domenica 26 aprile 2026

Dialogo con Il professorone neoliberista pieno di TITULI che andrebbe abolito per legge come il nazismo.

Rispondo ai professoroni che hanno generato nazioni in fallimento e desertificato e impoverito due continenti e che, nonostante questo, continuano a pontificare a suon di puttanate economiche.

Mi chiamo Olindo Cervi, e non sono un professorone. 

Ho una laurea magistrale in Economia e Commercio, conseguita quando l'università ti insegnava ad analizzare e a mettere in dubbio tutte le cose che ti raccontavano, secondo il miglior principio di Socrate. "So di non sapere".

E più studiavo, più capivo che chi affermava con troppa sicurezza stava nascondendo qualcosa. 

Poi ho lavorato all'IBM quando l'IBM era un'azienda seria, quando i computer non erano aggeggi per postare foto di gattini ma macchine che processavano dati, che seguivano algoritmi, che se sbagliavi una virgola ti restituivano un errore. 

Lì ho imparato una cosa fondamentale: se il sistema va in crash, non è colpa dell'utente. 

È colpa di chi ha scritto il codice. E se il codice fa schifo, lo riscrivi. 

Non incolpi il computer. 

E oggi faccio il libero professionista, libero di pensare quello che mi pare senza dover rendere conto a nessuno. Una licenza di volo intellettuale che mi sono guadagnato sul campo.

Ecco perché, quando leggo certe cose, quando sento certi professoroni PIENI DI TITULI pontificare dalla cattedra, mi scatta il riflesso condizionato del vecchio sistemista: qui il codice è pieno di bug, e questi continuano ad agire come se nulla fosse.

Ah, il professorone ha parlato. 

Si è alzato dalla cattedra, si è aggiustato il completo grigio, ha respirato forte e ha sentenziato: 

«Il Superbonus ha creato un buco di bilancio! Lo Stato si è indebitato!». 

Applausi in sala, gli studenti annuiscono come automi, la Banca Centrale Europea sorride compiaciuta, il *Financial Times* titola: «Italia, ennesima prova di dissolutezza mediterranea».

Peccato che sia tutto una PUTTANATA SIDERALE. 

E lo dico da analista, abituato a leggere i dati, non i titoli dei giornali. 

Il problema non sono i numeri. Il problema è l'interpretazione. 

E qui l'interpretazione è sbagliata come un algoritmo che ti restituisce "2+2=5". 

Non è un errore di calcolo: è proprio il teorema che fa acqua da tutte le parti.

Partiamo dalla barzelletta più vecchia del repertorio: 

«Le tasse servono a finanziare i servizi pubblici». 

Ecco, questa frase andrebbe stampata sulla carta igienica, perché è lì che merita di finire. 

Lo Stato non ha bisogno delle tasse per spendere. 

Lo Stato crea i soldi. 

Punto. 

È lui che emette la moneta, mica la signora Maria che vende le uova al mercato. 

Quando il governo paga un ponte, un ospedale o un cazzo di cappotto termico, non va a frugare nel salvadanaio dei contribuenti: digita un numero su un computer e puff, i soldi esistono. 

Le tasse servono a togliere potere d'acquisto dall'economia per evitare che la gente compri troppa roba e scateni l'inflazione. 

Fine. 

Non finanziano un bel niente. 

È il più grande imbroglio intellettuale dal Medioevo a oggi, ripetuto con tale foga da sembrare vero. 

E sapete qual è la beffa? Che a ripeterlo sono gli stessi che poi si lamentano della pressione fiscale.

Se le tasse servissero davvero a finanziare i servizi, più tasse significherebbero più servizi, no? 

Invece più tasse paghiamo, più servizi tagliano. 

È un costrutto logico che non sta in piedi. 

Un bug, appunto. E quando un bug è così grosso, qualsiasi sistemista degno di questo nome prende il manuale e lo riscrive.

Quindi, caro professorone, quando dici che il Superbonus ha generato un «buco», stai usando le categorie mentali del mio salumiere di fiducia – che è un ottimo salumiere, per carità, ma non è Keynes e nemmeno Warren Mosler. 

Il debito pubblico non è il conto in rosso della carta di credito: 

è il risparmio del settore privato. 

Ogni euro di debito pubblico è un euro che famiglie, imprese e fondi di investimento hanno guadagnato e messo da parte. 

Chiamarlo «problema» è come lamentarsi che il termometro segna la febbre quando hai l'influenza. 

Il problema non è il numero, è la malattia. E la malattia non sono i soldi spesi per i cappotti termici, ma trent'anni di austerità becera che hanno desertificato due continenti, distrutto la classe media e fatto credere alla gente che lo Stato fosse un'azienda da mandare in pareggio di bilancio a colpi di lacrime e sangue. 

Ho visto sistemi operativi più stabili di questa teoria economica. 

E all'IBM, un sistema operativo così bucato lo avremmo mandato in pensione dopo la prima settimana di test.

E qui arriviamo alla seconda perla di saggezza: «Lo Stato si è indebitato!». 

Indebitato con chi? Con Mario? Con mia sorella? No, con i mercati finanziari. 

Cioè con quelli che hanno già i soldi, a cui lo Stato regala ogni anno 85-90 miliardi di euro di interessi. 

Soldi freschi, creati dal nulla, che finiscono dritti dritti nelle tasche di chi già possiede i titoli di Stato – banche, assicurazioni, fondi pensione, e sì, anche qualche "umile risparmiatore" (che però non è esattamente il pensionato che arrotonda la minima, ma piuttosto il suo fondo pensione gestito da BlackRock). 

Questi miliardi sono un trasferimento netto di ricchezza dal pubblico al privato, una rendita parassitaria che nessuno osa toccare, perché «il debito va onorato». 

Onorato, già. Come se fosse un debito d'onore contratto al tavolo da gioco, e non una scelta politica di distribuire denaro a chi già ce l'ha. 

Nella mia carriera di consulente, quando un'azienda spendeva il 10% del fatturato in interessi passivi, la chiamavamo "situazione critica" e cercavamo di ristrutturare il debito. Per lo Stato, invece, è "prudenza fiscale". Fate vobis.

Poi arriva la chicca finale: «I crediti fiscali trasferibili sono pericolosi, anzi, forse pure illegali». 

Ma illegali *de che*? 

Lo Stato ha il monopolio della valuta. 

Può emettere qualunque cosa abbia valore per pagare le tasse o per essere scambiata sul mercato. 

Un credito d'imposta trasferibile è moneta a tutti gli effetti. 

Solo che, invece di chiamarlo «euro», lo chiami «superbonus-euro», e i tecnocrati di Bruxelles si mettono le mani nei capelli. 

Perché? Perché sfugge al loro controllo, al loro bel teatrino del «dobbiamo fare le riforme», «dobbiamo rassicurare i mercati», «dobbiamo mandare la letterina a Babbo Natale europeo». 

