sabato 30 maggio 2026

CARO TREZZI, TI RISPONDO IO: HAI SBAGLIATO TUTTO.

Riccardo Trezzi, economista, ex BCE, brillante conoscitore dei meccanismi monetari che pero' inspiegabilmente continua a non applicare, ci chiede dove sbaglia nella sua analisi dell'Italia. 

E' una domanda onesta a cui rispondo con la stessa onesta'. 

Sbaglia tutto. 

Ma non nei dettagli che elenca. 

Sbaglia nella premessa che non enuncia e sbaglia nel modo in cui un medico che ha fatto la diagnosi sbagliata continua a chiedersi perche' il paziente non guarisce, senza mai rimettere in discussione la diagnosi.

IL SINTOMO CHE TREZZI SCAMBIA PER LA MALATTIA

Trezzi elenca: i giovani sono pochi e senza soldi. I boomers sono davanti alla tv. Il giornalismo e' andato. 

Nessuna domanda per l'analisi seria. Li tratta come cause del declino italiano, quando sono effetti. 

Sono i sintomi, non la malattia.

La malattia si chiama: trent'anni di austerità fiscale, avanzo primario strutturale, compressione della domanda aggregata, deindustrializzazione progressiva, blocco degli investimenti pubblici, stagnazione dei salari reali.

Dal 1992 al 2022 l'Italia ha accumulato avanzi primari per oltre 900 miliardi di euro. Novecentomiliardi sottratti al settore privato, trasferiti ai creditori del debito pubblico. 

Il PIL reale pro capite italiano nel 2022 era inferiore a quello del 2000. Siamo l'unico paese dell'OCSE con salari reali piu' bassi oggi rispetto al 1990. Un milione e mezzo di giovani sono emigrati nell'ultimo ventennio. La disoccupazione giovanile ha toccato il 40% durante la crisi del 2012-2014.

Trezzi si chiede perche' i giovani non hanno soldi e non protestano. 

La risposta e': perchè li abbiamo mandati via. 

Quelli rimasti non hanno energie per protestare perche' lavorano part time involontario a 900 euro al mese. Non e' apatia ma sopravvivenza.

I BOOMERS DAVANTI ALLA TV: UN'ANALISI SOCIOLOGICA CHE DIMENTICA L'ECONOMIA

I boomers hanno pensioni decenti, case di proprieta' pagate negli anni Settanta e Ottanta, risparmi accumulati quando i salari crescevano e lo Stato investiva. 

Ovviamente non vogliono cambiamenti: il sistema attuale li protegge. 

Ma questo non e' una colpa loro ma è il risultato di politiche economiche che hanno trasferito ricchezza dalle generazioni future a quelle presenti attraverso la compressione della spesa pubblica produttiva.

Quando lo Stato riduce il deficit strutturale anno dopo anno, toglie risparmio netto al settore privato. 

Ma non lo toglie in modo neutrale: lo toglie ai giovani, ai precari, ai lavoratori a basso reddito. 

E' redistribuzione verso l'alto, silenziosa, automatica, che non fa notizia.

IL GIORNALISMO MILITANTE: CAUSA O EFFETTO?

Trezzi si lamenta del giornalismo militante come se fosse una causa del declino. 

E' invece un effetto. 

Il giornalismo serio costa e richiede lettori disposti a pagare per contenuti di qualità. 

Questo richiede una classe media benestante con reddito disponibile. Quando schiacci i redditi per trent'anni, ottieni esattamente il giornalismo di bassa qualità che Trezzi deplora che non è una causa ma una conseguenza.

DOVE SBAGLIA TREZZI: LA RISPOSTA VERA

Trezzi sbaglia perche' la sua analisi e' puramente descrittiva e sociologica, e manca completamente della dimensione macroeconomica causale. 

Sbaglia perchè elenca i sintomi senza fare la diagnosi.

Sbaglia perchè, conoscendo perfettamente la macroeconomia monetaria, non applica quel framework all'analisi italiana. 

Lui sa benissimo che il deficit pubblico e' il risparmio netto del settore privato e sa benissimo che trent'anni di avanzo primario equivalgono a trent'anni di drenaggio di risparmio dal settore privato e sa benissimo che la stagnazione italiana coincide perfettamente con la stagione dell'austerità post-Maastricht. 

Ma non lo dice.

Se Trezzi applicasse all'Italia lo stesso rigore che usa per altri paesi, la diagnosi sarebbe che l'Italia ha seguito scrupolosamente le prescrizioni dell'austerità europea. 

Ha mantenuto avanzi primari per trent'anni e ha compresso la spesa pubblica produttiva privatizzando, liberalizzando e flessibilizzando il mercato del lavoro. 

Ha fatto tutto quello che il mainstream raccomandava. 

Risultato: stagnazione, emigrazione giovanile, impoverimento della classe media, polarizzazione politica, declino culturale e non e' un caso. 

Non e' colpa dei boomers ma è la conseguenza prevedibile di politiche economiche sbagliate.

Dove sbaglia Trezzi? Sbaglia nell'ultima riga. Non dovrebbe chiedersi "dove sbaglio?". Dovrebbe chiedersi: "Perchè so la risposta e continuo a non dirla?"

Olindo Cervi, che non e' Warren Mosler ma gli ha letto tutti i libri

PROFESSOR VOLPI, IL DEBITO IN DOLLARI LO EMETTONO GLI AMERICANI. FORSE LO SA GIA', MA SEMBRA DI NO.

Ovvero: risposta punto per punto a chi ha studiato storia contemporanea e si e' convinto di aver capito la moneta moderna

Dunque. Alessandro Volpi, professore di Storia Contemporanea all'Universita' di Pisa, collaboratore di Altreconomia e Valori, viene intervistato sulla crisi del debito americano. L'analisi e' lunga, dettagliata, ricca di numeri, condita di scenari apocalittici. Qualcosa e' giusto. Molto e' sbagliato. E l'errore di fondo e' sempre lo stesso, ripetuto con la costanza encomiabile di chi non ha mai letto una pagina di Warren Mosler.

