la composizione della spesa e soprattutto il saldo netto rispetto alle entrate. Spesa produttiva in deficit fa crescere. Spesa finanziata interamente da tasse non fa crescere. Austerità fa decrescere.

Tre concetti elementari che richiedono di capire la differenza tra saldo lordo e saldo netto, tra stock e flusso, tra debito e deficit. Tre concetti che evidentemente non fanno parte del curriculum bocconiano di Giuricin.

Olindo Cervi, che non ha la Bocconi ma sa leggere un bilancio dello Stato e capire la differenza tra entrate e uscite

lunedì 25 maggio 2026

SETACCIOLI VISITA LA RUSSIA DAL SUO DIVANO E LA TROVA SULL'ORLO DEL BARATRO. I DATI 2025 HANNO UN'OPINIONE DIVERSA.

Ovvero: come costruire un'analisi del collasso russo senza leggere un dato di Rosstat, del FMI o della Banca Mondiale

Dunque. Marco Setaccioli ha scritto un lungo articolo sulla Russia sull'orlo del baratro. Fonti prestigiose, Fortune, The Guardian, The Economist, openDemocracy, tutte rigorosamente anglofone, tutte rigorosamente allineate sulla narrativa del collasso imminente russo. Peccato che l'economia russa, evidentemente, non legga The Guardian. E che i dati del 2025 raccontino una storia piuttosto diversa.

I DATI 2025 CHE SETACCIOLI NON CITA

Setaccioli dice che la Russia è "sull'orlo della recessione". Vediamo i numeri reali del 2025.

PIL russo 2025: il rallentamento è reale. Più 1,4% nel primo trimestre, più 1,1% nel secondo, più 0,6% nel terzo. La stima annuale di SberCIB è attorno allo 0,7%, in forte calo rispetto al più 4,3% del 2024. Il FMI ha rivisto al ribasso la previsione a 0,6%. La Banca Mondiale stima 0,9%.

Attenzione però: lo 0,7% di crescita è lo stesso ordine di grandezza della crescita italiana del 2024. L'economia russa nel 2025 cresce quanto cresceva l'Italia in tempo di pace, senza sanzioni, senza guerra. Chiamarla collasso è semplicemente falso.

PIL nominale russo 2025 secondo il FMI: circa 2.541 miliardi di dollari, nona economia mondiale, davanti a Canada e Brasile. In PPP è la quinta economia del pianeta. Non quella di un paese piccolo quanto la Spagna.

Disoccupazione russa secondo Rosstat: 2,1% a novembre 2025, minimo storico. A marzo 2026 risalita a 2,2%. Meno della metà del livello pre,pandemia del 4,8%. In Italia siamo al 5,7%.

Salari nominali secondo Rosstat: più 14,4% nei primi otto mesi del 2025, salari reali cresciuti del 4,4%. Inflazione 2025 chiusa al 5,59%, in netto calo dal 9,52% del 2024 e al di sotto delle previsioni della Banca Centrale che stimava 6,5,7%.

COSA STA SUCCEDENDO DAVVERO: LA LETTURA MMT

Il rallentamento del 2025 ha cause precise che Setaccioli non nomina perché farebbero crollare la sua narrativa.

La Banca Centrale russa ha mantenuto i tassi d'interesse al 21% per i primi sei mesi del 2025, poi li ha tagliati progressivamente fino al 16,5% a dicembre. Ventuno per cento. È la cura monetarista applicata all'inflazione da domanda di guerra: esattamente quello che la BCE ha fatto in Europa nel 2022,2023, con gli stessi effetti, raffreddamento dell'economia, credit crunch, stagnazione.

In termini MMT: uno Stato che emette la propria moneta può finanziare la spesa militare senza limiti finanziari. Il vincolo è reale: manodopera, materie prime, capacità produttiva. Quando la spesa pubblica in deficit fa girare l'economia a pieno regime arriva l'inflazione. La risposta della Banca Centrale russa è stata alzare i tassi al 21%, togliendo ossigeno all'economia civile. Il risultato è esattamente quello che la teoria prevedeva: crescita che frena, settori civili in contrazione. Non è il collasso del regime. È la politica monetaria restrittiva che funziona.

IL POWER OF SIBERIA 2: UNA TRATTATIVA, NON UN DISASTRO

Setaccioli racconta che il summit Putin,Xi è stato un disastro perché la Cina non ha firmato il gasdotto Power of Siberia 2. "Brutale asimmetria". Curioso. Perché gli scambi commerciali russo,cinesi nel 2024 hanno raggiunto 245 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto al 2021. La Cina rappresenta oggi oltre il 30% del volume totale degli scambi russi. Non firmare un gasdotto in un singolo summit è normale diplomazia commerciale, non catastrofe esistenziale.

LA TRAPPOLA DEL CONFIRMATION BIAS

Setaccioli cita Fortune, The Guardian, The Economist, openDemocracy. Tutte fonti favorevoli alle sanzioni e interessate a raccontare che funzionino. Il FMI nel World Economic Outlook dell'ottobre 2025 ha stimato crescita positiva per la Russia nel 2025, 2026 e 2027. L'Atlantic Council, che certo non è amico di Putin, scrive nero su bianco: "L'economia russa non è collassata, ma il Cremlino ha cominciato ad affrontare i trade,off che aveva rimandato." Non è il collasso di Setaccioli. È un'economia che rallenta per effetto della politica monetaria, esattamente come prevedono i modelli macroeconomici standard.