I crediti fiscali trasferibili hanno funzionato: hanno rimesso in moto l'edilizia, hanno creato lavoro, hanno efficientato case e nel frattempo lo Stato ha incassato IVA e contributi. 

Il tutto senza chiedere un euro in prestito ai soliti noti. 

Capisci il dramma? Capisci perché vanno demonizzati? Perché dimostrano che si può fare a meno del sistema bancario e finanziario per finanziare l'economia reale. 

È la prova vivente che il re è nudo. 

È come quando all'IBM scoprivamo che un software open source faceva lo stesso lavoro del nostro costosissimo prodotto proprietario. 

Apriti cielo: riunioni, rapporti, "dobbiamo proteggere il mercato". 

Il mercato, già. 

La vacca sacra.

E ora, ciliegina sulla torta, veniamo al «moltiplicatore keynesiano»  che il professorone non sa nemmeno che cazzo sia e non sa nemmeno che un signore di nome Richard Kahn, l'assistente di Keynes – aveva spiegato, quasi un secolo fa, che un euro speso dallo Stato in lavori pubblici genera più di un euro di PIL. 

Perché? 

Perché chi lo riceve lo spende a sua volta, e così via. 

È matematica da terza elementare. 

Un'equazione lineare. 

Un loop che incrementa il valore a ogni iterazione. 

Qualsiasi programmatore lo capirebbe al primo sguardo. Ma il neoliberismo ha dovuto archiviare Keynes nel ripostiglio, insieme alla polvere e alle ragnatele, perché altrimenti crollava l'impalcatura ideologica del «pareggio di bilancio» e dei «sacrifici necessari». 

E così, per trent'anni, hanno raccontato all'Italia – e alla Grecia, e alla Spagna, e all'Irlanda – che bisognava «stringere la cinghia», «fare i compiti a casa», «essere competitivi». Risultato? Salari fermi, sanità smantellata, scuola in macerie, giovani emigrati, natalità sottozero. 

E quando qualcuno prova ad alzare la testa e a dire: «Forse potremmo spendere soldi pubblici per mettere a posto le case della gente e decarbonizzare», apriti cielo: «Buco di bilancio! Debito pubblico! Spread! Draghi! L'Apocalisse!».

Ma di cosa stiamo parlando, esattamente? 

L'Italia ha chiuso il 2025 in avanzo primario, cioè ha incassato più tasse di quante ne ha spese, al netto degli interessi. 

E ha comunque un deficit complessivo solo perché paga quegli 85-90 miliardi di interessi ai detentori del debito. 

Se domani cancellassimo quegli interessi – che sono una scelta politica, non una legge della fisica – il bilancio sarebbe in attivo. 

Punto. 

Il problema non sono i cappotti termici. Sono le scelte di chi ha deciso che il denaro pubblico debba andare a chi già lo possiede, invece che a chi lavora.

E a proposito di desertificazione e crimini contro l'umanità, caro professorone neoliberista, se vuoi un esempio da manuale di come la tua teoria criminale abbia deliberatamente mandato in crash un continente – e sì, uso "deliberatamente" con cognizione di causa – devi guardare ad Atene, non a Wall Street. 

Io, che ho passato la vita a ottimizzare processi e a eliminare colli di bottiglia, so riconoscere un algoritmo impazzito quando lo vedo. 

Perché negare risorse a un'economia già debilitata, tagliare la spesa pubblica per pagare i creditori, spingere un sistema fino al punto di rottura: questo non è "risanamento". 

Questo è un sabotaggio. 

Un loop infinito che porta al crash.

Quando la Grecia andò in crisi, cosa fecero i nostri professoroni? 

Applicarono la ricetta. 

La Troika piombò su Atene come un avvoltoio su una carcassa ancora viva. 

"Austerità", dissero. 

"Riforme strutturali", sentenziarono. 

"Dovete pagare i vostri debiti, come ogni famiglia onesta". 

E giù tagli: sanità, pensioni, stipendi pubblici. 

Il PIL greco crollò del 25% in pochi anni. 

Una contrazione che non si vedeva dai tempi della Grande Depressione americana – e lì almeno c'era stata la crisi del '29, mica una cura autoinflitta da dottori sadici. 

La disoccupazione giovanile schizzò oltre il 50%. 

Il tasso di suicidi aumentò vertiginosamente. 

Gli ospedali rimasero senza farmaci. 

La gente moriva perché non poteva permettersi le cure, nella culla della civiltà occidentale, nel 2015, sotto gli occhi compiaciuti dei tecnocrati di Bruxelles e dei loro lacchè accademici. 

Io, nella mia carriera di consulente, ho visto aziende fallire per scelte sbagliate. 

Ma almeno il management si dimetteva. 

Quei professoroni, invece, sono ancora lì. 

Non si dimette mai nessuno, nel settore pubblico dell'economia ortodossa. 

È la regola numero uno.

Ma sapete qual era il vero obiettivo di quei "salvataggi"? 

Non aiutare la Grecia. 

Ma salvare le banche francesi e tedesche che avevano prestato soldi a piene mani durante gli anni della bolla, sapendo benissimo cosa facevano. 

I greci non hanno visto una dracma di quei soldi: sono transitati direttamente dai conti della BCE a quelli di Deutsche Bank e BNP Paribas. 

Un gigantesco giro di soldi pubblici per socializzare le perdite private, mentre ai greci veniva chiesto di "stringere la cinghia". 

E il Fondo Monetario Internazionale ammise candidamente in un rapporto che avevano sottovalutato l'impatto dell'austerità. (Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers - Blanchard e Leigh). 

Lo ammisero! 

Come un programmatore che ti manda in crash il server e poi dice: "Oops, abbiamo sbagliato a stimare la capacità di calcolo". 

Se un sistemista facesse una cosa del genere, sarebbe licenziato in tronco e non metterebbe più piede in una sala server. 

Loro invece sono ancora lì, a scrivere editoriali e a tenere conferenze. 

E il professorone, probabilmente, in quegli anni spiegava ai suoi studenti che "le riforme sono necessarie", che "il debito si paga", che "non ci sono alternative". 

Il TINA della Thatcher – There Is No Alternative – ripetuto come un mantra ipnotico mentre l'hard disk grattava e il sistema andava in crash. 

La TINA andrebbe rispedita al mittente e mandata aff.........., insieme a tutto il software tossico che l'ha generata.

E non è solo la Grecia. 

L'Irlanda, che si fece carico del debito privato delle sue banche e passò da tigre celtica a gatto spelacchiato nel giro di una notte. 

La Spagna, dove un'intera generazione si è laureata per fare i camerieri a Londra.

È l'Italia, che dal 1992 in poi ha fatto più manovre lacrime e sangue di quante ne abbia fatte la Germania dopo la guerra, e guarda caso è l'unico paese del G7 ad avere un PIL pro capite inferiore a quello del 2000. 

