domenica 17 maggio 2026

IL SIGNOR ERNESTO E LA SCOPERTA DELL'ACQUA CALDA: LA SPESA PUBBLICA FA BENE SE È PRODUTTIVA

 Ovvero: il nostro signor Ernesto economista da tastiera reinventa Keynes senza saperlo, e poi lo insulta

Veniamo al dunque. 

Un altro sapientone si affaccia su X.com con grafici, acronimi in maiuscolo e la certezza di chi ha appena scoperto la penicillina. 

Riassumendo e togliendo i grafici il nostro amico afferma :

Perchè é importante il rapporto Produttività Totale dei Fattori su Spesa Pubblica(curva rossa asse sx)?

La TFP misura quanto efficientemente si usano lavoro e capitale.


La spesa pubblica incide su questa efficienza perché:

Incrementa il capitale pubblico: infrastrutture e beni pubblici complementari a quelli privati (es. una buona rete stradale fa aumentare la produttività delle imprese).

MIGLIORA IL CAPITALE UMANO(NOI): più istruzione e ricerca → lavoratori e imprese più innovativi.

Cosa succede in Italia?

La composizione della spesa è sbilanciata: troppa spesa corrente, assorbita dalla pubblica amministrazione specialmente, e poca spesa in investimenti produttivi e R&S.

Questo concetto é malcompreso(o volutamente ignorato).

L' economia neomelodica vuole un'impresa al servizio dello stato quando la mission é esattamente contraria.

Lo Stato deve essere, tramite i suoi SERVITORI, al SERVIZIO dell'impresa privata che ne sopporta il costo ricevendo di ritorno ausilio fondamentale per ammortizzarlo.

Chi dovrebbe spiegarvi quanto sopra, chi vi forma ad esempio, sovente é parte del problema.

Fa politica e manca ai suoi doveri grazie a privilegi anacronistici (non é sul mercato, non subisce concorrenza, é impermeabile al ciclo economico).

Prima o poi questo argomento andrà affrontato seriamente.

Leggere sciocchezze come questa (é un mio parere ovviamente) non é più tollerabile.

La politica nelle Università non é più tollerabile.

L'istruzione pubblica é un servizio fondamentale e la politica la sta distruggendo.

Vediamo di rispondere al nostr amico Signor Ernesto.

Stavolta il tema è la TFP (Total Factor Productivity) e il suo rapporto con la spesa pubblica. 

Argomento serio, trattato nel modo più confuso possibile.

Andiamo per punti, con la pazienza che la cosa merita.

LA GRANDE SCOPERTA: LA SPESA PUBBLICA PRODUTTIVA FA BENE

Il nostro amico ci spiega, con toni da rivelazione apocalittica, che la spesa pubblica in infrastrutture e istruzione aumenta la produttività. 

Le strade buone fanno bene alle imprese. 

L'istruzione produce lavoratori più capaci. 

La ricerca genera innovazione.

Benissimo. Vero al 100%.

Peccato che questa cosa la sapesse già Keynes nel 1936 e la sapeva Abba Lerner negli anni Quaranta e la sa chiunque abbia mai aperto un manuale di economia pubblica.

Persino la Banca Mondiale, che non è esattamente un covo di comunisti, pubblica da decenni studi che dimostrano come gli investimenti pubblici in infrastrutture abbiano moltiplicatori superiori a 1,5 — cioè ogni euro speso genera più di un euro di PIL.

Quindi la "scoperta" del nostro amico è che bisogna spendere bene i soldi pubblici invece di spenderli male.

Grazie. 

Illuminante. 

Riformuliamo: dobbiamo fare le cose buone invece delle cose cattive. 

Questo è il contributo alla teoria economica.

IL PARAGRAFO CAPOLAVORO: LO STATO AL SERVIZIO DELL'IMPRESA

Poi arriva il momento clou. Cito testualmente, perché nessuna parafrasi renderebbe giustizia alla cosa:

"Lo Stato deve essere, tramite i suoi SERVITORI, al SERVIZIO dell'impresa privata che ne sopporta il costo ricevendo di ritorno ausilio fondamentale per ammortizzarlo."

Fermiamoci qui un momento.

Lo Stato che emette la moneta, che definisce i diritti di proprietà, che garantisce i contratti,  che forma i lavoratori, che costruisce le strade su cui girano i camion delle imprese private  sarebbe un SERVITORE dell'impresa privata.

L'impresa privata "sopporta il costo" dello Stato.

Pagando le tasse, si intende.

Noi ragionieri (non economisti) ci facciamo sempre qualche domanda e ci chiediamo da dove vengono i soldi con cui le imprese pagano le tasse. 

Dai ricavi. 

E i ricavi da dove vengono? 

Dai clienti. 

I clienti con che cosa pagano? 

Con i loro redditi.

I redditi da dove vengono?

Dal lavoro. 

La forza lavoro da chi è formata? 

Dallo Stato, con l'istruzione pubblica che il nostro amico stesso ha appena elogiato.

Quindi il settore privato nel suo complesso non può pagare più tasse di quanti soldi lo Stato ha immesso nell'economia attraverso la spesa pubblica e il deficit. 

È una identità contabile, non un'opinione. 

Se lo Stato spende 100 e raccoglie 90 di tasse, il settore privato nel suo complesso ha guadagnato 10. Se lo Stato spende 100 e raccoglie 110, il settore privato nel suo complesso ha perso 10. 

È aritmetica delle partite doppie e non è ideologia.

LA CONTRADDIZIONE GLORIOSA

Il capolavoro del tweet sta nella contraddizione interna che il suo autore non sembra notare.

Da un lato: la spesa pubblica in istruzione, infrastrutture e ricerca è fondamentale per la produttività. Bisogna farla perchè è essenziale.