LA DOMANDA CHE NESSUNO FA

Se le sanzioni funzionano così bene, perché l'economia europea nel 2024 è cresciuta dello 0,4% mentre quella russa cresceva del 4,3%? Perché la Germania è entrata in recessione tecnica? Perché le bollette energetiche europee sono rimaste il doppio dei livelli pre,guerra? Le sanzioni non hanno fermato la Russia. Hanno però ridisegnato i flussi commerciali mondiali a favore della Cina e accelerato la de,industrializzazione europea.

CONCLUSIONE: IL BARATRO AGGIORNATO AL 2025

Il 2025 ha portato un rallentamento reale: da più 4,3% a circa più 0,7%. La causa principale è la politica monetaria ultra,restrittiva con tassi al 21%, non il collasso delle sanzioni. Il mercato del lavoro rimane il più teso della storia russa. I salari reali continuano a crescere. L'inflazione ha frenato chiudendo al 5,59%.

Non un baratro, non un collasso, ma un'economia militarizzata che rallenta perché la sua banca centrale stringe il credito. Esattamente quello che succede in qualsiasi economia quando si alzano i tassi al 21%.

Raccontarlo richiederebbe leggere Rosstat. E capire la differenza tra rallentamento ciclico e collasso strutturale. Due cose evidentemente non alla portata di tutti.

Olindo Cervi, che non scrive su nessun giornale importante ma almeno scarica i dataset prima di parlare di baratri

Fonti: Rosstat, Banca Mondiale, FMI World Economic Outlook ottobre 2025, SberCIB Investment Research, Atlantic Council, Trading Economics, Bank of Finland Institute for Economies in Transition, Levada Center, Banca Centrale della Federazione Russa

mercoledì 20 maggio 2026

IL VICOLO CIECO DI SETACCIOLI: LA DEMOGRAFIA RUSSA VISTA CON I DATI ROSSTAT

Ovvero: risposta con dati Rosstat a chi ha scoperto la demografia ma ha dimenticato l'economia

Marco Setaccioli, instancabile penna de L'Europeista, ci regala un articolo sulla crisi demografica russa. L'analisi sulle perdite al fronte e il "buco" demografico degli anni Novanta è corretta e documentata. Fin qui bene. Peccato che l'articolo cada in due trappole classiche: ignorare sistematicamente i dati economici reali della Russia, e non capire come funziona la spesa pubblica di uno Stato sovrano in guerra.

I DATI CHE SETACCIOLI NON CITA

L'articolo parla di "drammatico peggioramento della situazione economica" russa. Peggioramento. Drammatico. Vediamo cosa dicono i numeri di Rosstat, l'istituto statistico russo, e della Banca Mondiale.

PIL russo 2024: +4,3%. Non è un peggioramento. È la crescita più rapida dell'ultimo decennio, superiore a quella di Germania (,0,2%), Francia (+0,2%), Italia (+0,7%), e quasi tripla rispetto alla media dell'eurozona. Nel primo trimestre 2025 la crescita è rallentata al +1,4%, segnale di rallentamento, ma non esattamente un "crollo".

Disoccupazione russa secondo Rosstat: 2,2% a gennaio 2026. Il minimo storico assoluto. In Italia siamo al 5,7%. In Francia all'8%. Se questo è un "drammatico peggioramento", che cosa chiameremmo la situazione del mercato del lavoro italiano?

Salari russi secondo Rosstat: 97.645 rubli al mese a marzo 2025, con una crescita dei salari reali del 4,6% annuo. I redditi reali russi sono cresciuti a tassi mai visti da oltre un decennio. Il centro studi Levada certifica che la percentuale di russi con una visione positiva delle proprie finanze ha superato quella con una visione negativa.

Questi sono i dati. Possiamo non amarli, possiamo criticare Putin quanto vogliamo, ma i numeri sono quelli. Ignorarli non aiuta a capire la realtà.

LA SPESA PUBBLICA IN GUERRA: IL MOTORE CHE SETACCIOLI NON VEDE

Il punto che l'articolo manca completamente è questo: la Russia sta finanziando la guerra con spesa pubblica in deficit, e questa spesa sta gonfiando l'economia esattamente come la teoria economica prevede.

La spesa militare russa è passata dal 4% del PIL nel 2021 a oltre il 6% nel 2024, con un aumento previsto del 10% nel 2025. Questa spesa crea domanda, posti di lavoro, finanzia l'industria manifatturiera cresciuta dell'8% nel 2024. Non è magia: è keynesismo applicato alla guerra, lo stesso meccanismo che ha fatto uscire gli Stati Uniti dalla Grande Depressione durante la Seconda Guerra Mondiale.

