venerdì 15 maggio 2026

LA BCE E I TASSI D'INTERESSE: LA PIÙ GRANDE TRUFFA INTELLETTUALE DEL DOPOGUERRA

Ovvero: come spiegare ai banchieri centrali in doppiopetto che alzare il costo del denaro per combattere l'inflazione da costi è come curare una frattura a una gamba amputandola.

Dunque. La Banca Centrale Europea, con la solennità di chi sta per rivelare i segreti dell'universo, ci ha spiegato per anni che il modo per combattere l'inflazione è alzare i tassi d'interesse. Christine Lagarde, con quella faccia da maestra di sci che spiega agli sciatori come si scia, ha ripetuto il mantra: «i tassi saliranno quanto necessario». Applausi in sala. Standing ovation dai mercati. Lacrime di commozione dagli economisti mainstream. Peccato che la teoria sia sbagliata. Peccato che i dati lo dimostrino. Peccato che nessuno dei professoroni patentati abbia il coraggio di dirlo ad alta voce.

Permettetemi di farlo io, che di patenti non ne ho, ma almeno ho la decenza di guardare i fatti.

IL MECCANISMO DI TRASMISSIONE: UNA FAVOLA PER ADULTI CREDULONI

La teoria ufficiale dice così: la BCE alza i tassi → il credito diventa più caro → le imprese investono meno → la domanda cala → i prezzi scendono. Bellissimo. Elegante. Sbagliato.

Partiamo da un dettaglio che i banchieri centrali si dimenticano sempre di menzionare: l'inflazione del 2021-2023 non era un'inflazione da domanda. Non era la classica storia dei consumatori con troppi soldi in tasca che corrono a comprare tutto. Era inflazione da costi: energia alle stelle per via della guerra in Ucraina, catene di approvvigionamento spezzate dalla pandemia, speculazione sulle materie prime. Quando il prezzo del gas naturale quadruplica in sei mesi, non è perché i tedeschi hanno ricevuto troppo sussidio statale e hanno deciso di riscaldare casa a 30 gradi. È perché la Russia ha chiuso i rubinetti.

Alzare i tassi contro un'inflazione da offerta è come prendere un antidolorifico per smettere di sanguinare dopo una coltellata. Non risolve il problema. Ti fa solo svenire prima.

Ma la BCE non fa distinzioni. La BCE ha un solo strumento — il tasso d'interesse — e quindi ogni problema diventa un chiodo da battere con quel martello. Un'inflazione da domanda? Tassi su. Un'inflazione da offerta? Tassi su. Un meteorite che cade su Francoforte? Riunione d'emergenza del consiglio direttivo per alzare i tassi.

CHI PAGA IL CONTO: INDOVINELLO PER BAMBINI

Ora facciamo un giochino. Quando i tassi salgono, chi ci rimette? I grandi speculatori finanziari che si sono indebitati per comprare asset a leva? No, loro sono già usciti dal mercato prima che la musica finisse. Le grandi multinazionali con riserve di cassa in valuta forte? No, loro si rifinanziavano a lungo termine quando i tassi erano a zero, e adesso stanno benissimo. La gente normale — famiglie con mutui a tasso variabile, piccole imprese con affidamenti bancari, artigiani che avevano finalmente un fido decente? Eccoli. Loro pagano. Sempre loro.

In Italia, tra il 2022 e il 2024, le rate dei mutui a tasso variabile sono praticamente raddoppiate. Non per colpa di chi aveva comprato casa. Non per colpa di chi aveva aperto una bottega. Per colpa di una banca centrale che applica una teoria economica del Novecento a un'economia del ventunesimo secolo.

E nel frattempo, sapete chi guadagna quando i tassi salgono? Le banche. Le banche commerciali, che ottengono tassi più alti sui prestiti e pagano interessi risicati sui depositi, hanno registrato profitti record negli anni dei rialzi. Il margine di interesse è esploso. Mentre la gente piangeva sul mutuo, Intesa Sanpaolo e UniCredit brindavano. Non è una coincidenza. È la struttura del sistema.

IL PARADOSSO CHE NESSUNO VUOLE NOMINARE

C'è poi un dettaglio tecnico che i banchieri centrali preferiscono non discutere durante le conferenze stampa eleganti: alzare i tassi d'interesse può essere di per sé inflazionistico. Sì, avete letto bene. Inflazionistico.

Come? Semplice. Le imprese hanno costi. Tra questi costi c'è il costo del finanziamento. Se il costo del finanziamento sale, le imprese hanno due scelte: mangiarsi il margine oppure scaricare il costo sul prezzo del prodotto finale. Quale delle due pensate che scelgano nella stragrande maggioranza dei casi? Esatto. Lo scaricano sul prezzo. Quindi la BCE alza i tassi per combattere l'inflazione, e così facendo aumenta i costi delle imprese, che alzano i prezzi, che aumentano l'inflazione, che costringe la BCE ad alzare ancora i tassi. Un circolo vizioso da manuale che i signori di Francoforte hanno studiato nei libri e poi puntualmente ignorato nella realtà.

L'economista australiano Bill Mitchell — uno dei padri fondatori della Modern Monetary Theory, la scuola di pensiero che ha il torto imperdonabile di avere ragione — lo chiama "the interest rate-price spiral": la spirale tassi-prezzi. Non è fantascienza. È contabilità di base. È quello che succede quando si usa uno strumento sbagliato per il problema sbagliato.