Dall'altro: lo Stato è un servitore dell'impresa privata, i dipendenti pubblici sono "servitori" con "privilegi anacronistici", la politica nelle università "non è più tollerabile", l'istruzione pubblica va difesa ma chi la gestisce va criticato.

Quindi: vogliamo più investimenti pubblici in istruzione e ricerca, ma chi lavora nelle università ha privilegi anacronistici e fa politica invece di lavorare. 

Vogliamo più capitale pubblico, ma lo Stato è un servitore dell'impresa. 

Vogliamo spesa produttiva, ma la spesa corrente, quella che paga gli stipendi dei ricercatori, dei professori, degli ingegneri e delle infrastrutture è il problema.

Come si fa a investire in istruzione senza pagare gli insegnanti? Come si costruisce un'infrastruttura senza pagare i tecnici pubblici che la progettano e la sorvegliano? Come si fa ricerca senza finanziare i ricercatori?

Mistero.

COSA DICE LA MMT

La MMT è d'accordo che la composizione della spesa pubblica conta. 

Anzi, è uno dei suoi punti centrali: lo Stato non dovrebbe preoccuparsi del deficit in astratto, ma di cosa compra con quel deficit. 

La spesa in istruzione, ricerca e infrastrutture crea capacità produttiva reale, riduce i colli di bottiglia, aumenta la produttività di lungo periodo. 

La spesa in sussidi a settori improduttivi, spesa assistenziale senza accompagnamento al lavoro, spesa militare fine a sé stessa portano molto meno utile.

Fin qui siamo d'accordo con il nostro amico. 

Ma la MMT aggiunge qualcosa di fondamentale che la sua analisi ignora completamente: uno Stato che emette la propria moneta non è vincolato finanziariamente. 

Non ha bisogno di "trovare i soldi" prima di spendere. Il vincolo è reale e basato su risorse, lavoro, capacità produttiva e non finanziario.

Questo significa che il problema dell'Italia non è che "non ci sono soldi per investire". 

I soldi li crea la Banca Centrale Europea su richiesta. 

Il problema è politico: la scelta di non investire, di tagliare la spesa produttiva per rispettare parametri europei pensati in funzione di interessi finanziari, non dell'economia reale.

Il nostro amico ha identificato il sintomo (spesa pubblica mal composta) ma ha sbagliato completamente la diagnosi: non è colpa dei professori universitari di sinistra. È colpa di trent'anni di austerità che hanno tagliato proprio quella spesa produttiva che lui ora giustamente rimpiange.

LA CONCLUSIONE

Ricapitolando: il nostro amico ha scoperto che bisogna spendere bene i soldi pubblici. Giusto. Ha scoperto che le infrastrutture e l'istruzione aumentano la produttività. Giusto. Ha scoperto che in Italia si spende male. Giusto.

Poi ha concluso che lo Stato deve essere un servitore dell'impresa privata, che i professori universitari sono il problema, e che chi non è "sul mercato" non ha diritto di parlare di economia.

Il problema è che questa conclusione contraddice le premesse. 

Per avere buone infrastrutture, buona istruzione e buona ricerca serve uno Stato forte, ben finanziato, con dipendenti pubblici competenti e ben pagati — non servitori in livrea che chiedono il permesso all'impresa privata prima di aprire una scuola.

Ma questa cosa, evidentemente, non è ancora tollerabile.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma almeno non si contraddice nello stesso tweet

sabato 16 maggio 2026

ANDREA GIURICIN E IL PIL RUSSO: QUANDO IL PROFESSORONE NON SA DISTINGUERE IL NOMINALE DAL PPP

Ovvero: come confondere la mappa con il territorio in meno di 280 caratteri.

Dunque. Andrea Giuricin — quello che ci ha spiegato che privatizzare Telecom era una grande idea, che le liberalizzazioni portano efficienza, che il mercato sa sempre dove andare — ha scritto un tweet. Come ogni volta che scrive un tweet, ha confezionato in poche righe una quantità notevole di sciocchezze per centimetro quadrato.

Il professor Giuricin ci informa che la Russia «ha un'economia piccola ormai quanto la Spagna». E quindi, si intuisce, non è un avversario serio. E quindi, si intuisce ancora, qualcosa non torna nel fatto che questa economia "piccola" stia bombardando l'Ucraina da oltre quattro anni senza fermarsi, senza esaurire missili, senza collassare economicamente come ci avevano promesso.

Peccato che il confronto sia sbagliato. Sbagliato nel metodo, sbagliato nei numeri, sbagliato nelle conclusioni.

IL PROBLEMA SI CHIAMA PIL PPP, PROFESSORE

Giuricin confronta l'economia russa con quella spagnola usando il PIL nominale in dollari. È una scelta interessante. Interessante nel senso di: sbagliata.

Il PIL nominale in dollari misura quanti dollari valgono i beni e servizi prodotti da un paese, convertiti al tasso di cambio corrente. Se il rublo si svaluta del 30%, il PIL russo crolla del 30% in dollari — anche se la Russia produce esattamente le stesse cose di prima. Ha senso usare questo indicatore per capire la capacità produttiva reale di un paese? No. Non ha senso.

La misura corretta per confrontare le economie reali — quella che usano il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, la CIA — è il PIL a parità di potere d'acquisto, PPP. In PPP, l'economia russa è la quinta del mondo, davanti alla Germania, davanti al Giappone, davanti al Regno Unito. Non è piccola quanto la Spagna. È circa tre volte più grande della Spagna.

Ma forse Giuricin ha un vecchio libro di testo sul comodino.

COME FA LA RUSSIA A CONTINUARE, SE È COSÌ POVERA?

Questa è la domanda che il tweet di Giuricin implica senza mai farsi. Come fa un'economia "piccola quanto la Spagna" a sostenere una guerra di logoramento da quattro anni, a produrre missili a ritmo industriale, a pagare centinaia di migliaia di soldati?