Il debito americano e' denominato in dollari. I dollari li emette la Federal Reserve. La Federal Reserve e' la banca centrale degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti non possono andare in default sul debito in dollari a meno che non lo decidano politicamente. Non perche' siano bravi. Non perche' siano potenti. Per definizione contabile.

Questo e' il punto di partenza. Tutto il resto dell'analisi di Volpi crolla come un castello di carte se si parte da qui.

PUNTO PRIMO: IL DEBITO A 39 TRILIONI E' UN PROBLEMA? DIPENDE DA CHI LO EMETTE.

Volpi ci dice che il debito federale americano ha superato i 39 trilioni di dollari, pari al 123% del PIL, con una crescita di 5 miliardi al giorno. Numeri corretti. Interpretazione sbagliata.

Il Giappone ha un debito al 260% del PIL. Da trent'anni. Denominato in yen. La Banca del Giappone e' la banca centrale giapponese. Il Giappone non e' mai andato in default. I tassi sui titoli di Stato giapponesi sono rimasti vicini allo zero per decenni. Dove e' la crisi che Volpi prevede per l'America?

La risposta e' nella domanda che Volpi non si fa mai: in che valuta e' denominato il debito?

Tutti i default storici della storia moderna sono stati su debiti in valuta estera. L'Argentina e' andata in default in dollari, valuta che non emette. La Grecia e' andata in crisi in euro, valuta che non controlla. La Russia del 1998 e' andata in default su debiti in dollari. Tutti, senza eccezione, hanno fatto default su debiti in valuta estera. Nessuno Stato sovrano che emette la propria valuta ha mai fatto default involontario sul debito in quella valuta. Mai. Nella storia. Punto.

Gli Stati Uniti emettono dollari. La Federal Reserve crea dollari premendo tasti su una tastiera, come ha spiegato il governatore della Banca d'Inghilterra nel paper istituzionale del 2014 intitolato "Money Creation in the Modern Economy". Non e' fantasia. Non e' MMT eretica. E' la descrizione operativa del funzionamento delle banche centrali moderne.

PUNTO SECONDO: I TASSI AL 4,5% SUI TREASURY SONO UN PROBLEMA? SI', MA NON QUELLO CHE PENSA VOLPI.

Il tasso sui Treasury non e' determinato dai mercati nel senso in cui Volpi intende. E' determinato dalla Federal Reserve, che fissa il tasso overnight e influenza tutta la curva dei rendimenti. La Fed puo' comprare Treasury in quantita' illimitata, come ha dimostrato dal 2008 in poi con il Quantitative Easing, abbassando i tassi a zero.

Il vero problema dei tassi alti non e' che gli Stati Uniti non possono permetterseli, perche' possono: creano i dollari per pagarli. Il vero problema e' distributivo: i tassi alti trasferiscono reddito dai contribuenti ai detentori di titoli di Stato, che sono prevalentemente i piu' ricchi. E' un problema di distribuzione del reddito e di scelte politiche, non di sostenibilita' finanziaria.

Warren Mosler lo spiega da trent'anni: il deficit americano e' il risparmio finanziario netto del settore privato mondiale. Ogni dollaro di debito americano e' un dollaro di attivita' finanziaria netta nel portafoglio di qualcuno. Eliminare il debito americano significherebbe eliminare quella ricchezza finanziaria.

PUNTO TERZO: LE ASTE CON DOMANDA 1,5 VOLTE L'OFFERTA SEGNALANO UNA CRISI?

Volpi ci dice che alle aste dei Treasury la domanda e' "spesso solo 1,5 volte l'offerta" e che questo e' preoccupante. Curiosa definizione di problema. Una domanda 1,5 volte l'offerta significa che per ogni dollaro di Treasury offerto ci sono 1,5 dollari che vogliono comprarlo. Il mercato e' in sovrabbondanza di domanda. Ma anche questo e' irrilevante. Se la domanda privata non fosse sufficiente, la Federal Reserve comprerebbe i Treasury direttamente. Lo ha fatto per migliaia di miliardi dal 2008 al 2022. Non c'e' limite tecnico alla capacita' della Fed di comprare Treasury.

PUNTO QUARTO: LE ASSICURAZIONI CONTRO IL DEFAULT AMERICANO COSTANO PIU' DI QUELLE ITALIANE?

Questo e' il punto piu' divertente dell'intera analisi. Si', i CDS sul debito americano costano a volte piu' di quelli sul debito italiano. E questo ci dice una cosa molto importante: i mercati dei CDS sono mercati speculativi dove si scommette su eventi, non strumenti di misura affidabili del rischio reale.

Perche' mai uno Stato che emette la propria valuta dovrebbe andare in default? Per definizione non puo'. L'unico motivo per cui il Congresso americano potrebbe non pagare i propri debiti e' politico: il debt ceiling. E' esattamente come se un uomo con il portafoglio pieno di soldi si rifiutasse di pagare il conto al ristorante per ragioni ideologiche. Il rischio non e' finanziario. E' politico.

Il debito italiano invece e' in euro, valuta che l'Italia non controlla. Se la BCE decidesse di smettere di comprare BTP, l'Italia avrebbe seri problemi. Come la Grecia nel 2010. Questo e' un rischio reale. Non comparabile con il debito americano in dollari.

PUNTO QUINTO: COME GESTIREBBE MOSLER LA SITUAZIONE SE FOSSE AL POSTO DI TRUMP?

Prima cosa: abbassare i tassi d'interesse a zero. I tassi alti trasferiscono reddito verso i ricchi e strozzano l'economia reale. Il debito si "finanzia" da solo perche' la Fed crea i dollari necessari.

Seconda cosa: taglio delle tasse sui redditi bassi e sulla classe media. Non il taglio alla Trump che avvantaggia i ricchi, ma un trasferimento diretto alle famiglie con redditi sotto i 50.000 dollari l'anno. Questo stimola i consumi, fa girare l'economia reale, riduce la disuguaglianza.