Uno Stato che emette la propria moneta, come la Russia con il rublo, non può esaurire le risorse finanziarie per la guerra. Il vincolo non è monetario ma reale: manodopera, materie prime, capacità produttiva. E qui, paradossalmente, l'articolo di Setaccioli centra qualcosa di vero, ma senza capirne le implicazioni economiche. L'inflazione oltre il 9% e i tassi al 21% sono il segnale che l'economia russa sta girando a pieno regime, non che stia crollando.

LA DEMOGRAFIA: DOVE SETACCIOLI HA RAGIONE E DOVE ESAGERA

Il "buco demografico" degli anni Novanta è reale. Le perdite al fronte certificate da CSIS e Mediazona, 35.000 al mese tra morti e feriti gravi non recuperabili, sono cifre impressionanti. Ma Setaccioli dimentica alcune cose.

Prima: il "serbatoio reale" che l'articolo stesso calcola è di 6,8 milioni di uomini nelle fasce 20,55 anni. Alle perdite attuali ci vorrebbero oltre 16 anni per esaurirlo, senza contare nuovi volontari, meccanizzazione del conflitto, droni.

Seconda: i bonus d'ingresso per i volontari, fino a 5 milioni di rubli in alcune regioni, continuano ad attrarre soprattutto uomini delle province povere. La disoccupazione al 2,2% riduce l'attrattiva economica dell'arruolamento, ma le disparità territoriali compensano.

Terza: anche l'Ucraina ha i suoi problemi demografici. Kiev recluta con crescente difficoltà, ha abbassato l'età di arruolamento, ha vietato l'espatrio agli uomini in età militare. La "gara demografica" non è vinta a priori da nessuno.

IL PROBLEMA VERO

Il vero problema economico russo non è il collasso, ma la distorsione. Un'economia che mette il 6% del PIL in spesa militare sottrae risorse alla crescita civile di lungo periodo: meno investimenti in istruzione, meno innovazione, meno transizione tecnologica. I giovani sotto i 35 anni vengono risucchiati nell'industria bellica invece che nell'economia digitale.

Questo è il vero vicolo cieco: non il collasso militare a breve termine, ma l'impoverimento qualitativo dell'economia su dieci, quindici, vent'anni. Un paese che produce missili invece di software esce dalla guerra più povero in termini di capacità produttiva, anche se i numeri del PIL sembrano buoni nel breve periodo.

Ma questo è un argomento complesso, che non si presta a titoli semplici sul "vicolo cieco". E capisco che L'Europeista abbia i suoi lettori da accontentare.

Olindo Cervi, che non scrive su L'Europeista ma almeno scarica i dataset di Rosstat prima di parlare di "drammatico peggioramento economico"

Fonti: Rosstat, Banca Mondiale, Bank of Finland Institute for Economies in Transition, Trading Economics, CSIS, Mediazona

LA GUERRA DEI DAZI USA,CINA: CHI HA PAGATO IL CONTO? (SPOILER: GLI AMERICANI)

Quello che gli economisti hanno scoperto e Trump non ha mai detto ai suoi elettori

Nel 2018 Donald Trump ha dichiarato guerra commerciale alla Cina. Dazi su dazi, minacce su minacce, tweet su tweet. L'obiettivo dichiarato era semplice: proteggere i lavoratori americani, far pagare alla Cina il costo della sua "slealtà commerciale", riportare le fabbriche in America.

Quattro anni dopo, un gruppo di economisti del National Bureau of Economic Research, il più autorevole istituto di ricerca economica americano, ha pubblicato uno studio che risponde alla domanda che tutti avrebbero dovuto fare prima: chi ha pagato davvero il conto?

La risposta è scomoda. E vale la pena leggerla con calma.

CHE COSA SONO I DAZI, IN PAROLE SEMPLICI

Un dazio è una tassa che si paga quando si importa qualcosa dall'estero. Se importi scarpe dalla Cina e c'è un dazio del 25%, paghi il prezzo delle scarpe più il 25% allo Stato americano.

La domanda chiave è: chi assorbe questo costo aggiuntivo? Ci sono due possibilità. O il produttore cinese abbassa il prezzo delle sue scarpe per compensare il dazio e restare competitivo, e in quel caso è la Cina a pagare. Oppure il prezzo rimane invariato e il dazio si scarica sull'importatore americano, e in quel caso sono gli americani a pagare.

Trump sosteneva la prima versione. La Cina avrebbe pagato. Gli americani avrebbero guadagnato.

COSA DICONO I DATI

Lo studio di Fajgelbaum e Khandelwal (NBER Working Paper n. 29315, 2021) ha analizzato i dati reali. Cosa è successo davvero ai prezzi dopo l'introduzione dei dazi?

Il risultato è netto: i prezzi cinesi non sono scesi. I produttori cinesi non hanno abbassato i loro prezzi per compensare i dazi americani. Di conseguenza, il costo dei dazi si è scaricato integralmente sugli importatori americani, cioè sulle aziende e sui consumatori degli Stati Uniti.

In gergo tecnico si chiama "pass-through completo". Significa che ogni centesimo di dazio è diventato un centesimo in più pagato dagli americani. Non dalla Cina.

Con dazi medi del 22%, gli importatori americani hanno subito una perdita complessiva pari allo 0,58% del PIL americano. Sono circa 130 miliardi di dollari all'anno trasferiti dalle tasche degli americani alle casse del governo americano, non dalla Cina all'America, come Trump prometteva.