La risposta è che il vincolo non è finanziario — è reale: manodopera, materie prime, capacità industriale. E la Russia, piaccia o meno, ha tutte e tre. Ha il petrolio. Ha il gas. Ha il grano. Ha le acciaierie. Ha i sistemi missilistici. Ha un territorio enorme e una popolazione di centoquarantacinque milioni di persone.

La Russia non compra i suoi missili su Amazon pagando in dollari. La Russia emette rubli, paga i suoi lavoratori in rubli, produce internamente quello che le serve per fare la guerra. Quello che manca — le tecnologie avanzate, i semiconduttori — lo importa dalla Cina e dall'India, aggirandosi attorno alle sanzioni occidentali che avrebbero dovuto "strangolarne l'economia" e invece l'hanno fatta crescere del 4% annuo per due anni di fila.

Sono queste le cose che Giuricin non spiega. Probabilmente perché non le sa.

IL DOPPIONE DELLA CONFUSIONE

C'è poi un secondo livello di errore nel tweet, e merita di essere sviscerato.

Giuricin mescola due cose completamente diverse: un giudizio morale sacrosanto — la Russia bombarda civili, e questo è un crimine di guerra — e un argomento economico sbagliato. Come se la debolezza economica dell'avversario fosse necessaria per giustificare il diritto dell'Ucraina a difendersi. Come se, se la Russia fosse "forte", allora l'Ucraina dovrebbe arrendersi.

Questo ragionamento non sta in piedi. Il Vietnam aveva un PIL in dollari ridicolo. Ha tenuto testa agli Stati Uniti per vent'anni. L'Afghanistan ha tenuto testa prima all'URSS poi alla NATO per decenni. La capacità di combattere non dipende dal PIL nominale in dollari. Dipende dalla mobilitazione reale delle risorse, dalla volontà politica, dalla struttura produttiva, dalla geografia.

Giuricin confonde la mappa con il territorio. Scambia un indicatore finanziario — che fluttua ogni volta che cambia il tasso di cambio — con la realtà materiale di un paese che produce, spara e resiste.

E L'UCRAINA?

Sul fatto che l'Ucraina debba difendersi, non ho mai avuto dubbi. Certo che deve difendersi. Lo dice il diritto internazionale. Lo dice il buon senso. Lo dice la dignità elementare di un popolo sotto le bombe.

Il punto — che sfugge a Giuricin come sfugge alla maggior parte dei commentatori italiani — è che sostenere l'Ucraina e capire correttamente l'economia russa non sono due cose in contraddizione. Anzi: capire correttamente l'economia russa è necessario per sostenere l'Ucraina in modo efficace, senza illudersi che le sanzioni stiano funzionando come promesso, senza raccontarsi che il crollo dell'avversario sia imminente, senza farsi sorprendere quando invece la guerra continua, i missili continuano a cadere e i civili continuano a morire.

L'errore di Giuricin non è etico. È tecnico. E gli errori tecnici, in materia di guerra e di economia, costano cari a chi quei civili vorrebbe davvero aiutare.

LA VERA DOMANDA

La vera domanda è: come mai uno come Giuricin — che sbaglia le previsioni sulle privatizzazioni, sbaglia i confronti economici, sbaglia la lettura del PIL — continua a essere citato come esperto?

La risposta è sempre la stessa: perché dice quello che i giornali vogliono sentirsi dire. Che il mercato funziona. Che le privatizzazioni sono buone. Che la Russia è debole. Che va tutto bene.

Chi dice cose scomode e complicate viene ignorato. Chi dice cose semplici e rassicuranti viene invitato in televisione.

Così funziona il circo dei professoroni con i titoli.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma almeno sa distinguere il PIL nominale dal PIL a parità di potere d'acquisto

IL BRITANNIA, DRAGHI E LA GRANDE SVENDITA: COME ABBIAMO REGALATO L'ITALIA ALLA FINANZA INTERNAZIONALE

Ovvero: come il 2 giugno 1992, mentre a Roma si festeggiava la Repubblica, sul panfilo della Regina d'Inghilterra si decideva di smontarla pezzo per pezzo.

Era il 2 giugno 1992. Festa della Repubblica. A Roma c'erano le parate, le bandiere, i discorsi ufficiali. Qualche centinaio di chilometri a nord, al largo di Civitavecchia, ormeggiato in acque internazionali come a voler sottolineare che certe conversazioni è meglio tenerle lontano da orecchie italiane, c'era il panfilo Britannia — il lussuoso yacht della Corona britannica. A bordo non c'erano principi né regine. C'erano banchieri della City di Londra, manager americani, finanzieri internazionali e, naturalmente, i nostri. Mario Draghi, direttore generale del Tesoro. Gabriele Cagliari, presidente dell'ENI. I presidenti di INA, AGIP, SNAM, Alenia, Banco Ambrosiano. L'ex ministro Beniamino Andreatta.

L'occasione? Una conferenza organizzata dai "British Invisibles" — il gruppo di interessi finanziari della City londinese — per discutere delle opportunità offerte dal patrimonio industriale pubblico italiano. In parole povere: fare shopping nel saldo dell'Italia.

Draghi aprì il suo discorso così: «Desidero anzitutto congratularmi con l'Ambasciata Britannica e gli Invisibili Britannici per la loro superba ospitalità. Tenere questo incontro su questa nave è di per sé un esempio di privatizzazione di un fantastico bene pubblico». Una battuta. Molto divertente. Meno per gli italiani che nei decenni successivi avrebbero pagato le conseguenze.

L'IRI: LA SETTIMA AZIENDA DEL MONDO. SVENDUTA PER UN'ELEMOSINA.