Terza cosa: Job Guarantee. Un programma federale di garanzia del lavoro che offre un impiego a chiunque voglia lavorare a un salario minimo dignitoso. Questo elimina la disoccupazione involontaria e crea un'ancora antinflazionistica automatica.

Quarta cosa: investimento pubblico massiccio in infrastrutture, transizione energetica, ricerca, sanita' pubblica universale. Non finanziato con "debito da collocare sui mercati" ma con creazione diretta di moneta che mobilizza le risorse produttive reali disponibili.

Quinta cosa: tassazione progressiva sui grandi patrimoni finanziari per drenare la liquidita' speculativa che alimenta le bolle senza alzare i tassi d'interesse.

PUNTO SESTO: LA CINA COME POLO DI STABILITA'. UN'ANALISI PARZIALE.

Volpi ha ragione sul fatto che la Cina stia guadagnando influenza globale e che la sua capacita' produttiva crei dipendenze profonde nell'economia mondiale. Ma sbaglia quando contrappone la "stabilita'" cinese all'"instabilita'" americana come se fosse una questione di virtu'. E' una questione di struttura produttiva.

La differenza fondamentale e' che la Cina ha ancora capacita' produttiva reale da mobilitare. Gli USA, dopo trent'anni di deindustrializzazione, hanno un'economia sempre piu' basata sulla finanza e sui servizi. Questo e' il vero problema americano, non il debito in dollari.

LA VERA DIAGNOSI E LA TERAPIA CHE VOLPI NON VEDE

Il problema reale degli Stati Uniti non e' il debito. E' la diseguaglianza. E' la deindustrializzazione. E' il fatto che la crescita economica degli ultimi trent'anni e' andata quasi interamente all'1% piu' ricco della popolazione mentre i salari reali della classe media sono rimasti fermi.

Ma Volpi, come la maggior parte dei commentatori mainstream, continua a guardare il debito come se fosse il problema invece che il sintomo. E il motivo e' semplice: capire la moneta moderna richiederebbe di rimettere in discussione tutto il framework teorico con cui questi signori hanno costruito le loro carriere accademiche. E' piu' comodo continuare a spiegare la "crisi del debito americano" a platee di lettori che hanno gia' la conclusione in testa, che fare la fatica intellettuale di capire perche' uno Stato sovrano che emette la propria moneta non puo' fare default involontario.

Olindo Cervi, che non e' professore di storia contemporanea ma ha letto Mosler, Kelton, Wray, Godley e i comunicati stampa della Banca d'Inghilterra

mercoledì 27 maggio 2026

GIURICIN SCOPRE CHE L'ITALIA NON CRESCE. LA CAUSA? LA SPESA PUBBLICA. LA SOLUZIONE? MENO SPESA. IL RISULTATO? INDOVINATE.

Ovvero: come spiegare trent'anni di stagnazione italiana senza mai pronunciare le parole "avanzo primario"

Dunque. Andrea Giuricin, il nostro instancabile professore della Bocconi, specialista di privatizzazioni andate male e liberalizzazioni promesse e non mantenute, ha emesso un nuovo responso dalla sua cattedra digitale.

L'Italia spende 1.150 miliardi. L'economia non cresce da trent'anni. Il PNRR da 194 miliardi non ha cambiato nulla. Tanto debito per nulla. Anzi, per i nostri figli.

Bellissimo. Folgorante. Completo in tutti i suoi elementi. Tranne uno. Il più importante.

IL NUMERO CHE GIURICIN NON CITA MAI

1.150 miliardi di spesa pubblica. Giuricin ci dice quanto lo Stato spende. Non ci dice quanto incassa. E la differenza tra le due cifre è l'unica cosa che conta davvero per capire se lo Stato sta immettendo o togliendo risorse all'economia privata.

Le entrate fiscali italiane nel 2024 sono state circa 1.070 miliardi di euro. La spesa pubblica circa 1.150 miliardi. Il deficit è stato circa 80 miliardi, il 3,4% del PIL. Di questi 80 miliardi, circa 70 sono andati in pagamento di interessi sul debito, usciti dall'economia italiana per finire nei bilanci di banche e fondi istituzionali.

Il saldo primario, cioè entrate meno spesa al netto degli interessi, è stato sostanzialmente in pareggio. Lo Stato italiano nel 2024 ha incassato quanto ha speso, esclusi gli interessi. Non ha immesso risorse nette nell'economia privata. Ha distribuito da una tasca all'altra, togliendo con le tasse e rimettendo con la spesa.

E Giuricin si stupisce che l'economia non cresca.

IL PNRR IN AVANZO PRIMARIO: UN BICCHIERE CHE SI RIEMPIE E SI SVUOTA CONTEMPORANEAMENTE

I fondi del PNRR non sono stati deficit aggiuntivo puro. Sono stati in larga parte compensati dall'avanzo primario strutturale che l'Italia mantiene per rispettare i parametri europei. Ogni euro di PNRR speso veniva sterilizzato da tagli altrove o da maggiori entrate. Il saldo fiscale netto non è cambiato in modo sostanziale.

La vasca da bagno dell'economia italiana aveva un rubinetto nuovo chiamato PNRR. Ma lo scarico era ancora aperto. E lo scarico era più grande del rubinetto. La vasca non si è riempita. Giuricin guarda il rubinetto e dice che è inutile. Noi guardiamo lo scarico e diciamo che è quello il problema.

Un'identità contabile elementare, nota come equazione dei saldi settoriali di Wynne Godley, dice che il saldo finanziario netto del settore privato è uguale al deficit pubblico meno il saldo delle partite correnti. In parole povere: se lo Stato non fa deficit netto reale, il settore privato non accumula risparmio netto, non investe, non consuma, non cresce. Non è un'opinione. È una partita doppia. Vale sempre. Per costruzione matematica.