MA ALLORA I DAZI NON SERVONO A NIENTE?

Non esattamente. I dazi hanno prodotto del gettito fiscale per il governo americano. E hanno protetto alcune industrie americane dalla concorrenza cinese: la siderurgia, per esempio, ha beneficiato dei dazi sull'acciaio.

Ma qui arriva il secondo colpo di scena.

Lo studio di Flaaen e Pierce (2019) ha analizzato l'occupazione manifatturiera americana dopo i dazi. Risultato: sì, alcune aziende protette dalla concorrenza cinese hanno assunto qualche lavoratore in più. Ma molte altre aziende americane, quelle che usano componenti e materie prime importate dalla Cina, hanno visto aumentare i loro costi di produzione. E hanno licenziato.

Il saldo finale? L'occupazione manifatturiera americana non è aumentata. I posti di lavoro creati dalla protezione tariffaria sono stati più che annullati dai posti di lavoro persi a causa dei maggiori costi degli input.

Trump aveva promesso di riportare le fabbriche in America. Le fabbriche non sono tornate.

LA RAPPRESAGLIA CINESE E CHI HA PAGATO

La Cina non è rimasta a guardare. Ha risposto con dazi sulle esportazioni americane: circa 100 miliardi di dollari di prodotti americani colpiti, con tariffe medie salite al 20,8%.

E qui c'è un dettaglio politicamente esplosivo, documentato dallo studio di Blanchard e colleghi: la Cina ha scelto con cura cosa colpire. Il 27% dei dazi cinesi ha riguardato prodotti agricoli americani, soia, mais, carne di maiale. Prodotti tipici degli Stati rurali del Midwest e delle Pianure, storicamente repubblicani, storicamente elettori di Trump.

Le contee americane più esposte ai dazi di ritorsione cinesi hanno registrato un calo dell'occupazione dello 0,75 punti percentuali rispetto alle contee meno esposte. E alle elezioni congressuali del 2018, nelle stesse contee, il sostegno ai candidati repubblicani è diminuito.

La Cina, in altre parole, ha risposto colpendo esattamente gli elettori di Trump. E ci ha azzeccato.

QUANTO HA PERSO CIASCUNO

Gli economisti hanno calcolato la perdita complessiva di benessere, cioè quanto è diminuito il reddito reale di ciascun paese a causa della guerra commerciale.

Per gli Stati Uniti: tra lo 0,04% e lo 0,17% del PIL, a seconda dei modelli utilizzati. Non una cifra enorme in termini assoluti, ma significativa se si considera che era evitabile.

Per la Cina: circa lo 0,29% del PIL. La Cina ha pagato un po' di più in termini relativi.

Ma c'è un dato che i modelli economici tradizionali faticano a spiegare: i mercati azionari americani hanno reagito agli annunci dei dazi con cali cumulativi del 12,9% nelle finestre di tre giorni intorno agli eventi chiave. Un crollo molto più grande di quello che i modelli prevedevano. Il che suggerisce che gli investitori, quelli che mettono i soldi veri, si aspettavano conseguenze molto peggiori di quelle poi misurate dagli economisti con i modelli statici. Questa discrepanza non è ancora stata spiegata in modo soddisfacente.

LA LEZIONE CHE VALE ANCHE OGGI

La guerra dei dazi USA,Cina è stata presentata come una battaglia per i lavoratori americani contro l'ingiustizia cinese. I dati raccontano una storia diversa: una tassa nascosta pagata dai consumatori americani, nessun guadagno netto di occupazione, e una rappresaglia cinese mirata a colpire proprio gli elettori che avevano creduto alle promesse.

Questo non significa che il commercio internazionale sia sempre giusto o che non esistano pratiche scorrette da parte della Cina. Significa che i dazi, così come sono stati usati, non erano lo strumento giusto per affrontarle. Erano uno strumento semplice da spiegare in un tweet e difficile da difendere con i dati.

Vale la pena ricordarlo oggi, nel 2025,2026, mentre il dibattito sui dazi torna di moda in mezzo mondo.

Olindo Cervi, che non ha la Bocconi ma legge i working paper del NBER

Fonte: Fajgelbaum P.D., Khandelwal A.K. (2021). "The Economic Impacts of the US,China Trade War". NBER Working Paper No. 29315.

martedì 19 maggio 2026

il Professor Monacelli, la Cina e la Bocconi

PROFESSOR MONACELLI, LA CINA HA LETTO IL SUO TWEET E NON SI È MESSA A RIDERE

Ovvero: quando il più grande importatore di petrolio al mondo decide che il prezzo della benzina lo decide lui, e non "il mercato"

Il Professor Tommaso Monacelli della Bocconi, che a quanto pare viene pagato per spiegarci l'economia, ha formulato la sua Regola Numero 1. Una regola assoluta. Inderogabile. Scritta col maiuscolo, come si conviene alle tavole della legge:

"A rincari energetici NON si reagisce con sussidi."

"Non si soffia su domanda quando il prezzo elevato è sintomo di eccesso di domanda."