Prima di parlare dei danni, bisogna capire cosa avevamo. L'IRI — Istituto per la Ricostruzione Industriale — era stata la settima maggiore società al mondo per fatturato, e per lungo tempo la più grande impresa del pianeta al di fuori degli Stati Uniti. Fondata nel 1933 per risanare il sistema bancario in crisi, aveva poi guidato il miracolo economico italiano del dopoguerra. Strade, autostrade, telefonia, siderurgia, aviazione, cantieri navali, elettronica, chimica: l'IRI era l'ossatura industriale dell'Italia.

Tra il 1993 e il 2002 venne smontata e venduta pezzo per pezzo. Il totale incassato dallo Stato fu di circa 198.000 miliardi di lire — pari all'8% del debito pubblico dell'epoca. Otto per cento. Avete capito bene. Svendemmo la settima azienda del mondo e ottenemmo in cambio una riduzione dell'8% del debito. Il debito pubblico oggi, invece di essere diminuito, è arrivato al 137% del PIL. Qualcuno dovrebbe spiegare la logica.

IL LIBRO DEI DISASTRI: TELECOM, AUTOSTRADE, BANCHE

Ma lasciamo perdere i numeri astratti e guardiamo cosa è successo nello specifico.

Telecom Italia: privatizzata nel 1997 dal governo Prodi per circa 60.000 miliardi di lire. Al momento della vendita era una delle prime compagnie telefoniche d'Europa, solida e redditizia. Oggi è un cadavere indebitato che fatica a sopravvivere, ha perso la rete che i contribuenti italiani avevano pagato per decenni, ed è finita sotto controllo straniero dopo un'odissea di scalate ostili, debiti montanti e svalutazioni continue. Bel risultato.

Autostrade per l'Italia: cedute nel 1999 per 6,5 miliardi di euro alla famiglia Benetton, con la consulenza di Goldman Sachs — la stessa Goldman Sachs dove Draghi sarebbe approdato come vicedirettore pochi anni dopo, una volta terminato il lavoro di smontaggio del patrimonio pubblico. I Benetton hanno incassato pedaggi per decenni, ridotto gli investimenti nella manutenzione, e il 14 agosto 2018 il viadotto Morandi di Genova è crollato, uccidendo 43 persone. Il rapporto tra privatizzazione selvaggia, estrazione di profitti e mancata manutenzione non è una dietrologia: è agli atti processuali.

Le banche: Comit, Credito Italiano, BNL, INA — il sistema bancario italiano che era stato costruito con la pazienza di decenni passò in mani private, poi straniere, poi fu concentrato in pochi grandi gruppi che oggi prestano i soldi alle imprese a tassi che strozzano la produzione e tengono i conti deposito dei risparmiatori vicini allo zero.

L'OBIETTIVO DICHIARATO: RIDURRE IL DEBITO. IL RISULTATO: IL DEBITO È TRIPLICATO.

Draghi stesso, sul Britannia, aveva detto una cosa sensata — una delle poche: «La privatizzazione è stata originariamente introdotta come un modo per ridurre il deficit di bilancio. Più tardi abbiamo compreso che la privatizzazione non può essere vista come sostituto del consolidamento fiscale».

Esatto. Non può essere vista come sostituto. Eppure è esattamente quello che è stata: la grande balla raccontata agli italiani per far digerire la svendita. «Privatizziamo per ridurre il debito». Il debito pubblico nel 1992 era al 105% del PIL. Oggi è al 137%. Nel mezzo abbiamo venduto tutto. Logica vorrebbe che qualcuno spiegasse dove sono finiti i soldi. Ma la logica, in questo Paese, è merce rara.

IL CONFLITTO DI INTERESSI CHE NESSUNO VUOLE NOMINARE

C'è un dettaglio biografico che i giornali italiani preferiscono non mettere in fila con troppa evidenza. Mario Draghi è stato direttore generale del Tesoro dal 1991 al 2001 — esattamente il periodo delle grandi privatizzazioni. Ha presieduto il Comitato per le Privatizzazioni dal 1993. Ha gestito la cessione di Telecom, Enel, Eni, Autostrade, banche. Poi, terminato questo lavoro, è stato assunto come vicedirettore di Goldman Sachs — la banca d'affari americana che aveva avuto un ruolo centrale come advisor e garante in molte di quelle stesse privatizzazioni. Nel 2003, Goldman Sachs prestò 2,8 miliardi di euro al gruppo Benetton per consolidare il controllo di Autostrade — privatizzata quattro anni prima con Draghi al Tesoro.

Chiamatela come volete. Io la chiamo una porta girevole di dimensioni industriali.

E IL DEBITO? SEMPRE LÌ, ANZI PEGGIO.

Non esiste un singolo esempio storico documentato in cui le privatizzazioni di massa abbiano portato a una riduzione significativa e duratura del debito pubblico. Non in Italia. Non in Argentina, dove fecero la stessa cosa con risultati catastrofici. Non in Gran Bretagna con la Thatcher, dove i servizi pubblici privatizzati sono diventati monopoli privati che estraggono rendite dalla popolazione senza competizione reale.

La retorica era: lo Stato è inefficiente, il privato è efficiente. La realtà è: alcuni enti pubblici erano inefficienti e andavano riformati; ma smontarli e venderli alla finanza internazionale a prezzi scontati, senza golden share efficaci, senza vincoli di reinvestimento, senza tutele per i lavoratori e per il territorio, non è una riforma. È una svendita. E i clienti del saldo erano già sul panfilo quel 2 giugno 1992, con il loro champagne e la loro orchestrina della Royal Navy.

LA DOMANDA FINALE

Nel 2024, Draghi ha presentato all'Unione Europea il suo rapporto sulla competitività europea. Ha scritto che l'Europa deve investire, reindustrializzarsi, costruire campioni industriali europei. Pagine e pagine di analisi lucide sul declino del sistema produttivo continentale.

Non ha scritto che parte di quel declino, in Italia, è figlia delle privatizzazioni degli anni '90. Non ha citato il Britannia. Non ha collegato i puntini.