Trent'anni di "risanamento", e il sistema è in crash ma continua a produrre report trimestrali.

Ecco cosa succede quando si applica la metafora della "famiglia" allo Stato: si ammazzano le economie, si impoveriscono i popoli, e i soldi si concentrano sempre di più nelle mani di chi già li possiede. 

Le disuguaglianze sono esplose proprio durante questi decenni di austerità. 

Coincidenza? 

No, un algoritmo. Un algoritmo che funziona esattamente come è stato programmato: per concentrare ricchezza, non per distribuirla. 

E quando un algoritmo fa esattamente ciò per cui è stato scritto, non è un bug. È scritto così.

Quindi, caro professorone, quando osi parlare di "buco di bilancio" per dei crediti d'imposta che hanno rimesso in moto migliaia di imprese edili e migliorato l'efficienza energetica di milioni di case, sappi che stai parlando il linguaggio criminale della Troika. 

Lo stesso linguaggio che ha ucciso la Grecia a colpi di spread e memorandum. 

Lo stesso linguaggio che considera un'eresia spendere soldi per il bene comune, ma trova perfettamente normale regalare ogni anno 90 miliardi di interessi ai detentori di titoli di Stato. 

La differenza tra i crediti del Superbonus e gli interessi sul debito non è economica: è di classe. 

I primi sono andati a imprese, artigiani, ingegneri, operai, famiglie. 

I secondi vanno a banche, fondi, assicurazioni e rentier vari. 

I primi generano lavoro e PIL. 

I secondi generano rendita e disuguaglianza. 

Indovina quali sono considerati "virtuosi" e quali "dissoluti" dal tuo catechismo? 

Nel mio lavoro di consulente, se una strategia avvantaggia il cliente ma distrugge l'azienda, la chiamo "malpractice" e sconsiglio di adottarla. Voi, invece, a chi fate consulenza?

Il Superbonus non è stato perfetto. 

Ha avuto falle. 

Lo so. 

Qualsiasi sistemista sa che ogni software ha bug, soprattutto nelle prime release. 

Ma se il sistema operativo precedente faceva crashare tutto ogni sei mesi, io un aggiornamento lo installo. 

Poi si può discutere delle patch e delle configurazioni. 

Ma non si mette in discussione il principio che aggiornare sia meglio che lasciare tutto com'è. 

Il Superbonus è stato un esperimento di politica economica che ha osato sfidare il dogma, e per questo va studiato e migliorato, non sepolto sotto tonnellate di retorica ragionieristica. 

Perché la vera eresia non è spendere soldi per mettere a posto le case della gente. 

La vera eresia è aver accettato per trent'anni che lo Stato dovesse inginocchiarsi ai mercati, che gli interessi fossero intoccabili, che la sanità e la scuola fossero "costi" da tagliare mentre le rendite finanziarie erano "sacrosante". 

Questa è roba da Medioevo digitale, non da scienza economica. 

E questa sì che è una falla di sistema. 

Di quelle che andrebbero segnalate al reparto IT, se questi signori ne avessero uno degno di questo nome.

E la prossima volta che vuoi fare la morale su cosa lo Stato "si può permettere", ricordati della Grecia. 

Ricordati dei dati di quel crash: PIL a -25%, disoccupazione giovanile oltre il 50%, suicidi alle stelle, pensionati nei cassonetti. 

Quello è l'output finale del neoliberismo realmente esistente. 

Non un grafico su PowerPoint. 

Non un paper accademico. 

E' un cimitero. 

Io, di report post-mortem, ne ho visti tanti. 

E vi assicuro che non c'è niente di "espansivo" nell'austerità. 

C'è solo il log di un sistema che ha fatto il suo dovere, arricchendone pochi e affamandone tanti.

Quindi, caro professorone, caro sacerdote del verbo neoliberista, caro cantore dell'austerità espansiva – che di espansivo non ha avuto un bel niente, se non il numero di suicidi per disperazione economica – la prossima volta che vuoi fare una lezione, accertati di non parlare di moneta con le categorie del baratto. 

Il mondo è andato avanti. 

La MMT esiste. 

E i crediti fiscali trasferibili non sono magia nera: sono solo la prova che lo Stato può spendere per il bene comune senza inginocchiarsi ai mercati. 

Non serve un prestito per fare del bene. 

Serve solo la volontà politica di farlo. 

E un minimo di capacità analitica, che la mia vecchia università mi ha insegnato a coltivare.

E se questo ti scandalizza, forse non sei un economista: sei un notaio dell'ortodossia. 

Con tanto di timbro e calamaio. 

E quando spieghi ai tuoi studenti che "le tasse finanziano i servizi", guardali negli occhi.

Sono loro che pagheranno – ancora – il prezzo delle tue favole. 

Sono loro che finiranno nei report post-mortem o su un volo low-cost per Berlino, mentre tu pontifichi sulla "sostenibilità del debito".

Io, nel mio piccolo, un'analisi l'ho già fatta. Il sistema – l'Occidente – è instabile. 

E gli amministratori che avete messo al comando stanno eseguendo un codice scritto per arricchire pochi e impoverire molti. 

La patch esiste: si chiama MMT, si chiama sovranità monetaria, si chiama buon senso. 

Ma finché lascerete i professoroni a scrivere le specifiche, il sistema non potrà che peggiorare. 

E io, da vecchio sistemista, questo non posso accettarlo. 

Spegnete tutto, riscrivete il codice, e riavviate. 

O forse no: forse è ora di cambiare direttamente sistema operativo.

Dott. Olindo Cervi – Laureato quando l'economia era analisi, non propaganda, e sistemista nell'anima.

venerdì 24 aprile 2026

IL GOVERNO HA VINTO CON LA PROPAGANDA E TRASFORMA UN FALLIMENTO IN UN TRIONFO NAZIONALE

Amici, connazionali, popolo sovrano (ma non troppo, che sennò Bruxelles s'incazza): celebriamo! 
Il governo è riuscito nell'impresa epocale di portare il deficit al 3,1%.
 Avete capito bene: TRE VIRGOLA UNO. 
Non tre virgola zero, che sarebbe stato il biglietto d'uscita dalla procedura d'infrazione. 
No, quello sarebbe stato un successo volgare, quasi sospetto. 
Invece il 3,1% è il capolavoro dell'allievo che prende 5,9 e il professore non lo arrotonda al 6 perché "deve capire l'errore".

La narrazione ufficiale: un capolavoro di equilibrismo retorico

La premier ci spiega che mancavano solo 20 miliardi di PIL per centrare l'obiettivo. 
VENTI MILIARDI. Una cifra ridicola, una mancia, un errore di arrotondamento. 
Peccato che 20 miliardi siano più o meno l'intera manovra finanziaria del 2024. 
Ma questi sono dettagli insignificanti.