LA VERA DOMANDA CHE NESSUNO FA

La domanda che i giornalisti economici — quelli con il taccuino alle conferenze stampa della Lagarde, con gli occhi spalancati e le domande preconfezionate — non fanno mai è questa: a chi serve, davvero, una politica monetaria restrittiva?

Serve ai rentier. Serve a chi ha accumulato ricchezza finanziaria e vuole che quella ricchezza produca un rendimento senza lavorare. Quando i tassi erano a zero, un milione di euro in obbligazioni governative fruttava niente. Con i tassi al 4%, quel milione frutta quarantamila euro l'anno di rendita, senza muovere un dito. Chi ha tanti soldi ama i tassi alti. Chi deve prendere soldi in prestito li odia. Non è complicato. È redistribuzione del reddito verso l'alto, spacciata per politica monetaria ortodossa.

La BCE non è politicamente neutrale. Nessuna banca centrale lo è. La scelta del tasso d'interesse è una scelta distributiva: decide chi guadagna e chi perde. Pretendere il contrario è propaganda, non economia.

COSA SI DOVREBBE FARE, DUNQUE?

Rispondo a chi mi chiede: «Va bene Olindo, ma allora cosa proponi? Lasciare i tassi a zero in eterno?»

No. Propongo di smettere di fingere che la politica monetaria sia uno strumento universale. Propongo che quando l'inflazione viene dall'offerta — dall'energia, dalle materie prime, dalla speculazione finanziaria — la risposta sia fiscale e strutturale, non monetaria. Un tetto al prezzo dell'energia? Sì. Una tassazione straordinaria sui profitti delle compagnie petrolifere che hanno triplicato i margini durante la crisi? Assolutamente sì. Un programma pubblico di transizione energetica che riduca strutturalmente la dipendenza dalle importazioni di gas? Indispensabile.

E propongo che si smetta di trattare la BCE come se fosse un oracolo infallibile. È un'istituzione gestita da esseri umani, con teorie economiche apprese nelle stesse università dove si insegnano le stesse cose da quarant'anni, nonostante quarant'anni di risultati deludenti. La credibilità non si conquista alzando i tassi. Si conquista avendo ragione. E sulla questione dell'inflazione post-pandemia, la BCE ha avuto torto: ha fatto male la diagnosi, ha somministrato la medicina sbagliata, e i pazienti — noi — hanno pagato la differenza.

Detto questo, con tutto l'affetto del mondo per i signori in doppiopetto di Francoforte: la prossima volta che volete salvare l'economia europea, provateci senza distruggere prima i bilanci delle famiglie. Sarebbe una novità assoluta. Potrebbe perfino funzionare.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma almeno ha la calcolatrice

ALTRO PROFESSORONE CON I TITULI DELLA BOCCONI

Tommaso Monacelli professorone della Bocconi afferma :

 Diciamo che il dibattito 🇮🇹 si divide in due fazioni.

C’è chi pensa che i salari in Ita siano bassi perché la produttività del lavoro é bassa. E c’è chi pensa il contrario: che la produttività sia bassa perché i salari sono bassi. Che si fa?

Rispondo molto garbatamente anche se queste affermazioni si meriterebbero quattro sbadilate democratiche.

Caro professore, 

con tutto il rispetto per la vostra elegante dicotomia bocconiana, state impostando il problema esattamente al contrario, come se doveste spiegare perché il vostro gatto non abbaia. 

Sia la tesi “salari bassi perché la produttività è bassa” sia il suo opposto sono due facce della stessa vecchia favola neoclassica in cui il lavoro è un mercato come le patate, con una curva di domanda e una di offerta che s'incrociano magicamente. Peccato che la moneta non sia una merce, e lo Stato non sia una famiglia.

Partiamo da un dato contabile: i salari sono un costo per l’impresa, ma sono domanda aggregata per l’economia. Se schiacciate i salari in nome della competitività, state distruggendo proprio la domanda che dovrebbe assorbire l’eventuale maggiore produttività. L’Italia da trent’anni fa austerità fiscale e moderazione salariale, e cosa ha ottenuto? 

Produttività piatta e debito/PIL che sale. La causalità non è dal salario individuale alla produttività dell’impresa, ma dal livello generale dei salari nominali al tasso di utilizzo della capacità produttiva.

La vera questione è: chi stabilisce il livello dei salari nominali? Quando l'Italia era una nazione normale e i neoliberisti contavano un cazzo, lo Stato fissava il prezzo del lavoro indirettamente attraverso la spesa pubblica e la tassazione. 

Oggi, con la camicia di forza dell’Unione monetaria, avete delegato quel potere a vincoli esterni, ma la logica non cambia. 

Lo Stato, in quanto datore di lavoro di ultima istanza attraverso una Job Guarantee, può sempre fissare un pavimento salariale. Quel pavimento diventa il prezzo minimo del lavoro, e tutto il resto della struttura salariale vi si ancorano. La produttività non c’entra: è il salario di base che dà alla produttività la sua unità di conto. Le imprese, con un salario minimo garantito, sanno che se investono in macchinari per risparmiare lavoro, quel lavoro ha un costo certo. 

L’innovazione segue la domanda, non la precede.

Voi dite: “Ma se i salari sono bassi, le imprese non hanno incentivo a investire”. Esatto: state descrivendo un equilibrio di sotto-occupazione keynesiano, non un problema di “produttività”. 

La soluzione non è un generico “alzare i salari” per decreto, che da solo potrebbe solo creare disoccupazione se la domanda aggregata non lo sostiene. 