I professoroni, si sa, non fanno mai autocritica. È una delle poche cose in cui sono davvero efficienti.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma almeno ricorda cosa avevamo e cosa ci hanno convinto a svendere

MARIO DRAGHI E LE SANZIONI ALLA RUSSIA: LA PIÙ GRANDE FIGURACCIA ECONOMICA DELLA STORIA RECENTE

Ovvero: come i migliori cervelli d'Europa hanno promesso il collasso di Mosca e ottenuto una crescita del PIL del 4,3%. Applausi.

Dunque. Era il 2022. L'Europa si riuniva compatta, seria, determinata. I leader occidentali si presentavano davanti alle telecamere con la faccia di chi sta per rivelare una sentenza definitiva. E la sentenza era questa: le sanzioni alla Russia avrebbero devastato l'economia di Mosca. L'avrebbero ridotta in ginocchio. Il rublo sarebbe diventato carta straccia. Putin avrebbe dovuto cedere nel giro di mesi, schiacciato dal peso di un'economia in frantumi.

Il nostro Mario Draghi — quello che «whatever it takes», quello che i giornalisti italiani trattano come una divinità laica con la cravatta — dichiarava con la consueta solennità che le sanzioni sarebbero state «dirompenti». Parola sua. Dirompenti.

Bene. Vediamo com'è andata.

IL PIL RUSSO NEL 2024: +4,3%. GRAZIE MARIO.

La Banca Mondiale ha registrato per la Russia una crescita del PIL del 4,3% nel 2024. L'anno prima era stato +4,1%. Nel frattempo, l'Italia cresceva dello 0,7%. La Germania — la locomotiva d'Europa, quella che ci ha fatto la morale sul rigore di bilancio per vent'anni — segnava un misero +0,2%. La Francia uguale. Il Regno Unito appena meglio.

Per farla breve: la Russia sanzionata, isolata, esclusa dallo SWIFT, tagliata fuori dai mercati finanziari occidentali, cresceva sei volte più velocemente dell'Italia e venti volte più della Germania. Dirompente, sì. Ma le conseguenze dirompenti le hanno sentite soprattutto i tedeschi, che hanno scoperto che riscaldarsi d'inverno senza il gas russo costa un occhio della testa.

COME HA FATTO LA RUSSIA A SOPRAVVIVERE

Primo: la Russia ha trovato altri mercati. La Cina ha aumentato gli scambi commerciali con Mosca del 25% rispetto al 2022 e oggi rappresenta oltre il 30% del volume totale degli scambi russi. India e Turchia hanno fatto altrettanto. Le sanzioni occidentali sono state praticamente un biglietto da visita che Putin ha consegnato a Pechino per stringere accordi che prima non esistevano.

Secondo: la spesa militare ha fatto da motore keynesiano. La Russia ha investito il 6% del PIL in difesa, ha costruito nuove industrie, ha creato posti di lavoro. Il settore militare-industriale è cresciuto del 30-40% tra il 2021 e il 2023. La disoccupazione è scesa al 2,5%. I salari sono aumentati.

Terzo: il debito pubblico russo è al 16% del PIL. Per confronto, quello italiano è al 137%, quello francese oltre il 110%, quello americano il 118%. La Russia sanzionata ha i conti pubblici più in ordine di qualsiasi grande Paese occidentale.

MA ALLORA LE SANZIONI NON HANNO FATTO NIENTE?

Le sanzioni hanno creato problemi strutturali seri: meno modernizzazione tecnologica, meno investimenti stranieri, inflazione oltre il 10% nel 2024, tassi d'interesse al 21%. Ventuno per cento. Roba da brividi. Ma un «collasso»? Un'economia «in ginocchio»? La «fine di Putin»? No. Niente di tutto questo.

LA DOMANDA CHE NESSUNO FA

La domanda vera è: a chi hanno fatto più male le sanzioni? Alla Russia, che ha trovato mercati alternativi? O all'Europa, che ha pagato il gas a prezzi tripli, ha visto la propria industria in crisi energetica, e ha subito un'inflazione combattuta alzando i tassi — colpendo ancora una volta le famiglie con i mutui e le piccole imprese?

La Germania è entrata in recessione. Le bollette delle famiglie europee sono esplose. L'industria continentale ha perso competitività. Noi abbiamo sanzionato la Russia. Poi ci siamo sanzionati da soli.

LA LEZIONE CHE NON IMPAREREMO

Le sanzioni non hanno fermato la guerra. Non hanno fatto crollare il rublo. Non hanno messo Putin in difficoltà esistenziale. Hanno ridisegnato i flussi commerciali a favore della Cina, indebolito l'industria europea, e dato a Mosca l'alibi perfetto per ogni difficoltà interna.

Ma i professoroni non ammetteranno mai di aver sbagliato. Perché i professoroni, si sa, non sbagliano mai. Sbagliano i dati. Sbagliano i mercati. Sbaglia la realtà. Loro no.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma almeno controlla i numeri della Banca Mondiale

venerdì 15 maggio 2026

LA BCE E I TASSI D'INTERESSE: LA PIÙ GRANDE TRUFFA INTELLETTUALE DEL DOPOGUERRA

Ovvero: come spiegare ai banchieri centrali in doppiopetto che alzare il costo del denaro per combattere l'inflazione da costi è come curare una frattura a una gamba amputandola.

Dunque. La Banca Centrale Europea, con la solennità di chi sta per rivelare i segreti dell'universo, ci ha spiegato per anni che il modo per combattere l'inflazione è alzare i tassi d'interesse. Christine Lagarde, con quella faccia da maestra di sci che spiega agli sciatori come si scia, ha ripetuto il mantra: «i tassi saliranno quanto necessario». Applausi in sala. Standing ovation dai mercati. Lacrime di commozione dagli economisti mainstream. Peccato che la teoria sia sbagliata. Peccato che i dati lo dimostrino. Peccato che nessuno dei professoroni patentati abbia il coraggio di dirlo ad alta voce.