"È come spegnere il fuoco con la carta."

Bellissimo. Folgorante. Peccato che qualcuno si sia dimenticato di spiegarlo alla Cina.

IL CASO CHE IL PROFESSOR MONACELLI PREFERISCE IGNORARE

La Cina è il più grande importatore di petrolio al mondo. Non il secondo. Non il terzo. Il primo, con oltre 500 milioni di tonnellate di greggio importate l'anno. Quando il prezzo del petrolio sale sui mercati internazionali, la Cina dovrebbe, secondo la Regola Numero 1 del Professore, lasciare che il prezzo della benzina alla pompa salga, scoraggiare la domanda, e far funzionare la magia del mercato.

Invece la Cina ha fatto una cosa diversa. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma — l'ente statale cinese che pianifica i prezzi — ha semplicemente fissato un tetto al prezzo dei carburanti alla pompa. Punto. Il governo decide quanto costa la benzina. Gli automobilisti cinesi pagano quello che il governo stabilisce. Il mercato, in questo caso, può aspettare.

Come chiamerebbe il Professor Monacelli questa politica? Probabilmente: "Errore madornale. Eccesso di domanda garantito. Fuoco spento con la carta."

Come chiamerebbe invece il risultato? Perché quello è il punto: la Cina continua a crescere, le sue imprese continuano a produrre, i suoi lavoratori continuano ad andare al lavoro, e nessuno è stato costretto a scegliere tra fare benzina e comprare da mangiare.

LA REGOLA CHE IL PROFESSORE NON CONOSCE: CHI EMETTE LA MONETA DETERMINA I PREZZI

Il punto che la Regola Numero 1 ignora completamente è questo: il monopolista della moneta lo Stato, la banca centrale, il governo con i coglioni, ha sempre la capacità di determinare i prezzi se lo desidera. Non è fantascienza. Non è economia eterodossa. È quello che fanno gli Stati ogni volta che decidono che il mercato sta producendo un risultato socialmente inaccettabile.

Quando il governo cinese dice "la benzina costa X yuan al litro", la benzina costa X yuan al litro. Fine. Il mercato del petrolio internazionale può fare quello che vuole: Pechino decide cosa pagano i suoi cittadini. Questo è il potere dello Stato come monopolista della propria valuta e come fissatore dei prezzi amministrati.

Il problema dell'inflazione energetica del 2021-2023 in Europa non era che i governi avevano sussidiato troppo esattamente come suggerisce Monacelli di NON fare. Il problema era che l'Europa aveva deciso di non fissare un tetto al prezzo del gas e dell'energia, lasciando che il mercato — già distorto, già speculativo, già dominato da pochi grandi operatori — si regolasse da solo.
Risultato: bollette triplicate, inflazione alle stelle, famiglie in difficoltà.

L'ECCESSO DI DOMANDA CHE NON C'ERA

Ma torniamo alla diagnosi del Professore. L'inflazione energetica è sintomo di eccesso di domanda.
Se sussidio la domanda, la domanda aumenta, i prezzi salgono ancora.

Peccato che nel 2021-2023 non ci fosse nessun eccesso di domanda di petrolio. C'era una riduzione dell'offerta: la guerra in Ucraina aveva tagliato le forniture di gas russo, i paesi OPEC avevano ridotto la produzione, le catene di approvvigionamento erano ancora distorte dalla pandemia. Era inflazione da offerta, non da domanda. Lo dicevamo qui su questo blog già allora. Lo dicono oggi anche i ricercatori mainstream che si sono degnati di guardare i dati.

Somministrare la cura da "eccesso di domanda" a una crisi da "carenza di offerta" è come prescrivere diuretici a qualcuno che è disidratato.
Non cura niente.
Peggiora la situazione.

Eppure il Professore una domanda non se la fa mai: ma questa crisi è davvero da eccesso di domanda? 
Dà per scontato che lo sia fissa la diagnosi prima di visitare il paziente.
Poi prescrive la terapia e si stupisce se il paziente peggiora.

LA DOMANDA FINALE, PROFESSOR MONACELLI

Le pongo qualche domanda semplice, da uomo senza titoli della Bocconi.

Se il rincaro energetico è causato da speculazione finanziaria sui mercati a termine,che gonfia il prezzo della benzina ben al di là del costo reale di estrazione e raffinazione, alzare i tassi e tagliare i sussidi riduce la speculazione o la incentiva?

Se il rincaro energetico è causato da un monopolio di fatto delle compagnie petrolifere che incassano profitti record mentre le famiglie stringono la cinghia, tassare quei profitti è "soffiare sul fuoco" o è redistribuire?

Se lo Stato cinese può fissare il prezzo della benzina e la Cina continua a funzionare, perché lo Stato italiano non potrebbe fare lo stesso, almeno temporaneamente, per proteggere famiglie e imprese da uno shock esogeno?

Queste domande non hanno risposta nella Regola Numero 1, perché la Regola Numero 1 non è stata scritta per rispondere alle domande difficili ma è stata scritta per avere sempre una risposta semplice da twittare.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma sa che il più grande importatore di petrolio al mondo ha deciso che il prezzo della benzina lo decide lo Stato, non il mercato.

lunedì 18 maggio 2026

450 MILIARDI SPESI E NON SI VEDE NIENTE. SARÀ MICA CHE LI ABBIAMO RESTITUITI?

Ovvero: come confondere la spesa pubblica lorda con la spesa pubblica netta, e farne un video da 1.714 like.