La soluzione è un’offerta illimitata di posti di lavoro a un salario fisso da parte dello Stato, finanziata semplicemente accreditando i conti bancari dei lavoratori – senza bisogno di tasse né debito preventivo. 

Quello stabilizza il potere d’acquisto, dà un valore di riserva al lavoro, e fa sì che la produttività sia costretta ad aumentare perché le imprese ora devono competere per i lavoratori, invece di pagarli noccioline sperando che diventino tedeschi per magia.

Quindi, che si fa? Smettetela di cincischiare con riforme strutturali dal lato dell’offerta e sgravi contributivi temporanei. 

Istituite un Programma di Transizione che garantisca un lavoro a chiunque, a un salario di €12-14 l’ora, spostando risorse da sussidi passivi a salario attivo. 

Il deficit salirà? Può darsi. 

Ma a voi bocconiani ricordo che il deficit del settore pubblico è surplus del settore privato, e che in una crisi di domanda il rapporto debito/PIL si abbassa solo se il denominatore – il PIL nominale – cresce. 

E il PIL nominale cresce se crescono i redditi da lavoro.

Il vostro dibattito tra gallina e uovo è ozioso: l’uovo è la moneta statale. Il pollo è il settore privato. E il cuoco è il Tesoro, che può sempre comprare entrambi, se solo smettesse di ascoltare le favole sulla “scarsità”, la più grande presa per il culo della storia, che vi raccontate nei vostri master.

Saluti a voi che con le vostre teorie avete desertificato due continenti

Olindo Cervi

Commento al sito ildeclinoitaliano.it gestito dai professoroni pieni di TITULI.

Ah, ragazzi, ma che goduria! Mi trovo davanti a questo capolavoro dell'ideologia dominante: "Fotografia di un declino" firmato dai due profeti della sciagura, i cari Guido Ascari e Riccardo Trezzi. Questi signori, con i loro curriculum prestigiosi fatti di banche centrali e università, hanno distillato in un libriccino tutte le perle di saggezza che hanno ridotto l'Europa in questo stato pietoso.

Sedetevi comodi, che adesso commentiamo punto per punto.

I Pilastri del Declino (Secondo Loro)

Demografia e declino: «le nascite sono in calo»

Ehilà! Il problema dell'Italia sarebbe che gli italiani non fanno più abbastanza bambini. Ma avete mai pensato, cari professori, che la gente non fa figli perché con i vostri salari da fame e la vostra precarietà glorificata, mantenere un figlio è diventato un lusso da ricchi? Invece di garantire un reddito e servizi pubblici decenti, voi andate a dire che mancano le culle.

Bell'inizio : forza che andiamo avanti

Produttività: «un lavoratore italiano produce come 20 anni fa»

Ah, la sacra mucca della produttività! Il mantra dei tecnocrati. Secondo voi la gente produce poco perché non è abbastanza "innovativa" o "qualificata". Il fatto che la domanda interna sia stata affossata da decenni di austerità e tagli alla spesa pubblica, questo non vi sfiora nemmeno l'anticamera del cervello. Forse se ci fosse lavoro e paga decente, la gente avrebbe anche voglia e tempo per qualificarsi. Ma per la vostra visione miope, l'unica soluzione è ancora più flessibilità e tagli.

P.A. inefficiente e spesa pubblica a pioggia: «quasi 500 miliardi di stimoli senza crescita»

Ecco, adesso veniamo al vostro cavallo di battaglia. Buttate lì i famosi 500 miliardi di "stimoli" che non hanno prodotto nulla. Ma scusate, secondo la vostra religione del "lato dell'offerta", iniettare liquidità in un'economia in stallo senza toccare i veri nodi è come versare acqua in un secchio bucato. Peccato che voi consideriate lo Stato come un'azienda in perdita che deve essere messa a dieta, non come l'unico ente che può creare moneta sovrana per rimettere in moto la domanda. La vostra ricetta perenne, condivisa da tutte le banche centrali per cui avete lavorato, è stata: tagli, più tagli e, se non basta, ancora tagli. E vi meravigliate che l'economia non cresca?

Salari e produttività: «i salari reali possono crescere solo se aumenta la produttività»

Questa è la perla più bella di tutta la collana, degna di un manuale di economia per negati. Cioè, secondo la vostra "teoria", la paga non è un costo, né un diritto, ma una ricompensa che arriva solo dopo aver prodotto di più. Peccato che sia il contrario! Con la domanda distrutta e la disoccupazione tenuta alta apposta per tenere bassi i salari, come diavolo fa la gente ad avere i soldi per comprare ciò che produce, stimolando così innovazione e crescita? La vostra logica è quella del servo della gleba che deve sgobbare per il signore nella speranza di ricevere una lira in più. Vergognatevi.

Spreco PNRR: «un fiume di denaro distribuito a pioggia senza riforme»

Perfetto. Secondo voi l'Italia ha sprecato i soldi del PNRR perché non ha fatto le riforme strutturali che chiedevate voi. Ma qual è la vostra soluzione magica? La spending review e la lotta al lavoro nero. Cioè, la solita ricetta: tagli alla spesa pubblica e flessibilità del lavoro per aumentare la competitività. Una roba che avete già applicato in Grecia e Portogallo, riducendo quei paesi in polveroni fumanti. E ora venite a insegnare a noi come si gestisce una crisi? Mi astengo dai commenti perchè diventerei offensivo.