Permettetemi di farlo io, che di patenti non ne ho, ma almeno ho la decenza di guardare i fatti.

IL MECCANISMO DI TRASMISSIONE: UNA FAVOLA PER ADULTI CREDULONI

La teoria ufficiale dice così: la BCE alza i tassi → il credito diventa più caro → le imprese investono meno → la domanda cala → i prezzi scendono. Bellissimo. Elegante. Sbagliato.

Partiamo da un dettaglio che i banchieri centrali si dimenticano sempre di menzionare: l'inflazione del 2021-2023 non era un'inflazione da domanda. Non era la classica storia dei consumatori con troppi soldi in tasca che corrono a comprare tutto. Era inflazione da costi: energia alle stelle per via della guerra in Ucraina, catene di approvvigionamento spezzate dalla pandemia, speculazione sulle materie prime. Quando il prezzo del gas naturale quadruplica in sei mesi, non è perché i tedeschi hanno ricevuto troppo sussidio statale e hanno deciso di riscaldare casa a 30 gradi. È perché la Russia ha chiuso i rubinetti.

Alzare i tassi contro un'inflazione da offerta è come prendere un antidolorifico per smettere di sanguinare dopo una coltellata. Non risolve il problema. Ti fa solo svenire prima.

Ma la BCE non fa distinzioni. La BCE ha un solo strumento — il tasso d'interesse — e quindi ogni problema diventa un chiodo da battere con quel martello. Un'inflazione da domanda? Tassi su. Un'inflazione da offerta? Tassi su. Un meteorite che cade su Francoforte? Riunione d'emergenza del consiglio direttivo per alzare i tassi.

CHI PAGA IL CONTO: INDOVINELLO PER BAMBINI

Ora facciamo un giochino. Quando i tassi salgono, chi ci rimette? I grandi speculatori finanziari che si sono indebitati per comprare asset a leva? No, loro sono già usciti dal mercato prima che la musica finisse. Le grandi multinazionali con riserve di cassa in valuta forte? No, loro si rifinanziavano a lungo termine quando i tassi erano a zero, e adesso stanno benissimo. La gente normale — famiglie con mutui a tasso variabile, piccole imprese con affidamenti bancari, artigiani che avevano finalmente un fido decente? Eccoli. Loro pagano. Sempre loro.

In Italia, tra il 2022 e il 2024, le rate dei mutui a tasso variabile sono praticamente raddoppiate. Non per colpa di chi aveva comprato casa. Non per colpa di chi aveva aperto una bottega. Per colpa di una banca centrale che applica una teoria economica del Novecento a un'economia del ventunesimo secolo.

E nel frattempo, sapete chi guadagna quando i tassi salgono? Le banche. Le banche commerciali, che ottengono tassi più alti sui prestiti e pagano interessi risicati sui depositi, hanno registrato profitti record negli anni dei rialzi. Il margine di interesse è esploso. Mentre la gente piangeva sul mutuo, Intesa Sanpaolo e UniCredit brindavano. Non è una coincidenza. È la struttura del sistema.

IL PARADOSSO CHE NESSUNO VUOLE NOMINARE

C'è poi un dettaglio tecnico che i banchieri centrali preferiscono non discutere durante le conferenze stampa eleganti: alzare i tassi d'interesse può essere di per sé inflazionistico. Sì, avete letto bene. Inflazionistico.

Come? Semplice. Le imprese hanno costi. Tra questi costi c'è il costo del finanziamento. Se il costo del finanziamento sale, le imprese hanno due scelte: mangiarsi il margine oppure scaricare il costo sul prezzo del prodotto finale. Quale delle due pensate che scelgano nella stragrande maggioranza dei casi? Esatto. Lo scaricano sul prezzo. Quindi la BCE alza i tassi per combattere l'inflazione, e così facendo aumenta i costi delle imprese, che alzano i prezzi, che aumentano l'inflazione, che costringe la BCE ad alzare ancora i tassi. Un circolo vizioso da manuale che i signori di Francoforte hanno studiato nei libri e poi puntualmente ignorato nella realtà.

L'economista australiano Bill Mitchell — uno dei padri fondatori della Modern Monetary Theory, la scuola di pensiero che ha il torto imperdonabile di avere ragione — lo chiama "the interest rate-price spiral": la spirale tassi-prezzi. Non è fantascienza. È contabilità di base. È quello che succede quando si usa uno strumento sbagliato per il problema sbagliato.

LA VERA DOMANDA CHE NESSUNO FA

La domanda che i giornalisti economici — quelli con il taccuino alle conferenze stampa della Lagarde, con gli occhi spalancati e le domande preconfezionate — non fanno mai è questa: a chi serve, davvero, una politica monetaria restrittiva?

Serve ai rentier. Serve a chi ha accumulato ricchezza finanziaria e vuole che quella ricchezza produca un rendimento senza lavorare. Quando i tassi erano a zero, un milione di euro in obbligazioni governative fruttava niente. Con i tassi al 4%, quel milione frutta quarantamila euro l'anno di rendita, senza muovere un dito. Chi ha tanti soldi ama i tassi alti. Chi deve prendere soldi in prestito li odia. Non è complicato. È redistribuzione del reddito verso l'alto, spacciata per politica monetaria ortodossa.

La BCE non è politicamente neutrale. Nessuna banca centrale lo è. La scelta del tasso d'interesse è una scelta distributiva: decide chi guadagna e chi perde. Pretendere il contrario è propaganda, non economia.

COSA SI DOVREBBE FARE, DUNQUE?

Rispondo a chi mi chiede: «Va bene Olindo, ma allora cosa proponi? Lasciare i tassi a zero in eterno?»