Il ragionamento è sublime nella sua circolarità: siccome l'Istat poi rivede sempre al rialzo le stime del PIL, probabilmente abbiamo già raggiunto il 3% senza saperlo. 
È come dire: "Non ho ancora vinto alla lotteria, ma statisticamente qualcuno vince sempre, quindi consideratemi milionario". 
Schrödinger applicato alla contabilità pubblica: il deficit è simultaneamente sopra e sotto il 3% finché l'Istat non apre la scatola.

Il Superbonus: la balla colossale del "debito" che non esiste

Ed eccoci al pezzo forte: il Superbonus 110%, la "sciagurata misura del governo di sinistra del Conte II". 
Un genio del male, quel Conte, che mentre sgovernava durante una pandemia globale non si è accorto che qualche mano nemica ha pensato di fare recuperare sovranità allo Stato facendogli emettere dal nulla crediti fiscali che non possono essere conteggiati tra il debito. 
Ma erano tutti impegnati con gli appalti del Covid e non se ne sono accorti.
Svista o ignoranza? 
Ai posteri l'ardua sentenza ma è più probabile la seconda.
Ma veniamo al punto che il governo si guarda bene dallo spiegare, perché rovinerebbe la favoletta. I crediti fiscali del Superbonus NON sono un debito per lo Stato. 
Ve lo riscrivo maiuscolo: NON SONO UN DEBITO. 
Perché? Perché lo Stato quei soldi non li ha mai tirati fuori dalle sue casse. 
Li ha creati dal nulla con un click sulla tastiera. 
Non c'è stato alcun esborso, alcun finanziamento, alcun prestito da rimborsare. 
Niente. Nada. Zero. Un caz.
Il meccanismo è di una semplicità disarmante: invece di incassare tasse per tot miliardi, lo Stato rinuncia a incassarle concedendo crediti d'imposta alle imprese. 
Non è che prima quei soldi c'erano e ora non ci sono più: non c'erano prima e non ci sono adesso. 
È una partita di giro contabile. 
Lo Stato non ha "pagato" un bel niente. 
Ha semplicemente deciso di non prelevare. 
È la differenza che passa tra perdere qualcosa che hai in tasca e rinunciare a qualcosa che non hai ancora incassato. 
La premier farebbe bene a farselo spiegare dal suo ministro dell'Economia. Anzi, no: probabilmente lo sa benissimo, ma fa comodo fingere il contrario. O è ignoranza anche qui ?
Dunque l'intero argomento — "il Superbonus ci impedisce di uscire dalla procedura d'infrazione" — è una colossale supercazzola. 
Se il Superbonus non genera debito, non può essere la causa del mancato rientro. 

Il capolavoro dei 5 punti percentuali

Ora, ridurre il deficit di 5 punti in tre anni sembra roba da Nobel dell'economia. Peccato che sia stato fatto principalmente in tre modi: 
tagliando la spesa pubblica (chiamiamola "efficientamento", suona meglio); 
con l'inflazione che ha gonfiato il PIL nominale facendo sembrare il debito più piccolo; e usando proprio i crediti d'imposta del Superbonus come capro espiatorio per giustificare altri tagli. 
È come dimagrire 5 chili tagliandosi una gamba, pesandosi con i vestiti bagnati e dando la colpa al vicino che cucina troppo. E poi vantarsi della dieta.
Nel frattempo, la sanità pubblica cola a picco. 
Il fondo sanitario in termini reali si riduce, le liste d'attesa si allungano più delle code all'ufficio postale il giorno della pensione, e un italiano su dieci rinuncia a curarsi. 
Ma il deficit scende! E questo è ciò che conta, no? 
Moriremo sani grazie al rigore fiscale.

La beffa dell'Istat: il complotto dei numeri

Il governo si rammarica che l'Istat "sottostimi" il PIL, per poi rivederlo al rialzo anni dopo. 
È geniale: non sono le politiche economiche a essere sbagliate, è la statistica che è in ritardo. 
Come dire che non sei in sovrappeso, è la bilancia che non si è ancora aggiornata all'ultima versione del firmware.
La verità è che se il PIL fosse stato anche solo dello 0,9% più alto — una crescita che qualsiasi paese decentemente governato in fase di ripresa post-pandemica avrebbe ottenuto senza troppi sforzi — saremmo già fuori dalla procedura. Ma chiamiamola sfortuna, dai!

Il ringraziamento finale: l'apoteosi dell'assurdo

E arriviamo al gran finale: il ringraziamento al ministro Giorgetti per "aver saputo gestire in maniera responsabile le risorse pubbliche in una fase storica molto complicata, dando all'Italia grande prestigio e solidità economica".
Prestigio. Solidità. L'Italia che fino a ieri era il malato d'Europa, con il debito pubblico più alto dopo la Grecia, con la crescita più anemica del continente, con la produttività ferma da trent'anni. 
Ma abbiamo grande prestigio. 😂😂😂😂
L'ho letto sul blog della premier, quindi è vero.

La realtà che non vi raccontano

E qui arriviamo al cuore del problema, quello che nessuno a Palazzo Chigi ha il coraggio di dire.
Lo Stato è sovrano dal punto di vista monetario.
Punto. 
Può emettere moneta. 
Può creare crediti fiscali dal nulla. 
Può spendere senza dover prima "trovare i soldi". 
L'unico vero limite è l'inflazione, non certo il deficit. 
E l'inflazione si combatte con politiche fiscali e industriali, regolamentazione dei prezzi nei settori strategici, investimenti in capacità produttiva. 
Non strangolando la spesa pubblica ed è ora che tutti capiscano che se lo Stato non spende SIAMO TUTTI MORTI perchè lo Stato è l'unico che immette moneta netta nell'economia reale. 
STIAMO MORENDO PERCHE' LO STATO NON SPENDE, NON PERCHE' E' SPENDACCIONE.
Questo concetto va studiato e capito altrimenti continuate tutti a non capire un cazzo.

La favola del "debito che grava sulle future generazioni" è esattamente questo: una favola. 
I titoli di Stato sono risparmio sicuro per i cittadini, non una maledizione che pioverà sui nostri nipoti. 
E i crediti d'imposta del Superbonus non sono un buco nel bilancio, ma un investimento che ha generato lavoro, ristrutturato 500.000 edifici, migliorato l'efficienza energetica del paese. 
Soldi spesi nell'economia reale, non evaporati nel nulla come quelli messi n finanza.
E allora perché tutto questo teatro? 

Perché serve un nemico. 

Serve il governo precedente cattivo che "ci ha lasciato i debiti".
Serve il Superbonus sciagurato. 
Serve l'Europa che ci impone il 3%. 
Così puoi dire: "Non è colpa mia se taglio la sanità, è colpa del Superbonus". 
"Non è colpa mia se non assumiamo insegnanti, è colpa di Conte". 
Una narrazione talmente comoda che quasi ci dispiace smontarla con i fatti.