Unione Europea: "alcune regole di bilancio vanno rispettate per non far scappare gli investitori"

Questa è la vostra scusa finale, il vostro parafulmine. "Non possiamo fare altrimenti, signora mia, perché l'Europa ce lo impone". Ma scusate, non siete voi e i vostri simili ad aver scritto quelle regole assurde come il Fiscal Compact? Non siete voi ad aver trasformato l'Europa in un club di banchieri che puniscono i popoli? E ora vi nascondete dietro le stesse regole che avete contribuito a creare per giustificare la vostra immobilità. Siete dei vigliacchi.

La MMT? "Un'eresia che causerebbe iperinflazione"

Veniamo ora all'accusa finale: la MMT, la Teoria Monetaria Moderna, l'idea che uno stato sovrano che emette la propria moneta non possa fallire, sarebbe una follia. Ma ditemi, cari economisti mainstream, la vostra ricetta di austerità, flessibilità e tagli alla spesa pubblica in Europa ha prodotto: disoccupazione gigantesca, deflazione, servizi pubblici a pezzi, populismo e odio. Avete distrutto due continenti con le vostre teorie, e adesso vi scandalizzate di chi propone un'alternativa seria?

Secondo la MMT, e non è una scoperta, la disoccupazione esiste perché un governo sovrano decide di non creare abbastanza moneta per raggiungere la piena occupazione. Ma questo per voi è secondario. L'importante è che i conti tornino, che l'inflazione non salga, anche se la gente muore di fame.

Conclusione

Insomma, cari Ascari e Trezzi, siete il perfetto esempio di come l'economia sia diventata una teologia al servizio dei potenti. Le vostre analisi sono dettagliate, le vostre fonti sono precise, ma la vostra visione del mondo è così miope e dannosa da far rabbrividire. Continuate pure a piangere sul declino, intanto che la gente soffre, i servizi crollano e l'Europa si sgretola sotto il peso delle vostre idiozie. Noi, i cattivi della MMT, continueremo a proporre soluzioni serie.

Ora, se volete scusarmi, ho un mare di soldi virtuali da stampare per finanziare un ponte. Vi saluto cordialmente.

Olindo Cervi

giovedì 14 maggio 2026

QUELLO CHE CHRISTINE NON DICE: ELOGIO DEL PIROMANE E CRIMINI DI GUERRA MONETARIA

Ovvero: la letterina d'amore della Lagarde, il Premio Carlo Magno a Draghi, e quel fastidioso dettaglio dei bambini morti in Grecia che ad Aquisgrana nessuno ha ricordato.

Care lettrici e cari lettori, prendetevi un caffè forte. 

Anzi, prendetevi direttamente la bottiglia di amaro, perché oggi dobbiamo commentare la letterina che Christine Lagarde ha scritto a Mario Draghi in occasione del Premio Carlo Magno. Un testo che farebbe impallidire una serenata di Gigi D'Alessio, ma con più spread e meno sentimento vero.

La presidente della Banca Centrale Europea si è commossa. Ha sciorinato un panegirico che recita più o meno così: “Caro Mario, hai risposto alla chiamata quando serviva di più. Il tuo whatever it takes ha reso l'euro irreversibile. Hai fatto emergere l'Europa più forte. Sei un vero statista europeo.”

Mentre leggevo, mi è venuta in mente una scena. 

Un tizio viaggia in autostrada contromano, riesce miracolosamente a schivare tutti, si ferma un metro prima del burrone, scende dall'auto e la folla lo acclama: "Eroe! Hai salvato la patria!". 

Ecco, il Premio Carlo Magno a Super Mario è esattamente questo. 

Solo che l'autostrada contromano l'aveva imboccata lui stesso (o la sua istituzione), e nel frattempo ha investito qualche pedone. Ma ad Aquisgrana erano tutti troppo eleganti per parlarne.

La chiamata: rispondere quando il paziente è già in coma

Proviamo a tradurre la letterina dal banchiere-centrico all'italiano corrente, usando quel po' di lenti MMT che abbiamo a disposizione.

“Hai risposto alla chiamata quando serviva di più” significa: hai aspettato che la Grecia venisse rasa al suolo, che la Spagna toccasse il 25% di disoccupazione, che l'Italia venisse umiliata dalla letterina della BCE del 2011 (firmata da un altro, ma la ditta è la stessa), e che mezzo continente finisse in depressione per colpa di regole fiscali scritte da sadici contabili. Solo quando il fuoco è arrivato a lambire i BTP, cioè i titoli che tengono in piedi il castello di carte delle banche francesi e tedesche, solo lì Mario ha sentito la vocazione. Un po' come i Ghostbusters, ma quelli arrivavano subito. Draghi è arrivato quando il palazzo era già stato giudicato inagibile, e solo perché stavano bruciando anche gli attici dei piani alti.

L'irreversibilità: quando un discorso vale più di uno Stato

“Il tuo whatever it takes ha mostrato che l'euro è irreversibile” è il passaggio comico più alto, signori. L'euro è irreversibile perché un giorno un banchiere centrale si è alzato, ha messo la giacca di Brioni, è andato a Londra e ha detto quattro parole magiche. 

Capite la potenza? Non servono politiche fiscali comuni. Non serve una garanzia di piena occupazione. Non serve uno Stato che spende la sua moneta per i suoi cittadini. No. Basta un discorso.