I TRENT'ANNI DI STAGNAZIONE: LA CAUSA CHE GIURICIN NON VEDE

Dal 1992 al 2022 l'Italia ha accumulato avanzi primari per oltre 900 miliardi di euro. Novecentomiliardi sottratti all'economia privata, drenati dal settore privato e trasferiti ai creditori del debito pubblico. Per trent'anni filati l'Italia ha tolto più di quanto ha dato, con la disciplina encomiabile di chi rispetta i parametri di Maastricht e riceve gli applausi di Bruxelles.

Risultato: PIL reale pro capite italiano nel 2022 inferiore a quello del 2000. Unico paese dell'OCSE con i salari reali più bassi nel 2022 rispetto al 1990. Un milione e mezzo di giovani emigrati. Disoccupazione giovanile al 40% durante la crisi del 2012.

Questa è la stagnazione italiana. Non è causata dall'eccesso di spesa pubblica. È causata dall'eccesso di tassazione rispetto alla spesa, cioè dall'avanzo primario che toglie potere d'acquisto al settore privato anno dopo anno dopo anno. Ma Giuricin guarda i 1.150 miliardi lordi e si indigna. Non guarda mai le entrate. Non calcola mai il saldo netto. Non pronuncia mai le parole "avanzo primario".

"TANTO DEBITO PER I NOSTRI FIGLI"

Eccola. La frase finale. Il colpo di teatro. I nostri figli che pagheranno il debito.

Peccato che questa frase contenga un errore fondamentale. Il debito pubblico italiano è denominato in euro. I titoli di Stato italiani sono detenuti per circa il 70% da soggetti italiani: banche italiane, fondi pensione italiani, assicurazioni italiane, famiglie italiane. Il debito pubblico italiano, nella parte detenuta da residenti, è contemporaneamente un debito dello Stato e un credito del settore privato italiano. Sono i risparmi delle famiglie italiane, i patrimoni dei fondi pensione, le riserve delle banche.

Quando i "nostri figli" pagheranno il debito, lo pagheranno in larga parte a sé stessi. È una redistribuzione interna, non un trasferimento verso un creditore esterno alieno che un giorno busserà alla porta. E finché il PIL cresce più degli interessi, il rapporto debito,PIL scende automaticamente senza bisogno di austerità. Il PIL cresce se lo Stato fa deficit reale. Cioè fa esattamente l'opposto di quello che Giuricin propone.

LA SOLUZIONE DI GIURICIN E DOVE PORTA

Giuricin non lo dice esplicitamente, ma il messaggio è chiaro: troppa spesa, troppo debito, bisogna tagliare. Vediamo dove ha portato questa ricetta dove è stata applicata più fedelmente.

La Grecia tra il 2010 e il 2015 ha tagliato la spesa pubblica del 30% in cinque anni, su richiesta della Troika. Risultato: PIL crollato del 25%, disoccupazione al 27%, disoccupazione giovanile al 60%, emigrazione di massa, sistema sanitario collassato. Dopo cinque anni di lacrime e sangue, il debito,PIL era più alto di prima perché il PIL era crollato più velocemente dei tagli.

Il Giappone fa deficit da trent'anni, ha un debito al 260% del PIL, e ha disoccupazione al 2,5%. Non è collassato. Non ha fatto default. I mercati non lo puniscono. Gli Stati Uniti fanno deficit strutturale da sempre. Sono la prima economia mondiale.

Ma Giuricin guarda i 1.150 miliardi italiani e dice che sono troppi. Non guarda la Grecia. Non guarda il Giappone. Non guarda gli Stati Uniti. Guarda solo il numero lordo, senza contesto, senza confronto, senza il saldo netto.

LA DOMANDA FINALE

Caro Giuricin, una domanda semplice. Se la spesa pubblica alta causa stagnazione, perché la Danimarca, con spesa al 55% del PIL contro il 49% italiano, cresce regolarmente? Perché la Svezia, con spesa al 50% del PIL, è tra le economie più dinamiche d'Europa? Perché la Germania nel decennio di austerità 2014,2019 ha lasciato marcire le proprie infrastrutture e poi si è scoperta meno competitiva della Cina?

La risposta è che non è il livello della spesa pubblica il problema. È la composizione della spesa e soprattutto il saldo netto rispetto alle entrate. Spesa produttiva in deficit fa crescere. Spesa finanziata interamente da tasse non fa crescere. Austerità fa decrescere.

Tre concetti elementari che richiedono di capire la differenza tra saldo lordo e saldo netto, tra stock e flusso, tra debito e deficit. Tre concetti che evidentemente non fanno parte del curriculum bocconiano di Giuricin.

Olindo Cervi, che non ha la Bocconi ma sa leggere un bilancio dello Stato e capire la differenza tra entrate e uscite

lunedì 25 maggio 2026

SETACCIOLI VISITA LA RUSSIA DAL SUO DIVANO E LA TROVA SULL'ORLO DEL BARATRO. I DATI 2025 HANNO UN'OPINIONE DIVERSA.

Ovvero: come costruire un'analisi del collasso russo senza leggere un dato di Rosstat, del FMI o della Banca Mondiale

Dunque. Marco Setaccioli ha scritto un lungo articolo sulla Russia sull'orlo del baratro. Fonti prestigiose, Fortune, The Guardian, The Economist, openDemocracy, tutte rigorosamente anglofone, tutte rigorosamente allineate sulla narrativa del collasso imminente russo. Peccato che l'economia russa, evidentemente, non legga The Guardian. E che i dati del 2025 raccontino una storia piuttosto diversa.

I DATI 2025 CHE SETACCIOLI NON CITA

Setaccioli dice che la Russia è "sull'orlo della recessione". Vediamo i numeri reali del 2025.

PIL russo 2025: il rallentamento è reale. Più 1,4% nel primo trimestre, più 1,1% nel secondo, più 0,6% nel terzo. La stima annuale di SberCIB è attorno allo 0,7%, in forte calo rispetto al più 4,3% del 2024. Il FMI ha rivisto al ribasso la previsione a 0,6%. La Banca Mondiale stima 0,9%.