L'alternativa: la Modern Money Theory senza paura

Con la piena sovranità monetaria, un governo potrebbe finanziare sanità, scuola, infrastrutture e pure il Superbonus senza dover elemosinare il permesso a Bruxelles. 
Perché uno Stato che emette la propria moneta non può "finire i soldi" — può solo gestire l'inflazione. Ma per capirlo bisognerebbe studiare la MMT invece di ripetere a pappagallo che "lo Stato deve fare come le famiglie".
Le famiglie, signori miei, non hanno la Banca d'Italia. 
Non battono moneta. 
Non emettono titoli di Stato. 
Non creano crediti d'imposta premendo un tasto. 
Se proprio vogliamo fare un parallelo, lo Stato somiglia più a un contabile che segna i punti in una partita: non può finire i punti, può solo decidere come assegnarli. 
Ma questo ragionamento è troppo complicato per un dibattito pubblico che si riduce a "deficit buono/deficit cattivo" come fossimo all'asilo.
Quindi brindiamo. 
Brindiamo al 3,1%, alla quasi-vittoria, al trionfo dell'austerità che ci sta rendendo più poveri, più disuguali e più malati. 
Brindiamo al Superbonus, che ha ristrutturato mezzo milione di case senza generare un euro di debito ma viene trattato come la peste. 
Brindiamo al fatto che tra qualche anno l'Istat ci dirà che forse, in realtà, il deficit era già sotto il 3% e non lo sapevamo.
Nel dubbio, intanto, prenotatevi una visita specialistica nel pubblico. 
L'appuntamento è per il 2028. 
Se va bene.

Olindo Cervi

P.S. - L'autore declina ogni responsabilità per crisi isteriche, attacchi di sconforto o improvvise illuminazioni keynesiane derivate dalla lettura di questo articolo.

martedì 21 aprile 2026

La Ristoratrice è sempre più spietata: niente pasti gratis.

La ristoratrice che non serve pasti gratis, la signora Veronica De Romanis in Bini Maghi, afferma che :

"Allora ripetiamolo 

Debito: non ci sono (solo) le regole Ue ma anche chi compra il debito aggiuntivo e a quale tasso di interesse. 

Occorre informare il Vice premier Salvini che ogni anno costa 85 mld 

Non esistono PASTI GRATIS 

Chi lo sostiene inganna i cittadini"

L’affermazione riportata dalla grande ristoratrice che non serve pasti gratis, è un classico esempio di come l’economia convenzionale, spesso definita "neoliberista", affronti la questione del debito pubblico.

Pur citando dati reali (come gli 85 miliardi di spesa per interessi), lo fa con una cornice mentale e un impianto teorico da contesta radicalmente.

Non si tratta di difendere l’ignoranza, ma di evidenziare come questa narrazione nasconda i veri meccanismi economici e imponga una coltre di paura funzionale a precise scelte politiche.

1. L'inganno del parallelismo familiare e la natura del vincolo

L'errore di base è trattare lo Stato come una famiglia.

Il bilancio di uno Stato che emette la propria moneta non è come quello di un cittadino o di un'impresa.

La frase "non esistono pasti gratis", resa celebre da Milton Friedman, è fuorviante se applicata a un'istituzione che detiene il monopolio della valuta.

Uno Stato sovrano spende creando moneta e la drena attraverso le tasse, non deve "finire i soldi" o diventare insolvente nella sua stessa valuta. L'idea che esista un vincolo finanziario stringente è un costrutto ideologico per giustificare l'austerità.

2. L'Italia, la trappola dell'Euro e il costo del "vincolo esterno"

C'è un punto critico che l'affermazione ignora: l'Italia ha perso la sua sovranità monetaria. Avendo adottato l'euro, il nostro Paese ha volontariamente scelto di comportarsi come se fosse un semplice utilizzatore di una valuta estera, rinunciando alla possibilità di emettere la moneta in cui si indebita.

I vincoli europei servono soprattutto a privilegiare i gestori privati del risparmio e a impedire politiche fiscali espansive. L'architettura dell'eurozona costringe l'Italia a ragionare sullo "zero virgola", creando un tappo alla crescita e all'occupazione.

3. La cifra degli 85 miliardi: una scelta politica, non una condanna

La spesa per interessi è reale e significativa, ma la sua interpretazione è opposta a quella che viene data.

Perché lo Stato paga interessi sul debito? Non perché sia un ente in perdita, ma perché le regole dell'Eurozona gli impediscono di finanziarsi direttamente.

L'Italia è costretta a emettere titoli di debito per "sterilizzare" la moneta creata dalla spesa pubblica, al fine di rispettare i parametri di Maastricht.

La spesa per interessi è quindi una tassa occulta e un gigantesco trasferimento di ricchezza dai cittadini ai detentori di titoli di Stato, in gran parte istituzioni finanziarie private, la stessa BCE è gli oligarchi miliardari.

4. Il vero "pasto gratis": l'avanzo del settore privato

L'economia è fatta di saldi settoriali.

Il "pasto gratis" esiste: si chiama deficit pubblico.

In termini contabili, il deficit del settore pubblico corrisponde esattamente all'avanzo finanziario del settore privato.

Ogni euro di deficit pubblico è un euro di risparmio netto per famiglie e imprese. Tagliare la spesa pubblica per paura del debito significa, matematicamente, distruggere ricchezza privata.

L'austerità è quindi una scelta politica che impoverisce deliberatamente i cittadini in nome di un dogma contabile.

5. L'unico limite reale: l'inflazione e le risorse reali

Non si può stampare moneta all'infinito. L'unico vincolo vero per la spesa pubblica è la disponibilità di risorse reali (lavoro, materie prime, capacità produttiva) e il rischio di inflazione.

La paura del debito è una cortina fumogena che distoglie l'attenzione dai problemi concreti del Paese: la deindustrializzazione, la disoccupazione, i servizi pubblici al collasso causa incapacità della classe dirigente.

Invece di discutere di come usare la potenza pubblica per creare lavoro e benessere, siamo costretti a discutere di spread, decimali di PIL e rassicurazioni ai "mercati". I 90 miliardi di interessi di cui si parla sono il prezzo che paghiamo per rimanere in un sistema monetario che ci vuole deboli.

Conclusione: informare Salvini e i cittadini

Informare il Vicepremier Salvini non significa terrorizzarlo con la cifra degli 85 miliardi come se fosse il preavviso di un fallimento imminente. Significa spiegargli che quella spesa è il sintomo di una dipendenza da un sistema monetario europeo disfunzionale, che trasforma la sovranità popolare in un problema contabile.