No. Propongo di smettere di fingere che la politica monetaria sia uno strumento universale. Propongo che quando l'inflazione viene dall'offerta — dall'energia, dalle materie prime, dalla speculazione finanziaria — la risposta sia fiscale e strutturale, non monetaria. Un tetto al prezzo dell'energia? Sì. Una tassazione straordinaria sui profitti delle compagnie petrolifere che hanno triplicato i margini durante la crisi? Assolutamente sì. Un programma pubblico di transizione energetica che riduca strutturalmente la dipendenza dalle importazioni di gas? Indispensabile.

E propongo che si smetta di trattare la BCE come se fosse un oracolo infallibile. È un'istituzione gestita da esseri umani, con teorie economiche apprese nelle stesse università dove si insegnano le stesse cose da quarant'anni, nonostante quarant'anni di risultati deludenti. La credibilità non si conquista alzando i tassi. Si conquista avendo ragione. E sulla questione dell'inflazione post-pandemia, la BCE ha avuto torto: ha fatto male la diagnosi, ha somministrato la medicina sbagliata, e i pazienti — noi — hanno pagato la differenza.

Detto questo, con tutto l'affetto del mondo per i signori in doppiopetto di Francoforte: la prossima volta che volete salvare l'economia europea, provateci senza distruggere prima i bilanci delle famiglie. Sarebbe una novità assoluta. Potrebbe perfino funzionare.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma almeno ha la calcolatrice

ALTRO PROFESSORONE CON I TITULI DELLA BOCCONI

Tommaso Monacelli professorone della Bocconi afferma :

 Diciamo che il dibattito si divide in due fazioni.

C’è chi pensa che i salari in Ita siano bassi perché la produttività del lavoro é bassa. E c’è chi pensa il contrario: che la produttività sia bassa perché i salari sono bassi. Che si fa?

Rispondo molto garbatamente anche se queste affermazioni si meriterebbero quattro sbadilate democratiche.

Caro professore, 

con tutto il rispetto per la vostra elegante dicotomia bocconiana, state impostando il problema esattamente al contrario, come se doveste spiegare perché il vostro gatto non abbaia. 

Sia la tesi “salari bassi perché la produttività è bassa” sia il suo opposto sono due facce della stessa vecchia favola neoclassica in cui il lavoro è un mercato come le patate, con una curva di domanda e una di offerta che s'incrociano magicamente. Peccato che la moneta non sia una merce, e lo Stato non sia una famiglia.

Partiamo da un dato contabile: i salari sono un costo per l’impresa, ma sono domanda aggregata per l’economia. Se schiacciate i salari in nome della competitività, state distruggendo proprio la domanda che dovrebbe assorbire l’eventuale maggiore produttività. L’Italia da trent’anni fa austerità fiscale e moderazione salariale, e cosa ha ottenuto? 

Produttività piatta e debito/PIL che sale. La causalità non è dal salario individuale alla produttività dell’impresa, ma dal livello generale dei salari nominali al tasso di utilizzo della capacità produttiva.

La vera questione è: chi stabilisce il livello dei salari nominali? Quando l'Italia era una nazione normale e i neoliberisti contavano un cazzo, lo Stato fissava il prezzo del lavoro indirettamente attraverso la spesa pubblica e la tassazione. 

Oggi, con la camicia di forza dell’Unione monetaria, avete delegato quel potere a vincoli esterni, ma la logica non cambia. 

Lo Stato, in quanto datore di lavoro di ultima istanza attraverso una Job Guarantee, può sempre fissare un pavimento salariale. Quel pavimento diventa il prezzo minimo del lavoro, e tutto il resto della struttura salariale vi si ancorano. La produttività non c’entra: è il salario di base che dà alla produttività la sua unità di conto. Le imprese, con un salario minimo garantito, sanno che se investono in macchinari per risparmiare lavoro, quel lavoro ha un costo certo. 

L’innovazione segue la domanda, non la precede.

Voi dite: “Ma se i salari sono bassi, le imprese non hanno incentivo a investire”. Esatto: state descrivendo un equilibrio di sotto-occupazione keynesiano, non un problema di “produttività”. 

La soluzione non è un generico “alzare i salari” per decreto, che da solo potrebbe solo creare disoccupazione se la domanda aggregata non lo sostiene. 

La soluzione è un’offerta illimitata di posti di lavoro a un salario fisso da parte dello Stato, finanziata semplicemente accreditando i conti bancari dei lavoratori – senza bisogno di tasse né debito preventivo. 

Quello stabilizza il potere d’acquisto, dà un valore di riserva al lavoro, e fa sì che la produttività sia costretta ad aumentare perché le imprese ora devono competere per i lavoratori, invece di pagarli noccioline sperando che diventino tedeschi per magia.

Quindi, che si fa? Smettetela di cincischiare con riforme strutturali dal lato dell’offerta e sgravi contributivi temporanei. 

Istituite un Programma di Transizione che garantisca un lavoro a chiunque, a un salario di €12-14 l’ora, spostando risorse da sussidi passivi a salario attivo. 

Il deficit salirà? Può darsi. 

Ma a voi bocconiani ricordo che il deficit del settore pubblico è surplus del settore privato, e che in una crisi di domanda il rapporto debito/PIL si abbassa solo se il denominatore – il PIL nominale – cresce. 

E il PIL nominale cresce se crescono i redditi da lavoro.

Il vostro dibattito tra gallina e uovo è ozioso: l’uovo è la moneta statale. Il pollo è il settore privato. E il cuoco è il Tesoro, che può sempre comprare entrambi, se solo smettesse di ascoltare le favole sulla “scarsità”, la più grande presa per il culo della storia, che vi raccontate nei vostri master.

Saluti a voi che con le vostre teorie avete desertificato due continenti

Olindo Cervi

Commento al sito ildeclinoitaliano.it gestito dai professoroni pieni di TITULI.