Il Professor Michele Boldrin, economista, fondatore del partito ORA! e instancabile fustigatore dello spreco pubblico, ha diffuso un video in cui ci spiega con tono da chi ha appena smascherato una truffa colossale che l'Italia ha speso 450 miliardi di euro e non si vede nessuna differenza. Quindi la spesa pubblica non serve a niente. Quindi lo Stato è uno spreco. Quindi tagliamo tutto.

Potete vedere il Professore in azione qui: 450 MILIARDI di euro e non è cambiato nulla!

1.714 like. Bene.

Peccato che il ragionamento abbia un piccolo problema. Un problemino tecnico. Una cosuccia da niente che si chiama avanzo primario.

IL TRUCCO CHE IL PROFESSORE NON CONOSCE

Quando lo Stato italiano spende 450 miliardi, non li butta tutti nell'economia come se piovesse. Se raccoglie più di quanto spende, al netto degli interessi sul debito, si dice che lo Stato fa avanzo primario. L'Italia fa avanzo primario da trent'anni. Trent'anni di fila. Siamo stati campioni europei e mondiali di austerità fiscale.

Tradotto in italiano semplice: lo Stato prende 100 dai cittadini con le tasse e ne ridà 95 sotto forma di servizi, stipendi, pensioni, investimenti. I 5 che avanzano li usa per pagare gli interessi ai creditori del debito pubblico — banche, fondi, investitori istituzionali.

Quindi la domanda giusta non è "abbiamo speso 450 miliardi e non si vede niente?". La domanda giusta è: quanti soldi ha tolto lo Stato dall'economia mentre li spendeva?

Se togli 460 miliardi di tasse e ne rimetti 450, il saldo netto per l'economia privata è meno 10 miliardi. Hai tolto più di quanto hai dato. L'economia si contrae. E poi ti chiedi perché non si vede la differenza.

È come svuotare il mare con un secchio e riempirlo con mezzo secchio, e poi stupirsi che il livello dell'acqua scenda.

I NUMERI CHE IL PROFESSORE NON CITA

Dal 1992 al 2022 l'Italia ha accumulato avanzi primari per oltre 900 miliardi di euro. Novecentomiliardi. Tolti dall'economia, sottratti alla domanda aggregata, drenati dal settore privato per essere trasferiti ai creditori del debito pubblico.

In quello stesso periodo, il PIL italiano in termini reali è cresciuto meno di qualsiasi altro paese dell'eurozona. La produttività è rimasta ferma. I salari reali sono diminuiti — unico paese nell'OCSE con i salari reali più bassi nel 2022 rispetto al 1990. La disoccupazione giovanile ha toccato il 40% durante la crisi del 2012-2014.

Coincidenza? No. Conseguenza diretta di trent'anni di politica fiscale restrittiva spacciata per "responsabilità".

LA CONTABILITÀ NAZIONALE CHE SMONTA TUTTO

C'è una identità contabile. Non è un'opinione ma un'identità matematica che si chiama equazione dei saldi settoriali, elaborata dall'economista Wynne Godley negli anni Settanta.

Dice così: Saldo settore privato + Saldo settore pubblico + Saldo estero = 0.

In parole povere: se lo Stato è in surplus, cioè incassa più di quanto spende, il settore privato deve essere in deficit. Sono i due lati della stessa medaglia. Ogni euro di avanzo primario dello Stato è un euro in meno nelle tasche delle famiglie e delle imprese italiane. Non è ideologia, ma è matematica. È la stessa logica con cui funziona un bilancio familiare.

QUEI 450 MILIARDI DOVE SONO ANDATI?

Buona parte è andata in servizi reali. Sanità, istruzione, pensioni, forze dell'ordine, infrastrutture nella spesa che si vede: gli ospedali ci sono, le scuole ci sono, le strade ci sono. Fanno schifo ma ci sono.

Ma una parte significativa di quella spesa è stata finanziata togliendo i soldi dai contribuenti con una pressione fiscale tra le più alte d'Europa mentre un'altra parte, circa 70-100 miliardi l'anno di soli interessi sul debito, è uscita dall'economia italiana per finire nelle tasche dei creditori finanziari (banche, assicurazioni, fondi d'investimento e oligarchi italiani).

Quindi il Professore dovrebbe riformulare la domanda così: "L'Italia ha speso 450 miliardi, ma ne ha anche tolti 460 di tasse, e ne ha regalati 75 di interessi alle banche. Avete visto qualche differenza?" La risposta sarebbe: sì, certo in peggio.

LA DOMANDA CHE NESSUNO FA MAI

Cosa sarebbe successo se l'Italia, invece di fare avanzo primario per trent'anni, avesse fatto deficit primario investendo la differenza in istruzione, ricerca, infrastrutture, transizione energetica?