È come se io vi dicessi: "Casa mia è antisismica". "Ah sì, e come mai?" "Perché l'ho detto, con enfasi, in un convegno a Londra." E la cosa incredibile è che il mondo intero gli ha creduto.

L'eurozona, ha creato un sistema in cui i Paesi membri diventano ostaggi dei mercati, come il più instabile dei Paesi in via di sviluppo con debito in valuta estera. 

Il whatever it takes non è stato un colpo di genio della statualità europea. È stata l'ammissione implicita che il sistema è un cannone puntato alla tempia dei popoli, e che la BCE ha il potere di abbassare il grilletto o meno a seconda dell'umore. 

Nel 2011 ha premuto il grilletto (con tassi alzati in piena crisi del debito, ricordate Trichet?). 

Nel 2012 Draghi ha deciso di togliere il dito. E per questo gli diamo il Carlo Magno. Magnifico.

La vera irreversibilità che non vi raccontano

L'euro non è diventato irreversibile con un discorso ma è diventato una gabbia irreversibile per le politiche pubbliche. 

Per salvare la moneta unica, avete blindato l'austerità nei Trattati. 

Avete inventato il Fiscal Compact, il MES, il Two-Pack, il Six-Pack. 

Un'orgia di regole che impediscono a uno Stato di spendere per assumere infermieri, ma permettono alla BCE di immettere migliaia di miliardi a tasso zero per le banche private. 

Whatever it takes è stato il salvagente per la finanza, ma per i lavoratori è rimasto il whatever: qualunque cosa, purché non vi venga in mente di alzare i salari o finanziare la sanità pubblica.

La Lagarde ora piange di gioia perché "l'Europa ne è uscita più forte". 

Più forte per chi, Christine?

Per un rider di Barcellona? Per un infermiere di Napoli? Per una cassaintegrata di Atene? 

O più forte per BlackRock, che nel frattempo ha comprato mezza Europa a prezzi di saldo grazie alla distruzione della domanda aggregata che voi stessi avete scientemente orchestrato?

E ora arriviamo al punto. 

Il punto che Christine nella sua letterina omette con la grazia di un elefante in una cristalleria. Il punto che trasforma questa farsa in un atto d'accusa.

Quello che Christine non dice: la Grecia e l'ELA

Perché se volete sapere cos'è veramente il coraggio di Mario Draghi, dovete andare a chiederlo in Grecia. 

Non ad Atene, ai ministri ma dovete andarlo a chiedere nei reparti pediatrici di Salonicco, negli ambulatori di Patrasso, nelle case delle famiglie che nel 2015 hanno pianto un bambino mai nato o morto prima di poter parlare.

Nel 2015 la Grecia, già in ginocchio dopo cinque anni di cure lacrime e sangue imposte dalla Troika, elegge un governo che ha l'ardire di dire: "Forse il paziente non può essere curato dissanguandolo". Il governo Tsipras, con Yanis Varoufakis ministro delle Finanze, prova a mettere sul tavolo una parola che a Francoforte suona come una bestemmia in chiesa: ristrutturazione del debito.

La risposta della BCE non fu un negoziato ma fu un ultimatum per interposta banca. 

Draghi chiuse i rubinetti dell'ELA, l'Emergency Liquidity Assistance, cioè il prestito di emergenza che teneva in vita le banche greche. Senza quella liquidità, le banche non possono aprire gli sportelli. Lo Stato greco è costretto a imporre il capital control e a chiudere le banche a chiave.

I cittadini possono prelevare 60 euro al giorno. Sessanta. Nemmeno il costo di una visita specialistica privata. Le imprese non possono pagare i fornitori esteri. Il sistema sanitario, già devastato dai tagli, va in tilt perché mancano i soldi per importare medicinali salvavita. Ed è qui che accade l'irreparabile.

La mortalità infantile, che in un Paese civile dovrebbe scendere tendenzialmente a zero, si impenna. Non sto esagerando. Ci sono studi accademici, pubblicati su riviste peer-reviewed, che dimostrano come dopo il 2010 la Grecia abbia visto un aumento significativo dei nati morti e della mortalità neonatale e infantile. Un'inversione di tendenza che in Europa non si vedeva da decenni. La causa? L'austerity imposta con il cappio al collo, e poi stretta fino allo strangolamento proprio da quegli strumenti che la BCE maneggia come un bisturi senza anestesia.

La BCE è l'emittente monopolista dell'euro. Non ha mai un problema di liquidità. Può creare euro premendo un tasto. La chiusura dell'ELA non fu una necessità tecnica. Fu una decisione politica deliberata, presa da un organo non eletto, contro un governo eletto, usando come arma di distruzione di massa la valuta che dovrebbe "servire" i cittadini europei. 

Fu terrorismo monetario e una decisione consapevole, presa nel silenzio ovattato di una riunione del Consiglio direttivo, che si tradusse in una condanna umanitaria immediata per i più fragili.

Allora torniamo alla domanda che sorge spontanea: come dobbiamo chiamare uno che, per imporre una linea politica (perché di questo si trattava: piegare un governo democraticamente eletto), decide di affamare di liquidità un intero Paese, sapendo perfettamente che a pagare il prezzo più alto sarebbero stati i poveri, i malati cronici, le donne incinte e i neonati?

"Banchiere" è un eufemismo. È come chiamare "dispettoso" uno che ti taglia i freni della macchina. "Statista", poi, è una bestemmia.