Attenzione però: lo 0,7% di crescita è lo stesso ordine di grandezza della crescita italiana del 2024. L'economia russa nel 2025 cresce quanto cresceva l'Italia in tempo di pace, senza sanzioni, senza guerra. Chiamarla collasso è semplicemente falso.

PIL nominale russo 2025 secondo il FMI: circa 2.541 miliardi di dollari, nona economia mondiale, davanti a Canada e Brasile. In PPP è la quinta economia del pianeta. Non quella di un paese piccolo quanto la Spagna.

Disoccupazione russa secondo Rosstat: 2,1% a novembre 2025, minimo storico. A marzo 2026 risalita a 2,2%. Meno della metà del livello pre,pandemia del 4,8%. In Italia siamo al 5,7%.

Salari nominali secondo Rosstat: più 14,4% nei primi otto mesi del 2025, salari reali cresciuti del 4,4%. Inflazione 2025 chiusa al 5,59%, in netto calo dal 9,52% del 2024 e al di sotto delle previsioni della Banca Centrale che stimava 6,5,7%.

COSA STA SUCCEDENDO DAVVERO: LA LETTURA MMT

Il rallentamento del 2025 ha cause precise che Setaccioli non nomina perché farebbero crollare la sua narrativa.

La Banca Centrale russa ha mantenuto i tassi d'interesse al 21% per i primi sei mesi del 2025, poi li ha tagliati progressivamente fino al 16,5% a dicembre. Ventuno per cento. È la cura monetarista applicata all'inflazione da domanda di guerra: esattamente quello che la BCE ha fatto in Europa nel 2022,2023, con gli stessi effetti, raffreddamento dell'economia, credit crunch, stagnazione.

In termini MMT: uno Stato che emette la propria moneta può finanziare la spesa militare senza limiti finanziari. Il vincolo è reale: manodopera, materie prime, capacità produttiva. Quando la spesa pubblica in deficit fa girare l'economia a pieno regime arriva l'inflazione. La risposta della Banca Centrale russa è stata alzare i tassi al 21%, togliendo ossigeno all'economia civile. Il risultato è esattamente quello che la teoria prevedeva: crescita che frena, settori civili in contrazione. Non è il collasso del regime. È la politica monetaria restrittiva che funziona.

IL POWER OF SIBERIA 2: UNA TRATTATIVA, NON UN DISASTRO

Setaccioli racconta che il summit Putin,Xi è stato un disastro perché la Cina non ha firmato il gasdotto Power of Siberia 2. "Brutale asimmetria". Curioso. Perché gli scambi commerciali russo,cinesi nel 2024 hanno raggiunto 245 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto al 2021. La Cina rappresenta oggi oltre il 30% del volume totale degli scambi russi. Non firmare un gasdotto in un singolo summit è normale diplomazia commerciale, non catastrofe esistenziale.

LA TRAPPOLA DEL CONFIRMATION BIAS

Setaccioli cita Fortune, The Guardian, The Economist, openDemocracy. Tutte fonti favorevoli alle sanzioni e interessate a raccontare che funzionino. Il FMI nel World Economic Outlook dell'ottobre 2025 ha stimato crescita positiva per la Russia nel 2025, 2026 e 2027. L'Atlantic Council, che certo non è amico di Putin, scrive nero su bianco: "L'economia russa non è collassata, ma il Cremlino ha cominciato ad affrontare i trade,off che aveva rimandato." Non è il collasso di Setaccioli. È un'economia che rallenta per effetto della politica monetaria, esattamente come prevedono i modelli macroeconomici standard.

LA DOMANDA CHE NESSUNO FA

Se le sanzioni funzionano così bene, perché l'economia europea nel 2024 è cresciuta dello 0,4% mentre quella russa cresceva del 4,3%? Perché la Germania è entrata in recessione tecnica? Perché le bollette energetiche europee sono rimaste il doppio dei livelli pre,guerra? Le sanzioni non hanno fermato la Russia. Hanno però ridisegnato i flussi commerciali mondiali a favore della Cina e accelerato la de,industrializzazione europea.

CONCLUSIONE: IL BARATRO AGGIORNATO AL 2025

Il 2025 ha portato un rallentamento reale: da più 4,3% a circa più 0,7%. La causa principale è la politica monetaria ultra,restrittiva con tassi al 21%, non il collasso delle sanzioni. Il mercato del lavoro rimane il più teso della storia russa. I salari reali continuano a crescere. L'inflazione ha frenato chiudendo al 5,59%.

Non un baratro, non un collasso, ma un'economia militarizzata che rallenta perché la sua banca centrale stringe il credito. Esattamente quello che succede in qualsiasi economia quando si alzano i tassi al 21%.

Raccontarlo richiederebbe leggere Rosstat. E capire la differenza tra rallentamento ciclico e collasso strutturale. Due cose evidentemente non alla portata di tutti.

Olindo Cervi, che non scrive su nessun giornale importante ma almeno scarica i dataset prima di parlare di baratri

Fonti: Rosstat, Banca Mondiale, FMI World Economic Outlook ottobre 2025, SberCIB Investment Research, Atlantic Council, Trading Economics, Bank of Finland Institute for Economies in Transition, Levada Center, Banca Centrale della Federazione Russa

mercoledì 20 maggio 2026

IL VICOLO CIECO DI SETACCIOLI: LA DEMOGRAFIA RUSSA VISTA CON I DATI ROSSTAT

Ovvero: risposta con dati Rosstat a chi ha scoperto la demografia ma ha dimenticato l'economia

Marco Setaccioli, instancabile penna de L'Europeista, ci regala un articolo sulla crisi demografica russa. L'analisi sulle perdite al fronte e il "buco" demografico degli anni Novanta è corretta e documentata. Fin qui bene. Peccato che l'articolo cada in due trappole classiche: ignorare sistematicamente i dati economici reali della Russia, e non capire come funziona la spesa pubblica di uno Stato sovrano in guerra.