Guardate la Corea del Sud nel 1960: paese distrutto dalla guerra, PIL pro capite da fame, nessuna industria. Lo Stato ha investito massicciamente, ha guidato lo sviluppo industriale, ha finanziato l'istruzione pubblica universale. Oggi la Corea del Sud ha un PIL pro capite superiore all'Italia.

Guardate gli Stati Uniti negli anni Cinquanta e Sessanta: deficit federali, investimenti pubblici massicci in autostrade, università, ricerca militare che ha generato internet, GPS, i microprocessori. La più grande crescita economica della storia americana.

In Italia invece abbiamo fatto avanzo primario, tagliato la spesa, privatizzato, liberalizzato e il Professore si chiede perché non si vede la differenza.

La differenza si vede, caro Professore. Si vede nei giovani che emigrano, nei salari fermi da trent'anni, nelle università sottofinanziate, nelle infrastrutture che crollano e si vede nella sanità pubblica allo sfascio.

Quella è la differenza. 

Ed è esattamente quella che ci si doveva aspettare da trent'anni di politica fiscale restrittiva applicata con disciplina encomiabile e risultati eccellenti per un disegno economico assolutamente criminale.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma sa distinguere la spesa lorda dalla spesa netta

domenica 17 maggio 2026

IL SIGNOR ERNESTO E LA SCOPERTA DELL'ACQUA CALDA: LA SPESA PUBBLICA FA BENE SE È PRODUTTIVA

 Ovvero: il nostro signor Ernesto economista da tastiera reinventa Keynes senza saperlo, e poi lo insulta

Veniamo al dunque. 

Un altro sapientone si affaccia su X.com con grafici, acronimi in maiuscolo e la certezza di chi ha appena scoperto la penicillina. 

Riassumendo e togliendo i grafici il nostro amico afferma :

Perchè é importante il rapporto Produttività Totale dei Fattori su Spesa Pubblica(curva rossa asse sx)?

La TFP misura quanto efficientemente si usano lavoro e capitale.


La spesa pubblica incide su questa efficienza perché:

Incrementa il capitale pubblico: infrastrutture e beni pubblici complementari a quelli privati (es. una buona rete stradale fa aumentare la produttività delle imprese).

MIGLIORA IL CAPITALE UMANO(NOI): più istruzione e ricerca → lavoratori e imprese più innovativi.

Cosa succede in Italia?

La composizione della spesa è sbilanciata: troppa spesa corrente, assorbita dalla pubblica amministrazione specialmente, e poca spesa in investimenti produttivi e R&S.

Questo concetto é malcompreso(o volutamente ignorato).

L' economia neomelodica vuole un'impresa al servizio dello stato quando la mission é esattamente contraria.

Lo Stato deve essere, tramite i suoi SERVITORI, al SERVIZIO dell'impresa privata che ne sopporta il costo ricevendo di ritorno ausilio fondamentale per ammortizzarlo.

Chi dovrebbe spiegarvi quanto sopra, chi vi forma ad esempio, sovente é parte del problema.

Fa politica e manca ai suoi doveri grazie a privilegi anacronistici (non é sul mercato, non subisce concorrenza, é impermeabile al ciclo economico).

Prima o poi questo argomento andrà affrontato seriamente.

Leggere sciocchezze come questa (é un mio parere ovviamente) non é più tollerabile.

La politica nelle Università non é più tollerabile.

L'istruzione pubblica é un servizio fondamentale e la politica la sta distruggendo.

Vediamo di rispondere al nostr amico Signor Ernesto.

Stavolta il tema è la TFP (Total Factor Productivity) e il suo rapporto con la spesa pubblica. 

Argomento serio, trattato nel modo più confuso possibile.

Andiamo per punti, con la pazienza che la cosa merita.

LA GRANDE SCOPERTA: LA SPESA PUBBLICA PRODUTTIVA FA BENE

Il nostro amico ci spiega, con toni da rivelazione apocalittica, che la spesa pubblica in infrastrutture e istruzione aumenta la produttività. 

Le strade buone fanno bene alle imprese. 

L'istruzione produce lavoratori più capaci. 

La ricerca genera innovazione.

Benissimo. Vero al 100%.

Peccato che questa cosa la sapesse già Keynes nel 1936 e la sapeva Abba Lerner negli anni Quaranta e la sa chiunque abbia mai aperto un manuale di economia pubblica.

Persino la Banca Mondiale, che non è esattamente un covo di comunisti, pubblica da decenni studi che dimostrano come gli investimenti pubblici in infrastrutture abbiano moltiplicatori superiori a 1,5 — cioè ogni euro speso genera più di un euro di PIL.

Quindi la "scoperta" del nostro amico è che bisogna spendere bene i soldi pubblici invece di spenderli male.

Grazie. 

Illuminante. 

Riformuliamo: dobbiamo fare le cose buone invece delle cose cattive. 

Questo è il contributo alla teoria economica.

IL PARAGRAFO CAPOLAVORO: LO STATO AL SERVIZIO DELL'IMPRESA

Poi arriva il momento clou. Cito testualmente, perché nessuna parafrasi renderebbe giustizia alla cosa:

"Lo Stato deve essere, tramite i suoi SERVITORI, al SERVIZIO dell'impresa privata che ne sopporta il costo ricevendo di ritorno ausilio fondamentale per ammortizzarlo."