Se applicassimo le stesse categorie che usiamo per i crimini contro l'umanità – dove la privazione deliberata di mezzi di sussistenza essenziali per sottomettere una popolazione rientra tra gli atti perseguibili – forse dovremmo smetterla di parlare di "tecnocrati che sbagliano" e iniziare a parlare di responsabilità individuali per la morte di innocenti. 

"Criminale" è una parola forte. 

Ma se guardiamo ai corpi, ai bambini mai nati o morti prima di poter parlare, alle cure negate, è l'unica parola che abbia un peso specifico pari alla realtà. 

Tutto il resto – "statista", "banchiere", "tecnico", "premio Carlo Magno" – è maquillage per necrologi scritti da chi non ha mai messo piede in un ospedale di Salonicco nel 2015.

Il colmo della commedia

Il bello, si fa per dire, è che lo stesso Mario, anni dopo, da premier italiano, si è trovato a che fare con i nodi strutturali dell'eurozona che lui stesso, quando era a Francoforte, aveva contribuito a stringere come un cappio. La storia non è ironica, è sadica.

E il premio porta il nome di Carlo Magno. Il tizio che ha forgiato un impero con la spada, l'omelia e l'accentramento del potere. Almeno lui, per mettere insieme mezza Europa, non ha avuto bisogno di strangolare l'economia della sua periferia fino ad ammazzarne i bambini. L'ha conquistata, ci ha messo un po' di monaci amanuensi, e via. Voi invece avete creato un Sacro Romano Impero della Deflazione, dove il re è un banchiere centrale che parla per enigmi e usa la liquidità come arma di ricatto, e la regina Christine scrive letterine d'amore come una quindicenne su Tumblr mentre sorvola le fosse comuni della Troika.

Conclusione: la medaglia al re nudo

Cara Christine, grazie per averci ricordato cosa significa davvero "statualità europea": avere il potere di distruggere e ricostruire a piacimento, e poi farsi applaudire dagli amici nella cattedrale di Aquisgrana. La tua letterina è un gioiello di ipocrisia che incornicia perfettamente la tragedia di questa generazione.

Noi, nel nostro piccolo blog eretico, continuiamo a pensare che l'euro sarebbe stato "irreversibile" fin dall'inizio se solo aveste permesso alla BCE di agire come una vera banca centrale, finanziando direttamente la spesa fiscale per la piena occupazione, invece di obbligare intere nazioni a elemosinare credito sui mercati e poi punirle con la fame di liquidità quando osavano dissentire.

Godetevi il premio, Mario. Dopotutto, convincere un intero continente che il vostro piromane è in realtà il pompiere capo, e che il ricattatore è uno statista, richiede un talento sopraffino. Un talento che evidentemente possiedi, visto che Christine si commuove e il mondo applaude.

E tu, Christine, conserva quella lettera. Un giorno, quando l'eurozona imploderà per davvero sotto il peso delle sue assurdità, potremo leggerla insieme. E sarà uno dei più bei monologhi comici della storia economica. Anche se, a dire il vero, per chi in Grecia ha perso un figlio, la commedia è già finita da un pezzo.

Restiamo vigili. E ricordiamo sempre: il Whatever It Takes è il riconoscimento che il re è nudo. 

Solo che invece di vestirlo, gli avete messo una medaglia e il sangue sulle mani, evidentemente, non macchia lo smoking.

Olindo Cervi

mercoledì 13 maggio 2026

Perle di saggezza della Signora De Romanis

Oggi abbiamo la nostra ristoratrice che ha smesso di servire pasti gratis, la Signora Veronica De Romanis, che ha pubblicato su X questo bellissimo post :

Meloni: "Pnrr, abbiamo incassato la 9 rata, quindi stiamo lavorando bene" Allora, l'efficacia di un piano non si valuta dalla spesa bensì dal Pil prodotto

Rispondo in chiave ironica perchè roba simile merita ormai solo ironia

Carissima Professoressa dell'austerità espansiva,

Mi lasci essere chiaro: lei sta confondendo i vincoli finanziari con i vincoli reali. 

Questo è l'errore fondamentale di tutta la sua generazione di economisti.

Quando dice che lo stato deve fare avanzo primario, sta essenzialmente dicendo che il settore pubblico deve drenare più risorse finanziarie dal settore privato di quante ne immetta. 

Ma sa cosa significa questo in termini contabili? 

Che il settore privato sta accumulando debito o riducendo la propria ricchezza finanziaria netta.

È matematica, non opinione.

Sul PNRR: 

il problema non è se Meloni 'incassa le rate'. 

Il problema è che ragionate ancora come se lo stato fosse un'impresa familiare che deve 'trovare i soldi'. 

L'Italia spende gli euro che può creare. 

Il vincolo non sono i soldi, il vincolo sono le risorse reali disponibili - lavoratori, materiali, capacità produttiva.

Se hai disoccupazione, fabbriche sottoutilizzate, giovani che emigrano, HAI RISORSE REALI INUTILIZZATE. 

In questa situazione, fare avanzo primario è come avere fame e rifiutarsi di mangiare perché 'non è prudente'. 

L'austerità in presenza di risorse inutilizzate non è prudenza, è stupidità economica.

Sul PIL: ha ragione su un punto - la spesa fine a se stessa non serve. 

Ma non per i motivi che crede lei. 

Serve a impiegare risorse produttive in modo intelligente. 

Se costruisci infrastrutture utili, formi lavoratori, finanzi ricerca, quel PIL in più è reale, non è inflazione. 

È produzione aggiuntiva che altrimenti non ci sarebbe stata.