I DATI CHE SETACCIOLI NON CITA

L'articolo parla di "drammatico peggioramento della situazione economica" russa. Peggioramento. Drammatico. Vediamo cosa dicono i numeri di Rosstat, l'istituto statistico russo, e della Banca Mondiale.

PIL russo 2024: +4,3%. Non è un peggioramento. È la crescita più rapida dell'ultimo decennio, superiore a quella di Germania (,0,2%), Francia (+0,2%), Italia (+0,7%), e quasi tripla rispetto alla media dell'eurozona. Nel primo trimestre 2025 la crescita è rallentata al +1,4%, segnale di rallentamento, ma non esattamente un "crollo".

Disoccupazione russa secondo Rosstat: 2,2% a gennaio 2026. Il minimo storico assoluto. In Italia siamo al 5,7%. In Francia all'8%. Se questo è un "drammatico peggioramento", che cosa chiameremmo la situazione del mercato del lavoro italiano?

Salari russi secondo Rosstat: 97.645 rubli al mese a marzo 2025, con una crescita dei salari reali del 4,6% annuo. I redditi reali russi sono cresciuti a tassi mai visti da oltre un decennio. Il centro studi Levada certifica che la percentuale di russi con una visione positiva delle proprie finanze ha superato quella con una visione negativa.

Questi sono i dati. Possiamo non amarli, possiamo criticare Putin quanto vogliamo, ma i numeri sono quelli. Ignorarli non aiuta a capire la realtà.

LA SPESA PUBBLICA IN GUERRA: IL MOTORE CHE SETACCIOLI NON VEDE

Il punto che l'articolo manca completamente è questo: la Russia sta finanziando la guerra con spesa pubblica in deficit, e questa spesa sta gonfiando l'economia esattamente come la teoria economica prevede.

La spesa militare russa è passata dal 4% del PIL nel 2021 a oltre il 6% nel 2024, con un aumento previsto del 10% nel 2025. Questa spesa crea domanda, posti di lavoro, finanzia l'industria manifatturiera cresciuta dell'8% nel 2024. Non è magia: è keynesismo applicato alla guerra, lo stesso meccanismo che ha fatto uscire gli Stati Uniti dalla Grande Depressione durante la Seconda Guerra Mondiale.

Uno Stato che emette la propria moneta, come la Russia con il rublo, non può esaurire le risorse finanziarie per la guerra. Il vincolo non è monetario ma reale: manodopera, materie prime, capacità produttiva. E qui, paradossalmente, l'articolo di Setaccioli centra qualcosa di vero, ma senza capirne le implicazioni economiche. L'inflazione oltre il 9% e i tassi al 21% sono il segnale che l'economia russa sta girando a pieno regime, non che stia crollando.

LA DEMOGRAFIA: DOVE SETACCIOLI HA RAGIONE E DOVE ESAGERA

Il "buco demografico" degli anni Novanta è reale. Le perdite al fronte certificate da CSIS e Mediazona, 35.000 al mese tra morti e feriti gravi non recuperabili, sono cifre impressionanti. Ma Setaccioli dimentica alcune cose.

Prima: il "serbatoio reale" che l'articolo stesso calcola è di 6,8 milioni di uomini nelle fasce 20,55 anni. Alle perdite attuali ci vorrebbero oltre 16 anni per esaurirlo, senza contare nuovi volontari, meccanizzazione del conflitto, droni.

Seconda: i bonus d'ingresso per i volontari, fino a 5 milioni di rubli in alcune regioni, continuano ad attrarre soprattutto uomini delle province povere. La disoccupazione al 2,2% riduce l'attrattiva economica dell'arruolamento, ma le disparità territoriali compensano.

Terza: anche l'Ucraina ha i suoi problemi demografici. Kiev recluta con crescente difficoltà, ha abbassato l'età di arruolamento, ha vietato l'espatrio agli uomini in età militare. La "gara demografica" non è vinta a priori da nessuno.

IL PROBLEMA VERO

Il vero problema economico russo non è il collasso, ma la distorsione. Un'economia che mette il 6% del PIL in spesa militare sottrae risorse alla crescita civile di lungo periodo: meno investimenti in istruzione, meno innovazione, meno transizione tecnologica. I giovani sotto i 35 anni vengono risucchiati nell'industria bellica invece che nell'economia digitale.

Questo è il vero vicolo cieco: non il collasso militare a breve termine, ma l'impoverimento qualitativo dell'economia su dieci, quindici, vent'anni. Un paese che produce missili invece di software esce dalla guerra più povero in termini di capacità produttiva, anche se i numeri del PIL sembrano buoni nel breve periodo.

Ma questo è un argomento complesso, che non si presta a titoli semplici sul "vicolo cieco". E capisco che L'Europeista abbia i suoi lettori da accontentare.

Olindo Cervi, che non scrive su L'Europeista ma almeno scarica i dataset di Rosstat prima di parlare di "drammatico peggioramento economico"

Fonti: Rosstat, Banca Mondiale, Bank of Finland Institute for Economies in Transition, Trading Economics, CSIS, Mediazona

LA GUERRA DEI DAZI USA,CINA: CHI HA PAGATO IL CONTO? (SPOILER: GLI AMERICANI)

Quello che gli economisti hanno scoperto e Trump non ha mai detto ai suoi elettori

Nel 2018 Donald Trump ha dichiarato guerra commerciale alla Cina. Dazi su dazi, minacce su minacce, tweet su tweet. L'obiettivo dichiarato era semplice: proteggere i lavoratori americani, far pagare alla Cina il costo della sua "slealtà commerciale", riportare le fabbriche in America.

Quattro anni dopo, un gruppo di economisti del National Bureau of Economic Research, il più autorevole istituto di ricerca economica americano, ha pubblicato uno studio che risponde alla domanda che tutti avrebbero dovuto fare prima: chi ha pagato davvero il conto?

La risposta è scomoda. E vale la pena leggerla con calma.