Fermiamoci qui un momento.

Lo Stato che emette la moneta, che definisce i diritti di proprietà, che garantisce i contratti,  che forma i lavoratori, che costruisce le strade su cui girano i camion delle imprese private  sarebbe un SERVITORE dell'impresa privata.

L'impresa privata "sopporta il costo" dello Stato.

Pagando le tasse, si intende.

Noi ragionieri (non economisti) ci facciamo sempre qualche domanda e ci chiediamo da dove vengono i soldi con cui le imprese pagano le tasse. 

Dai ricavi. 

E i ricavi da dove vengono? 

Dai clienti. 

I clienti con che cosa pagano? 

Con i loro redditi.

I redditi da dove vengono?

Dal lavoro. 

La forza lavoro da chi è formata? 

Dallo Stato, con l'istruzione pubblica che il nostro amico stesso ha appena elogiato.

Quindi il settore privato nel suo complesso non può pagare più tasse di quanti soldi lo Stato ha immesso nell'economia attraverso la spesa pubblica e il deficit. 

È una identità contabile, non un'opinione. 

Se lo Stato spende 100 e raccoglie 90 di tasse, il settore privato nel suo complesso ha guadagnato 10. Se lo Stato spende 100 e raccoglie 110, il settore privato nel suo complesso ha perso 10. 

È aritmetica delle partite doppie e non è ideologia.

LA CONTRADDIZIONE GLORIOSA

Il capolavoro del tweet sta nella contraddizione interna che il suo autore non sembra notare.

Da un lato: la spesa pubblica in istruzione, infrastrutture e ricerca è fondamentale per la produttività. Bisogna farla perchè è essenziale.

Dall'altro: lo Stato è un servitore dell'impresa privata, i dipendenti pubblici sono "servitori" con "privilegi anacronistici", la politica nelle università "non è più tollerabile", l'istruzione pubblica va difesa ma chi la gestisce va criticato.

Quindi: vogliamo più investimenti pubblici in istruzione e ricerca, ma chi lavora nelle università ha privilegi anacronistici e fa politica invece di lavorare. 

Vogliamo più capitale pubblico, ma lo Stato è un servitore dell'impresa. 

Vogliamo spesa produttiva, ma la spesa corrente, quella che paga gli stipendi dei ricercatori, dei professori, degli ingegneri e delle infrastrutture è il problema.

Come si fa a investire in istruzione senza pagare gli insegnanti? Come si costruisce un'infrastruttura senza pagare i tecnici pubblici che la progettano e la sorvegliano? Come si fa ricerca senza finanziare i ricercatori?

Mistero.

COSA DICE LA MMT

La MMT è d'accordo che la composizione della spesa pubblica conta. 

Anzi, è uno dei suoi punti centrali: lo Stato non dovrebbe preoccuparsi del deficit in astratto, ma di cosa compra con quel deficit. 

La spesa in istruzione, ricerca e infrastrutture crea capacità produttiva reale, riduce i colli di bottiglia, aumenta la produttività di lungo periodo. 

La spesa in sussidi a settori improduttivi, spesa assistenziale senza accompagnamento al lavoro, spesa militare fine a sé stessa portano molto meno utile.

Fin qui siamo d'accordo con il nostro amico. 

Ma la MMT aggiunge qualcosa di fondamentale che la sua analisi ignora completamente: uno Stato che emette la propria moneta non è vincolato finanziariamente. 

Non ha bisogno di "trovare i soldi" prima di spendere. Il vincolo è reale e basato su risorse, lavoro, capacità produttiva e non finanziario.

Questo significa che il problema dell'Italia non è che "non ci sono soldi per investire". 

I soldi li crea la Banca Centrale Europea su richiesta. 

Il problema è politico: la scelta di non investire, di tagliare la spesa produttiva per rispettare parametri europei pensati in funzione di interessi finanziari, non dell'economia reale.

Il nostro amico ha identificato il sintomo (spesa pubblica mal composta) ma ha sbagliato completamente la diagnosi: non è colpa dei professori universitari di sinistra. È colpa di trent'anni di austerità che hanno tagliato proprio quella spesa produttiva che lui ora giustamente rimpiange.

LA CONCLUSIONE

Ricapitolando: il nostro amico ha scoperto che bisogna spendere bene i soldi pubblici. Giusto. Ha scoperto che le infrastrutture e l'istruzione aumentano la produttività. Giusto. Ha scoperto che in Italia si spende male. Giusto.

Poi ha concluso che lo Stato deve essere un servitore dell'impresa privata, che i professori universitari sono il problema, e che chi non è "sul mercato" non ha diritto di parlare di economia.

Il problema è che questa conclusione contraddice le premesse. 

Per avere buone infrastrutture, buona istruzione e buona ricerca serve uno Stato forte, ben finanziato, con dipendenti pubblici competenti e ben pagati — non servitori in livrea che chiedono il permesso all'impresa privata prima di aprire una scuola.

Ma questa cosa, evidentemente, non è ancora tollerabile.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma almeno non si contraddice nello stesso tweet