La 'credibilità' di cui parla è la credibilità verso i mercati finanziari. 

Ma quale credibilità è più importante: quella verso i mercati o quella verso i cittadini che non hanno lavoro? 

I mercati possono sempre essere soddisfatti - basta alzare i tassi di interesse. 

Ma i cittadini disoccupati non tornano a lavorare per magia.

Sull'austerità espansiva: è una favola che vi raccontate per non ammettere che avete torto e che con le teorie neoliberista avete desertificato due continenti. 

Ogni volta che l'avete applicata - Grecia, Italia, Spagna - avete ottenuto recessione, più disoccupazione, e sì, spesso anche più debito/PIL perché il denominatore si è rimpicciolito più del numeratore.

Il vero problema del PNRR non è se si spende 'troppo' o 'troppo poco'. 

È se si spende bene.

 Ma questo non si misura con l'avanzo primario, si misura con: quanti posti di lavoro crea? Quanta produttività aggiunge? Risolve problemi reali?

I neoliberisti non capiscono che il denaro è solo un punteggio, un mezzo di coordinamento.

Le risorse reali sono ciò che conta.

Con rispetto,

Olindo Cervi

domenica 10 maggio 2026

la solita bugia delle privatizzazioni tanto care ai professoroni pieni di TITULI

Qui abbiamo qualche problemino di propaganda che viene come al solito smentita dalla matematica.
Questo professorone pieno di TITULI scrive questo post
Per smentire quello che il professorone sta affermando con sicurezza, basta citare i numeri degli Stati ove le ferrovie sono controllate dallo Stato in quanto infrastrutture strategiche che, in un mondo normale, i privati non dovrebbero gestire.
Due Stati a caso che hanno realizzato importanti infrastrutture ad alta velocità a controllo assoluto statale.
La Cina è la Russia.
Vediamo di riportare la discussione sui binari della realtà, perché qui non si tratta di opinioni ma di numeri facilmente verificabili.
Il nostro professorone sostiene che la liberalizzazione in Italia abbia portato "prezzi più bassi". 
Più bassi di cosa? 
Il paragone non è con il passato, ma con il mercato globale ed è qui che la balla colossale prende forma.
Prendiamo la spina dorsale dell'alta velocità mondiale:
1. Italia vs Cina (l'alta velocità più estesa al mondo)
· Pechino - Shanghai (1.318 km): Circa 60€ a tariffa piena in 2ª classe (circa 4 ore e mezza di viaggio) .
· Roma - Milano (circa 570 km): In un giorno feriale medio, Italo e Frecciarossa viaggiano tra i 55€ e i 90€ (in Standard/Economy).
Il costo al chilometro in Italia è drammaticamente più alto, spesso più del doppio o triplo rispetto alla tariffa piena cinese .
2. Italia vs Russia
Ok, la Russia non ha un'alta velocità paragonabile sulla lunga distanza, ma ha il "Sapsan" sulla tratta Mosca - San Pietroburgo (circa 650 km). Anche qui, con le tariffe dinamiche, la forbice è ampia, ma le offerte partono spesso da cifre irrisorie sotto ai 10 euro.
Il prezzo base italiano parte molto più in alto.
Il "metodo" del disinformatore:
Citare i dati a spot come "150 treni nuovi" e la frequenza Milano-Roma è il classico specchietto per le allodole. 
La frequenza è altissima? Vero. 
Ma questo non rende automaticamente i prezzi bassi se confrontati con il resto del mondo. 
Anzi, la ricerca RAILMARKET.com ha certificato che proprio l'Italia è il paese dove il viaggio in treno incide di più sullo stipendio medio (lo 0,45% del reddito mensile per la tratta Roma-Milano), superando persino la costosissima Svizzera in termini di impatto reale sulle tasche dei cittadini .
Conclusione: In Italia i prezzi sono scesi rispetto al monopolio di 15 anni fa? 
Forse, in alcune fasce promozionali. 
Ma definire il nostro sistema "più economico" usando il mondo come metro di paragone è una disinformazione talmente colossale che nemmeno Transsiberiana riuscirebbe a coprirne la lunghezza .
Per concludere, ricordo che la Cina costruisce reti AV che attraversano deserti e montagne a costi al chilometro che in Occidente ci sogniamo. Ma questa è un'altra storia... forse il nostro esperto dovrebbe prendere un treno per Pechino e studiare, anziché twittare.

venerdì 8 maggio 2026

Cronache dal manicomio europeo: come autodistruggersi comprando gas russo a caro prezzo

Se l'Unione Europea fosse una startup, il pitch per gli investitori sarebbe più o meno questo:

"Abbiamo volontariamente tagliato i ponti con il nostro fornitore di energia più economico, per poi ricomprare la stessa identica energia dal medesimo fornitore, ma liquefatta, trasportata via nave e pagata quattro volte tanto. Nel frattempo finanziamo una guerra che non possiamo vincere, facciamo chiudere le nostre industrie, e quando i nostri cittadini non riescono a pagare le bollette, spieghiamo loro che è moralmente edificante soffrire per la democrazia ucraina. Ah, e il nostro principale alleato militare ci ha appena tolto il saluto perché non l'abbiamo aiutato in un'altra guerra che sta perdendo. Siete Interessati?"

Partiamo dal capolavoro energetico. La Commissione von der Leyen, con la stessa lungimiranza di chi porta l'ombrello bucato sotto il diluvio, aveva solennemente promesso: "Entro il 2027 azzereremo il gas russo!". Applausi, medaglie, selfie commossi.