CHE COSA SONO I DAZI, IN PAROLE SEMPLICI

Un dazio è una tassa che si paga quando si importa qualcosa dall'estero. Se importi scarpe dalla Cina e c'è un dazio del 25%, paghi il prezzo delle scarpe più il 25% allo Stato americano.

La domanda chiave è: chi assorbe questo costo aggiuntivo? Ci sono due possibilità. O il produttore cinese abbassa il prezzo delle sue scarpe per compensare il dazio e restare competitivo, e in quel caso è la Cina a pagare. Oppure il prezzo rimane invariato e il dazio si scarica sull'importatore americano, e in quel caso sono gli americani a pagare.

Trump sosteneva la prima versione. La Cina avrebbe pagato. Gli americani avrebbero guadagnato.

COSA DICONO I DATI

Lo studio di Fajgelbaum e Khandelwal (NBER Working Paper n. 29315, 2021) ha analizzato i dati reali. Cosa è successo davvero ai prezzi dopo l'introduzione dei dazi?

Il risultato è netto: i prezzi cinesi non sono scesi. I produttori cinesi non hanno abbassato i loro prezzi per compensare i dazi americani. Di conseguenza, il costo dei dazi si è scaricato integralmente sugli importatori americani, cioè sulle aziende e sui consumatori degli Stati Uniti.

In gergo tecnico si chiama "pass-through completo". Significa che ogni centesimo di dazio è diventato un centesimo in più pagato dagli americani. Non dalla Cina.

Con dazi medi del 22%, gli importatori americani hanno subito una perdita complessiva pari allo 0,58% del PIL americano. Sono circa 130 miliardi di dollari all'anno trasferiti dalle tasche degli americani alle casse del governo americano, non dalla Cina all'America, come Trump prometteva.

MA ALLORA I DAZI NON SERVONO A NIENTE?

Non esattamente. I dazi hanno prodotto del gettito fiscale per il governo americano. E hanno protetto alcune industrie americane dalla concorrenza cinese: la siderurgia, per esempio, ha beneficiato dei dazi sull'acciaio.

Ma qui arriva il secondo colpo di scena.

Lo studio di Flaaen e Pierce (2019) ha analizzato l'occupazione manifatturiera americana dopo i dazi. Risultato: sì, alcune aziende protette dalla concorrenza cinese hanno assunto qualche lavoratore in più. Ma molte altre aziende americane, quelle che usano componenti e materie prime importate dalla Cina, hanno visto aumentare i loro costi di produzione. E hanno licenziato.

Il saldo finale? L'occupazione manifatturiera americana non è aumentata. I posti di lavoro creati dalla protezione tariffaria sono stati più che annullati dai posti di lavoro persi a causa dei maggiori costi degli input.

Trump aveva promesso di riportare le fabbriche in America. Le fabbriche non sono tornate.

LA RAPPRESAGLIA CINESE E CHI HA PAGATO

La Cina non è rimasta a guardare. Ha risposto con dazi sulle esportazioni americane: circa 100 miliardi di dollari di prodotti americani colpiti, con tariffe medie salite al 20,8%.

E qui c'è un dettaglio politicamente esplosivo, documentato dallo studio di Blanchard e colleghi: la Cina ha scelto con cura cosa colpire. Il 27% dei dazi cinesi ha riguardato prodotti agricoli americani, soia, mais, carne di maiale. Prodotti tipici degli Stati rurali del Midwest e delle Pianure, storicamente repubblicani, storicamente elettori di Trump.

Le contee americane più esposte ai dazi di ritorsione cinesi hanno registrato un calo dell'occupazione dello 0,75 punti percentuali rispetto alle contee meno esposte. E alle elezioni congressuali del 2018, nelle stesse contee, il sostegno ai candidati repubblicani è diminuito.

La Cina, in altre parole, ha risposto colpendo esattamente gli elettori di Trump. E ci ha azzeccato.

QUANTO HA PERSO CIASCUNO

Gli economisti hanno calcolato la perdita complessiva di benessere, cioè quanto è diminuito il reddito reale di ciascun paese a causa della guerra commerciale.

Per gli Stati Uniti: tra lo 0,04% e lo 0,17% del PIL, a seconda dei modelli utilizzati. Non una cifra enorme in termini assoluti, ma significativa se si considera che era evitabile.

Per la Cina: circa lo 0,29% del PIL. La Cina ha pagato un po' di più in termini relativi.

Ma c'è un dato che i modelli economici tradizionali faticano a spiegare: i mercati azionari americani hanno reagito agli annunci dei dazi con cali cumulativi del 12,9% nelle finestre di tre giorni intorno agli eventi chiave. Un crollo molto più grande di quello che i modelli prevedevano. Il che suggerisce che gli investitori, quelli che mettono i soldi veri, si aspettavano conseguenze molto peggiori di quelle poi misurate dagli economisti con i modelli statici. Questa discrepanza non è ancora stata spiegata in modo soddisfacente.

LA LEZIONE CHE VALE ANCHE OGGI

La guerra dei dazi USA,Cina è stata presentata come una battaglia per i lavoratori americani contro l'ingiustizia cinese. I dati raccontano una storia diversa: una tassa nascosta pagata dai consumatori americani, nessun guadagno netto di occupazione, e una rappresaglia cinese mirata a colpire proprio gli elettori che avevano creduto alle promesse.

Questo non significa che il commercio internazionale sia sempre giusto o che non esistano pratiche scorrette da parte della Cina. Significa che i dazi, così come sono stati usati, non erano lo strumento giusto per affrontarle. Erano uno strumento semplice da spiegare in un tweet e difficile da difendere con i dati.

Vale la pena ricordarlo oggi, nel 2025,2026, mentre il dibattito sui dazi torna di moda in mezzo mondo.