Chi sostiene che "non esistono pasti gratis" sta ingannando i cittadini, facendo passare una scelta politica (l'austerità e la cessione di sovranità) per una legge economica ineluttabile. La vera informazione da dare è che i vincoli non sono finanziari, ma autoimposti, e che esistono alternative per riprenderci il controllo del nostro destino economico.

Olindo Cervi

sabato 18 aprile 2026

Il Grande Falso di Elon Musk: Perché l'AI non fermerà l'inflazione, ma creerà Feudalesimo Digitale

 Qualche giorno fa, Elon Musk ha twittato una frase che sta facendo il giro del mondo tra i sostenitori della Silicon Valley:

"Universal HIGH INCOME via checks issued by the Federal government is the best way to deal with unemployment caused by AI. AI/robotics will produce goods & services far in excess of the increase in the money supply, so there will not be inflation."

Tradotto: "Un Reddito Universale Alto finanziato dallo Stato è il modo migliore per gestire la disoccupazione da AI. Siccome l'AI produrrà molti più beni e servizi rispetto all'aumento della moneta, non ci sarà inflazione."

Sulla carta sembra un ragionamento logico: 

TANTA ROBA + POCHI SOLDI NUOVI = PREZZI BASSI. 

Peccato che, dal punto di vista del funzionamento reale di un'economia a moneta sovrana, sia UNA PUTTANATA SIDERALE e scusate il francesismo ma ormai la pazienza è finita.

Come tutte le puttanate siderali dette da miliardari, nasconde un progetto politico ben preciso: rendere la moneta scarsa per il popolo e abbondante per gli oligarchi esattamente come adesso.

Vediamo perché.

La Confusione tra Potenziale e Realtà

Vediamo i titoli di studio di Elon Musk :

Nello specifico, ha ottenuto:

  • Bachelor of Arts (B.A.) in Fisica: dal College of Arts and Sciences dell'Università della Pennsylvania.

  • Bachelor of Science (B.S.) in Economia: dalla rinomata Wharton School of Business della stessa università

La fisica evidentemente se la ricorda molto bene.

Sull'economia, o ha vuoti di memoria spaventosi, oppure ha studiato male. E si vede. 

Lui guarda la Produzione Potenziale Totale. 

Vede robot che sfornano smartphone, auto elettriche e software a costo zero. 

Pensa: L'offerta aggregata sale all'infinito, ergo l'inflazione è morta.

Qui dimentica un dettaglio da nulla: il mercato.

In una economia di mercato, i beni non si distribuiscono per osmosi ma si distribuiscono tramite un mezzo chiamato MONETA. 

Se l'AI produce 1000 automobili al giorno ma lo Stato crea moneta solo per comprarne 10 (perché Musk dice "non create troppa moneta sennò c'è inflazione"), le altre 990 automobili restano nei piazzali ad arrugginire.

Il prezzo dell'auto non scende perché "c'è inflazione zero". Il prezzo scende perché non c'è nessuno con i soldi per comprarla. 

La fabbrica robotica chiude, i lavoratori rimasti (quelli che non sono stati rimpiazzati) vengono licenziati perché l'azienda è in perdita, e il PIL crolla.

Questo si chiama Crisi di Sovrapproduzione e non è il Paradiso dell'Abbondanza.

La Regola Dimenticata: Lo Stato Monopolista della moneta

La regola base è che lo Stato che detiene il monopolio della valuta (come gli USA o l'Italia pre-Euro) DEVE creare moneta in quantità proporzionale ai beni e servizi prodotti dall'economia.

Se la produttività raddoppia grazie all'AI, la massa monetaria in circolazione (o meglio, il potere d'acquisto distribuito) deve raddoppiare per evitare che il sistema imploda.

Se non lo fai, crei una Scarsità Artificiale di Moneta.

A Chi Giova la Scarsità di Moneta?

Qui arriviamo al cuore del problema.

Se lo Stato non crea abbastanza moneta per comprare l'abbondanza prodotta dai robot, la moneta esistente si concentra. Diventa più forte, più rara, più preziosa

Ma il punto importante è : chi la possiede?

Non il lavoratore licenziato da ChatGPT. 

Non l'impiegato rimpiazzato dal software.

La possiede chi possiede i robot e i brevetti dell'AI. 

Ovvero Elon Musk e la sua cerchia.

In un regime di deflazione monetaria (o di bassa creazione di moneta pubblica), il potere contrattuale del lavoro è zero. 

I prezzi al consumo sono "bassi" (non perché la tecnologia è buona, ma perché la gente è povera), ma il potere d'acquisto degli asset finanziari (azioni, obbligazioni, robot) è alle stelle.

Musk dice: "Non stampate troppi soldi" non per salvarci dall'inflazione, ma per impedire che il Popolo abbia abbastanza moneta da poter rifiutare un lavoro sottopagato o da poter comprare quote di proprietà di quei robot.

Se lo stato non crea sufficiente moneta, i servizi AI con che cosa li compra il popolo? Con il sangue?"

La risposta è: Con il debito privato insostenibile o con la sussistenza.

In assenza di moneta pubblica (deficit), il popolo si indebita con le banche (che prestano moneta creata dal nulla) per comprare i servizi di Musk. 

Quando non può più indebitarsi, semplicemente smette di essere un "consumatore" e diventa un "assistito".

Il piano di Musk è chiaro: un Reddito Universale Alto (Universal HIGH Income), ma tutto il resto del bilancio pubblico bloccato. 

Così il cittadino ha i soldi contati per comprare il minimo indispensabile (prodotto dalle aziende di Musk, guarda caso), ma non ha la moneta per finanziare arte, cultura, sanità pubblica di qualità o, peggio ancora, per scioperare.

Conclusione: Il Feudalesimo Digitale

Quella di Musk è una visione da Signore del Maniero 4.0.

Il Signore ha i mulini automatici (AI) e dice al Re (lo Stato): 

Non distribuire troppo grano (moneta) ai servi, altrimenti il grano perde valore e i servi ingrassano. Tanto io produco così tanto pane che anche se gliene dai poco, il prezzo del pane resta basso.

Peccato che se il Re ascolta il Signore, i servi muoiono di fame con la pancia piena di pane invenduto nei magazzini del Signore.

L'abbondanza prodotta dall'AI non è un problema monetario. 

È una opportunità politica straordinaria per ridurre l'orario di lavoro e aumentare la qualità della vita. Ma lo si può fare solo se lo Stato usa il suo potere di creazione monetaria (il Deficit Buono) per socializzare i benefici dell'AI, non per finanziare passivamente il consumo dei prodotti di Musk.

Finché la moneta resterà scarsa per i cittadini e abbondante per le scalate societarie degli oligarchi, non vivremo in un futuro di Abbondanza. 

Vivremo in un Medioevo Tecnologico.