I dati del 2026, però, raccontano che le importazioni di GNL russo verso l'UE sono aumentate del 20,8% e la Spagna ha incrementato gli acquisti del 124%. Perché? Perché il gas via tubo – quello che costava poco e rendeva competitiva l'industria europea – è stato santamente demonizzato, ma il GNL russo – che è lo stesso gas, solo più caro e con l'impronta carbonica di una petroliera – va benissimo. È come giurare di non bere più vino e poi farsi spedire la stessa identica bottiglia da un corriere in bicicletta, pagandola il triplo.

Claudio Descalzi, AD di Eni, prova a riportare la discussione sul pianeta Terra: "Scusate, ma il divieto del 2027 non ce lo possiamo permettere". Meloni annuisce sperando in una tregua prima di quella data. Nel frattempo, l'Ungheria compra gas via Turkstream e fa spallucce. La Germania finge di non vedere. La Francia alza il sopracciglio e stappa un Bordeaux. È l'Europa, bellezza.

Il fronte ucraino: dimenticato come un calzino spaiato

Nel frattempo, in Ucraina si combatte ancora. Ma silenzio!!, non ditelo ai media, perché la guerra in Iran ha rubato la scena. Marzo è stato un mese di quasi totale immobilità: complici il fango e la cronica mancanza di munizioni, i soldati ucraini sono stati invitati a resistere con lo sguardo fiero e le preghiere. Peccato che i Patriot che gli europei avevano comprato dagli americani non arriveranno mai, perché gli USA hanno esaurito le scorte e hanno bisogno di 5-6 anni per rifarle. Tempo perfetto per una guerra in corso.

I russi avanzano, accerchiano, creano "calderoni". 

Gli ucraini, eroicamente, vengono sacrificati in difese disperate che evocano paragoni storici imbarazzanti con la Wermacht nazista. 

Intanto l'Europa stanzia altri miliardi, definiti pudicamente "prestiti", che tutti sanno non torneranno mai indietro. Ma del resto, perché preoccuparsi? Tanto paga il cittadino europeo, che ormai ha il portafoglio così bucato da usarlo come scolapasta.

Poi arriva il colpo di grazia: Donald Trump annuncia il ritiro di parte delle truppe americane dall'Europa. 

Motivo ufficiale? "Non ci avete aiutato contro l'Iran". 

Motivo reale? Agli Stati Uniti dell'Europa non gliene è mai fregato nulla, ma almeno prima fingevano.

La NATO, sentenzia l'analisi, è "morta". Gli USA non sono più alleati, ma competitor con interessi divergenti. La cosa sarebbe anche gestibile, se solo l'Europa avesse una briciola di visione strategica invece di una federazione militare ridicola e una Commissione che produce più disastri che direttive sulla curvatura dei cetrioli.

A questo punto l'Italia, dodicesima potenza mondiale per spesa militare e settima economia del pianeta, dovrebbe svegliarsi. Invece no. Continuiamo a discutere di posture strategiche mentre Sigonella è un bersaglio potenziale e i nostri governanti fanno propaganda e litigano sui social. Ormai non abbiamo più governanti ma influencer sui social.

E qui veniamo alla parte più esilarante, quella economica. 

L'Unione Europea – udite udite – consente il debito per il riarmo, ma non per la crisi energetica. È come se un medico ti vietasse di comprare le medicine per la polmonite ma ti autorizzasse ad acquistare una bara di lusso.

La Modern Money Theory (MMT) lo spiega da anni: uno Stato che emette moneta sovrana non può "finire i soldi" come una famiglia indebitata. Può sempre creare le risorse necessarie, purché abbia materie prime, forza lavoro e impianti produttivi. Il limite è l'inflazione, non il "bilancio". Ma nell'Eurozona, i singoli Stati hanno rinunciato alla sovranità monetaria senza costruire un'unione fiscale degna di questo nome. Risultato? Siamo ostaggi di regole contabili scritte da tecnocrati che sembrano usciti da un romanzo distopico di Kafka.

Il vero scandalo non è che l'Europa "non ha soldi" per l'energia. È che sceglie deliberatamente di non averli. 

Poi, quando serve, stampa trilioni per salvare banche o finanziare carri armati. 

I soldi per le bollette dei cittadini? Ah no, quelli sono inflazionistici. 

Quelli per i missili? Ottimo investimento. 

Qui la logica si è suicidata.

A questo punto, verrebbe da suggerire – in chiave puramente comica, s'intende, siamo persone civili – che chi ha governato questo disastro dovrebbe dimettersi all'istante e, perché no, affrontare un rapido plotone d'esecuzione metaforico. 

Niente di cruento, per carità: basterebbe una fucilazione simbolica in piazza, con proiettili di gommapiuma, per ribadire che l'incapacità manifesta non dovrebbe essere un titolo di merito per restare in carica, ma piuttosto la premessa per un dignitoso esilio in qualche isola sperduta, lontano da qualsiasi decisione che riguardi la vita dei cittadini.

È una battuta, ovviamente. Ma come tutte le battute, nasconde un fondo di verità. 

Se l'Europa non ritrova un briciolo di realismo, pragmatismo e – osiamo dire – intelligenza, saranno i popoli a emettere il verdetto.

E non serviranno fucili, basteranno le urne. Sempre che, nel frattempo, non abbiano congelato anche quelle per mancanza di fondi.

Olindo Cervi