Olindo Cervi, che non ha la Bocconi ma legge i working paper del NBER

Fonte: Fajgelbaum P.D., Khandelwal A.K. (2021). "The Economic Impacts of the US,China Trade War". NBER Working Paper No. 29315.

martedì 19 maggio 2026

il Professor Monacelli, la Cina e la Bocconi

PROFESSOR MONACELLI, LA CINA HA LETTO IL SUO TWEET E NON SI È MESSA A RIDERE

Ovvero: quando il più grande importatore di petrolio al mondo decide che il prezzo della benzina lo decide lui, e non "il mercato"

Il Professor Tommaso Monacelli della Bocconi, che a quanto pare viene pagato per spiegarci l'economia, ha formulato la sua Regola Numero 1. Una regola assoluta. Inderogabile. Scritta col maiuscolo, come si conviene alle tavole della legge:

"A rincari energetici NON si reagisce con sussidi."

"Non si soffia su domanda quando il prezzo elevato è sintomo di eccesso di domanda."

"È come spegnere il fuoco con la carta."

Bellissimo. Folgorante. Peccato che qualcuno si sia dimenticato di spiegarlo alla Cina.

IL CASO CHE IL PROFESSOR MONACELLI PREFERISCE IGNORARE

La Cina è il più grande importatore di petrolio al mondo. Non il secondo. Non il terzo. Il primo, con oltre 500 milioni di tonnellate di greggio importate l'anno. Quando il prezzo del petrolio sale sui mercati internazionali, la Cina dovrebbe, secondo la Regola Numero 1 del Professore, lasciare che il prezzo della benzina alla pompa salga, scoraggiare la domanda, e far funzionare la magia del mercato.

Invece la Cina ha fatto una cosa diversa. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma — l'ente statale cinese che pianifica i prezzi — ha semplicemente fissato un tetto al prezzo dei carburanti alla pompa. Punto. Il governo decide quanto costa la benzina. Gli automobilisti cinesi pagano quello che il governo stabilisce. Il mercato, in questo caso, può aspettare.

Come chiamerebbe il Professor Monacelli questa politica? Probabilmente: "Errore madornale. Eccesso di domanda garantito. Fuoco spento con la carta."

Come chiamerebbe invece il risultato? Perché quello è il punto: la Cina continua a crescere, le sue imprese continuano a produrre, i suoi lavoratori continuano ad andare al lavoro, e nessuno è stato costretto a scegliere tra fare benzina e comprare da mangiare.

LA REGOLA CHE IL PROFESSORE NON CONOSCE: CHI EMETTE LA MONETA DETERMINA I PREZZI

Il punto che la Regola Numero 1 ignora completamente è questo: il monopolista della moneta lo Stato, la banca centrale, il governo con i coglioni, ha sempre la capacità di determinare i prezzi se lo desidera. Non è fantascienza. Non è economia eterodossa. È quello che fanno gli Stati ogni volta che decidono che il mercato sta producendo un risultato socialmente inaccettabile.

Quando il governo cinese dice "la benzina costa X yuan al litro", la benzina costa X yuan al litro. Fine. Il mercato del petrolio internazionale può fare quello che vuole: Pechino decide cosa pagano i suoi cittadini. Questo è il potere dello Stato come monopolista della propria valuta e come fissatore dei prezzi amministrati.

Il problema dell'inflazione energetica del 2021-2023 in Europa non era che i governi avevano sussidiato troppo esattamente come suggerisce Monacelli di NON fare. Il problema era che l'Europa aveva deciso di non fissare un tetto al prezzo del gas e dell'energia, lasciando che il mercato — già distorto, già speculativo, già dominato da pochi grandi operatori — si regolasse da solo.
Risultato: bollette triplicate, inflazione alle stelle, famiglie in difficoltà.

L'ECCESSO DI DOMANDA CHE NON C'ERA

Ma torniamo alla diagnosi del Professore. L'inflazione energetica è sintomo di eccesso di domanda.
Se sussidio la domanda, la domanda aumenta, i prezzi salgono ancora.

Peccato che nel 2021-2023 non ci fosse nessun eccesso di domanda di petrolio. C'era una riduzione dell'offerta: la guerra in Ucraina aveva tagliato le forniture di gas russo, i paesi OPEC avevano ridotto la produzione, le catene di approvvigionamento erano ancora distorte dalla pandemia. Era inflazione da offerta, non da domanda. Lo dicevamo qui su questo blog già allora. Lo dicono oggi anche i ricercatori mainstream che si sono degnati di guardare i dati.

Somministrare la cura da "eccesso di domanda" a una crisi da "carenza di offerta" è come prescrivere diuretici a qualcuno che è disidratato.
Non cura niente.
Peggiora la situazione.

Eppure il Professore una domanda non se la fa mai: ma questa crisi è davvero da eccesso di domanda? 
Dà per scontato che lo sia fissa la diagnosi prima di visitare il paziente.
Poi prescrive la terapia e si stupisce se il paziente peggiora.

LA DOMANDA FINALE, PROFESSOR MONACELLI

Le pongo qualche domanda semplice, da uomo senza titoli della Bocconi.

Se il rincaro energetico è causato da speculazione finanziaria sui mercati a termine,che gonfia il prezzo della benzina ben al di là del costo reale di estrazione e raffinazione, alzare i tassi e tagliare i sussidi riduce la speculazione o la incentiva?

Se il rincaro energetico è causato da un monopolio di fatto delle compagnie petrolifere che incassano profitti record mentre le famiglie stringono la cinghia, tassare quei profitti è "soffiare sul fuoco" o è redistribuire?

Se lo Stato cinese può fissare il prezzo della benzina e la Cina continua a funzionare, perché lo Stato italiano non potrebbe fare lo stesso, almeno temporaneamente, per proteggere famiglie e imprese da uno shock esogeno?

Queste domande non hanno risposta nella Regola Numero 1, perché la Regola Numero 1 non è stata scritta per rispondere alle domande difficili ma è stata scritta per avere sempre una risposta semplice da twittare.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma sa che il più grande importatore di petrolio al mondo ha deciso che il prezzo della benzina lo decide lo Stato, non il mercato.