Olindo Cervi

domenica 22 marzo 2026

Come Pechino Smentisce il Mercato e Applica i principi della MMT

La Cina è il più grande importatore di petrolio al mondo. Il greggio internazionale supera i 100 dollari al barile, i conflitti in Medio Oriente infiammano i mercati, eppure, in Cina, il prezzo della benzina rimane ancorato a circa 7 yuan al litro (meno di 1 euro). Meno della metà rispetto all’Italia. Come è possibile visto che la Cina non è produttore ma importatore di petrolio esattamente come l’Italia ? Per l’economia ortodossa, questo è un paradosso. Per la MMT , è la conferma di una regola ferrea: il monopolista nell’emissione della moneta, se vuole, decide il livello dei prezzi di qualsiasi bene. L’analisi del mercato energetico cinese offre un caso di studio da manuale su come uno Stato sovrano possa scollegare i prezzi interni dalle forze brutali del mercato globale, utilizzando la leva fiscale e il controllo della valuta per garantire la stabilità sociale. Ecco i meccanismi che lo dimostrano. 1. La "Scatola Nera" dei Prezzi: Il Controllo Amministrativo In Europa, il prezzo alla pompa è il termometro quasi istantaneo della geopolitica. In Cina, è una decisione politica. Il prezzo della benzina non è determinato dalla domanda e offerta, ma dalla Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC) , il massimo organo di pianificazione economica. Il meccanismo è rivelatore: - Si calcola una media dei prezzi internazionali su 10 giorni lavorativi. - Il prezzo viene aggiornato con un ritardo di due settimane. Questo ritardo non è un difetto tecnico, ma una dichiarazione di intenti: si impedisce alla speculazione finanziaria e alle crisi di breve durata di intaccare il potere d'acquisto dei cittadini. 2. Il Muro dei 130 Dollari: Quando lo Stato si "Scollega" Qui arriviamo al cuore della dimostrazione della MMT. La Cina ha fissato un limite massimo psicologico e normativo: 130 dollari al barile. Se il prezzo internazionale supera questa soglia, Pechino aziona il freno d'emergenza. Il paese si "disconnette" dal mercato globale. Le tre grandi compagnie statali (China National Petroleum Corporation (CNPC), Sinopec, China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) ricevono l'ordine di mantenere il prezzo interno artificialmente basso, operando in perdita. Nel 2008, quando il petrolio volò a 147 dollari, Sinopec perse quasi 7 miliardi di dollari in sei mesi. In qualsiasi altra logica di mercato, sarebbe stata la bancarotta. In Cina, quelle perdite furono assorbite e compensate dallo Stato. Perché? Perché l’obiettivo non è il profitto aziendale, ma la stabilità sociale. Un aumento della benzina significa inflazione sui trasporti, sui beni di prima necessità e malcontento popolare. Lo Stato emittente moneta può scegliere di assorbire lo shock al posto dei cittadini. 3. La "Zona Grigia" e le Raffinerie Indipendenti La MMT sottolinea come lo Stato crei le condizioni affinché l'economia reale si adatti ai suoi dettami. In Cina, accanto ai colossi statali, esiste un ecosistema di raffinerie indipendenti (soprattutto nello Shandong) che operano in un mercato iper-competitivo. Queste raffinerie non dipendono dai contratti statali, ma si approvvigionano sul mercato "spot". E dove trovano la materia prima per sopravvivere? Nei paesi sanzionati dagli Stati Uniti: Iran, Venezuela e Russia. Acquistando greggio a prezzi di favore (in violazione delle sanzioni occidentali), queste entità private contribuiscono a mantenere basso il costo di approvvigionamento complessivo del sistema paese, operando in una zona grigia che Pechino tollera finché utile. È un altro modo per aggirare i prezzi imposti dal mercato finanziario globale. 4. Contratti a Lungo Termine e Scorte Strategiche La Cina non gioca d'azzardo sul mercato spot. Circa due terzi del suo greggio arriva tramite contratti pluriennali (20-30 anni) stipulati direttamente con i produttori. Questo significa che la stragrande maggioranza del petrolio che entra in Cina ha un prezzo politico e concordato, non soggetto alle oscillazioni giornaliere del Brent o del WTI. E se tutto dovesse fallire? Le scorte strategiche. Pechino punta a immagazzinare 1,3 miliardi di barili entro il 2026, sufficienti a coprire 4-5 mesi di importazioni. Questo non è solo un cuscinetto energetico, è un arsenale finanziario: la possibilità di immettere greggio sul mercato interno per calmierare i prezzi, dimostrando che la merce non scarseggia. Conclusione: Il Petrolio e la Sovranità Monetaria La Cina spende miliardi in sussidi alle sue compagnie petrolifere. In un'ottica di austerity o di finanza pubblica classica, questo sarebbe un buco insostenibile. Ma secondo la logica della Modern Monetary Theory, uno Stato sovrano che emette la propria valuta non è vincolato dal "reddito" come una famiglia. L'esempio cinese dimostra che: 1. Il prezzo è una variabile politica, non una fatalità naturale. 2. Lo Stato può imporre perdite alle proprie aziende (e poi ripianarle) se questo serve all'obiettivo macroeconomico della stabilità. 3. Il controllo delle risorse primarie (energia, cibo) è il fondamento per il controllo dell'inflazione e della pace sociale. Come teorizzò il filosofo cinese Guan Zhong nel 720 a.C., lo Stato deve controllare i beni primari. Ventisette secoli dopo, Pechino applica la stessa lezione con gli strumenti della finanza moderna. Se la moneta è un monopolio di Stato, allora anche il prezzo del petrolio lo è. Il caso cinese lo dimostra: quando il mercato urla, a Pechino rispondono abbassando la voce... e il prezzo della benzina.