Ah, ragazzi, ma che goduria! Mi trovo davanti a questo capolavoro dell'ideologia dominante: "Fotografia di un declino" firmato dai due profeti della sciagura, i cari Guido Ascari e Riccardo Trezzi. Questi signori, con i loro curriculum prestigiosi fatti di banche centrali e università, hanno distillato in un libriccino tutte le perle di saggezza che hanno ridotto l'Europa in questo stato pietoso.

Sedetevi comodi, che adesso commentiamo punto per punto.

I Pilastri del Declino (Secondo Loro)

Demografia e declino: «le nascite sono in calo»

Ehilà! Il problema dell'Italia sarebbe che gli italiani non fanno più abbastanza bambini. Ma avete mai pensato, cari professori, che la gente non fa figli perché con i vostri salari da fame e la vostra precarietà glorificata, mantenere un figlio è diventato un lusso da ricchi? Invece di garantire un reddito e servizi pubblici decenti, voi andate a dire che mancano le culle.

Bell'inizio : forza che andiamo avanti

Produttività: «un lavoratore italiano produce come 20 anni fa»

Ah, la sacra mucca della produttività! Il mantra dei tecnocrati. Secondo voi la gente produce poco perché non è abbastanza "innovativa" o "qualificata". Il fatto che la domanda interna sia stata affossata da decenni di austerità e tagli alla spesa pubblica, questo non vi sfiora nemmeno l'anticamera del cervello. Forse se ci fosse lavoro e paga decente, la gente avrebbe anche voglia e tempo per qualificarsi. Ma per la vostra visione miope, l'unica soluzione è ancora più flessibilità e tagli.

P.A. inefficiente e spesa pubblica a pioggia: «quasi 500 miliardi di stimoli senza crescita»

Ecco, adesso veniamo al vostro cavallo di battaglia. Buttate lì i famosi 500 miliardi di "stimoli" che non hanno prodotto nulla. Ma scusate, secondo la vostra religione del "lato dell'offerta", iniettare liquidità in un'economia in stallo senza toccare i veri nodi è come versare acqua in un secchio bucato. Peccato che voi consideriate lo Stato come un'azienda in perdita che deve essere messa a dieta, non come l'unico ente che può creare moneta sovrana per rimettere in moto la domanda. La vostra ricetta perenne, condivisa da tutte le banche centrali per cui avete lavorato, è stata: tagli, più tagli e, se non basta, ancora tagli. E vi meravigliate che l'economia non cresca?

Salari e produttività: «i salari reali possono crescere solo se aumenta la produttività»

Questa è la perla più bella di tutta la collana, degna di un manuale di economia per negati. Cioè, secondo la vostra "teoria", la paga non è un costo, né un diritto, ma una ricompensa che arriva solo dopo aver prodotto di più. Peccato che sia il contrario! Con la domanda distrutta e la disoccupazione tenuta alta apposta per tenere bassi i salari, come diavolo fa la gente ad avere i soldi per comprare ciò che produce, stimolando così innovazione e crescita? La vostra logica è quella del servo della gleba che deve sgobbare per il signore nella speranza di ricevere una lira in più. Vergognatevi.

Spreco PNRR: «un fiume di denaro distribuito a pioggia senza riforme»

Perfetto. Secondo voi l'Italia ha sprecato i soldi del PNRR perché non ha fatto le riforme strutturali che chiedevate voi. Ma qual è la vostra soluzione magica? La spending review e la lotta al lavoro nero. Cioè, la solita ricetta: tagli alla spesa pubblica e flessibilità del lavoro per aumentare la competitività. Una roba che avete già applicato in Grecia e Portogallo, riducendo quei paesi in polveroni fumanti. E ora venite a insegnare a noi come si gestisce una crisi? Mi astengo dai commenti perchè diventerei offensivo.

Unione Europea: "alcune regole di bilancio vanno rispettate per non far scappare gli investitori"

Questa è la vostra scusa finale, il vostro parafulmine. "Non possiamo fare altrimenti, signora mia, perché l'Europa ce lo impone". Ma scusate, non siete voi e i vostri simili ad aver scritto quelle regole assurde come il Fiscal Compact? Non siete voi ad aver trasformato l'Europa in un club di banchieri che puniscono i popoli? E ora vi nascondete dietro le stesse regole che avete contribuito a creare per giustificare la vostra immobilità. Siete dei vigliacchi.

La MMT? "Un'eresia che causerebbe iperinflazione"

Veniamo ora all'accusa finale: la MMT, la Teoria Monetaria Moderna, l'idea che uno stato sovrano che emette la propria moneta non possa fallire, sarebbe una follia. Ma ditemi, cari economisti mainstream, la vostra ricetta di austerità, flessibilità e tagli alla spesa pubblica in Europa ha prodotto: disoccupazione gigantesca, deflazione, servizi pubblici a pezzi, populismo e odio. Avete distrutto due continenti con le vostre teorie, e adesso vi scandalizzate di chi propone un'alternativa seria?

Secondo la MMT, e non è una scoperta, la disoccupazione esiste perché un governo sovrano decide di non creare abbastanza moneta per raggiungere la piena occupazione. Ma questo per voi è secondario. L'importante è che i conti tornino, che l'inflazione non salga, anche se la gente muore di fame.

Conclusione

Insomma, cari Ascari e Trezzi, siete il perfetto esempio di come l'economia sia diventata una teologia al servizio dei potenti. Le vostre analisi sono dettagliate, le vostre fonti sono precise, ma la vostra visione del mondo è così miope e dannosa da far rabbrividire. Continuate pure a piangere sul declino, intanto che la gente soffre, i servizi crollano e l'Europa si sgretola sotto il peso delle vostre idiozie. Noi, i cattivi della MMT, continueremo a proporre soluzioni serie.

Ora, se volete scusarmi, ho un mare di soldi virtuali da stampare per finanziare un ponte. Vi saluto cordialmente.

Olindo Cervi