QUALCHE CONSIDERAZIONE SULLA PROPRIETÀ INTELLETTUALE

Mi sono permesso di fare qualche considerazione sull'articolo di Francesca Mezzadri apparso su “Odissea” martedì 16 dicembre scorso dal titolo “Il treno dei bambini” https://libertariam.blogspot.com/2025/12/il-treno-dei-bambini-di-francesca.html. Noi economisti siamo fortemente disprezzati causa le teorie neoliberiste che hanno distrutto completamente due continenti, ma le assicuro che tanti di noi sono ancora persone umane che pensano al bene comune e non al ladrocinio e alla propaganda tanto di moda al giorno d’oggi. Da economista, oltre ad apprezzare il valore storico-culturale del suo articolo, vorrei complimentarmi per aver involontariamente (o forse no) messo in luce un caso di studio esemplare di fallimento del mercato delle idee e di inefficienza nell’allocazione dei diritti di proprietà intellettuale. La sua analisi, infatti, può essere letta come un brillante report sull’asimmetria informativa e sull’esternalità negativa in un settore cruciale: quello della produzione e distribuzione della memoria collettiva. Le fornisco una mia lettura: 1.- Fallimento del Mercato e Asimmetrie di Potere Il suo articolo documenta un classico caso di “market for lemons” (articolo scritto da George Akerlof premio Nobel per l’economia), adattato al mercato editoriale. Asimmetria Informativa Il lettore (consumatore) non può facilmente distinguere, nel prodotto finale (il romanzo di successo), la “qualità” derivante dal lavoro di ricerca originale (di Rinaldi, Cappiello, Piva) da quella della rielaborazione narrativa. L’informazione sulla provenienza delle fonti è nascosta o opaca. Spiazzamento del Bene di Qualità Il prodotto “low-cost” in termini di investimento in ricerca (il romanzo che si appropria di narrazioni già elaborate) cattura la maggior parte del profitto e dell’attenzione, rischiando di spiazzare dal mercato i produttori del bene originale (la ricerca storica di prima mano), che ha costi più alti e rendimenti economici più bassi. Questo crea un incentivo perverso a investire in promozione più che in ricerca. 2.- Diritti di Proprietà Intellettuale e Beni Pubblici La memoria storica documentata è un bene pubblico nel senso economico: è non-rivale (molti possono usarla contemporaneamente) e, in questo caso, non-escludibile (non si può impedire a un autore di fiction di attingervi). Non si tratta della sovra-utilizzazione tipica dei beni comuni, ma del problema opposto: la sotto-ricompensa per i creatori originari. I ricercatori investono risorse (tempo, denaro, capitale umano) per creare un bene (la narrazione documentata) che poi diventa un input a costo quasi zero per un altro agente (l’autore di fiction) che ne cattura la maggior parte del valore di mercato. Questo disallinea incentivi e può portare a una sotto-produzione futura di ricerca storica originale. 3.- Esternalità Negative e Fallimento della Coordinazione Esternalità Negativa sulla Ricerca: L’atto di non citare le fonti genera una esternalità negativa diretta sui ricercatori: il loro lavoro viene svalutato economicamente e simbolicamente, e il loro capitale reputazionale non viene “capitalizzato”. Il mercato, da solo, non internalizza questo costo. Per i singoli ricercatori, il costo di far valere i propri diritti morali (attribuzione) e di negoziare un compenso (se dovuto) è proibitivo rispetto ai benefici attesi. Questo rende inefficiente la soluzione privata e giustifica la necessità di una norma sociale forte (l’etica della citazione) che il suo articolo contribuisce a rafforzare. 4.- Investimento in Capitale Sociale e Sovranità della Memoria Il suo lavoro tocca un punto cruciale di economia politica: chi controlla e monetizza la narrazione della memoria collettiva? Il “lavoro di ricerca povero” descritto è un investimento in capitale sociale e culturale che produce un bene fondamentale per la coesione sociale: una memoria condivisa e affidabile. Consentire che questo bene venga privatizzato e rivenduto senza un riconoscimento adeguato crea una distorsione nel mercato delle idee e una perdita di sovranità sulla nostra stessa storia. La sua analisi è un potente argomento per la trasparenza come regolamentazione necessaria per correggere questa distorsione. Conclusione da povero economista: Il suo articolo non è solo un contributo etico o storiografico. È un contributo a un principio caro agli economisti con un’anima: l’efficienza del mercato culturale. Promuovendo trasparenza, attribuzione chiara e riconoscimento del lavoro altrui, lei propone un meccanismo per: a) Ridurre l’asimmetria informativa tra produttori e consumatori di cultura. b) Allineare gli incentivi, in modo che investire in ricerca originale torni ad essere premiato, anche simbolicamente. c) Correggere l’esternalità negativa sull’ecosistema della ricerca indipendente. d) Proteggere la diversità produttiva nel mercato delle idee, evitando il monopolio narrativo di pochi grandi attori. In sostanza, ha scritto un articolo chiaro, accessibile e fondamentale per la salute del nostro mercato culturale

sabato 29 luglio 2023

Il crollo di un continente

Questa è la settimana delle banche centrali mondiali. Tutti coloro che sono interessati ai mercati stanno seguendo da vicino le azioni delle maggiori banche centrali.
Sono molto più importanti e potenti dei politici che non contano nulla e sono lì solo per farci credere che siamo in democrazia. Sono burattini teleguidati.
I risultati delle azioni delle banche centrali non sono così evidenti a prima vista.
A proposito, la tendenza generale è che le banche centrali del mondo stanno diventando sempre meno indipendenti.
Ora devono eseguire anche compiti politici geopolitici e tali compiti comuni correggono le loro azioni.
Ad esempio, la Fed non può lasciare che i mercati scendano nell'anno delle elezioni (2024).
Può fare cadere l'economia.
Ma l'economia per loro non conta nulla, invece, i mercati contano moltissimo.
Anche in Cina, ci sono curiosi cambiamenti.
Il nuovo capo della People's Bank of China, la banca centrale del paese è Pan Gongsheng che ha sostituito Yi Gan che se ne va in pensione.
Ma non tutto è così semplice.
La figura del nuovo capo, a quanto pare, è una sorta di compromesso con gli Stati Uniti.
La Cina sta prendendo tempo.
È stato Pan Gongsheng a mettere in guardia sui rischi di una bolla immobiliare in Cina.
Ha partecipato alla riforma del tasso di cambio per promuovere lo yuan nei mercati esteri.
Il nuovo compito del nuovo capo della Banca centrale cinese sarà garantire una normale ripresa economica e, se possibile, non abbandonare il settore immobiliare. L'economia cinese deve essere attentamente monitorata, non solo perché si sta virando verso Est, ma soprattutto perché lo stato dei mercati dipende dalla liquidità cinese non meno che da quella americana.
Entrambi sono la chiave per la salute del sistema finanziario globale sull'orlo del baratro.
Mercoledì alla Fed, la riunione ordinaria si è conclusa con il previsto aumento del tasso di 0,25 punti percentuali.
Prendono denaro dal sistema, riducendo l'equilibrio; e hanno ancora paura dell'inflazione.
Quindi non confermano che non alzeranno più i tassi anche se ora sono al livello più alto in 22 anni. È ovvioche l'economia sarà ancora in recessione.
I problemi delle banche commerciali sono solo spostati in autunno insieme ai problemi per il sistema finanziario dovuti agli alti tassi.
Attendiamo inoltre con interesse gli sviluppi dell'economia europea.
La riunione della BCE di giovedì non decide nulla.
Problemi non solo nell'industria, che ristagna se non esporta fuori dalla UE, ma anche nel settore dei servizi, la principale speranza dell'Europa. 
Ciò che è già arrivata non è recessione, ma stagflazione.
Sarà interessante vedere come i capi di Stato e di governo spiegheranno ai loro cittadini tutto quello che accadrà in autunno.
Una sorta di sommosse alla francese insieme ai problemi delle banche, che saranno maggiori in Europa che negli Stati Uniti.
L'Europa è in movimento...Verso il baratro. La speranza è che nel baratro finisca anche la sua classe politica serva e inetta.