sabato 16 maggio 2026

ANDREA GIURICIN E IL PIL RUSSO: QUANDO IL PROFESSORONE NON SA DISTINGUERE IL NOMINALE DAL PPP

Ovvero: come confondere la mappa con il territorio in meno di 280 caratteri.

Dunque. Andrea Giuricin — quello che ci ha spiegato che privatizzare Telecom era una grande idea, che le liberalizzazioni portano efficienza, che il mercato sa sempre dove andare — ha scritto un tweet. Come ogni volta che scrive un tweet, ha confezionato in poche righe una quantità notevole di sciocchezze per centimetro quadrato.

Il professor Giuricin ci informa che la Russia «ha un'economia piccola ormai quanto la Spagna». E quindi, si intuisce, non è un avversario serio. E quindi, si intuisce ancora, qualcosa non torna nel fatto che questa economia "piccola" stia bombardando l'Ucraina da oltre quattro anni senza fermarsi, senza esaurire missili, senza collassare economicamente come ci avevano promesso.

Peccato che il confronto sia sbagliato. Sbagliato nel metodo, sbagliato nei numeri, sbagliato nelle conclusioni.

IL PROBLEMA SI CHIAMA PIL PPP, PROFESSORE

Giuricin confronta l'economia russa con quella spagnola usando il PIL nominale in dollari. È una scelta interessante. Interessante nel senso di: sbagliata.

Il PIL nominale in dollari misura quanti dollari valgono i beni e servizi prodotti da un paese, convertiti al tasso di cambio corrente. Se il rublo si svaluta del 30%, il PIL russo crolla del 30% in dollari — anche se la Russia produce esattamente le stesse cose di prima. Ha senso usare questo indicatore per capire la capacità produttiva reale di un paese? No. Non ha senso.

La misura corretta per confrontare le economie reali — quella che usano il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, la CIA — è il PIL a parità di potere d'acquisto, PPP. In PPP, l'economia russa è la quinta del mondo, davanti alla Germania, davanti al Giappone, davanti al Regno Unito. Non è piccola quanto la Spagna. È circa tre volte più grande della Spagna.

Ma forse Giuricin ha un vecchio libro di testo sul comodino.

COME FA LA RUSSIA A CONTINUARE, SE È COSÌ POVERA?

Questa è la domanda che il tweet di Giuricin implica senza mai farsi. Come fa un'economia "piccola quanto la Spagna" a sostenere una guerra di logoramento da quattro anni, a produrre missili a ritmo industriale, a pagare centinaia di migliaia di soldati?

La risposta è che il vincolo non è finanziario — è reale: manodopera, materie prime, capacità industriale. E la Russia, piaccia o meno, ha tutte e tre. Ha il petrolio. Ha il gas. Ha il grano. Ha le acciaierie. Ha i sistemi missilistici. Ha un territorio enorme e una popolazione di centoquarantacinque milioni di persone.

La Russia non compra i suoi missili su Amazon pagando in dollari. La Russia emette rubli, paga i suoi lavoratori in rubli, produce internamente quello che le serve per fare la guerra. Quello che manca — le tecnologie avanzate, i semiconduttori — lo importa dalla Cina e dall'India, aggirandosi attorno alle sanzioni occidentali che avrebbero dovuto "strangolarne l'economia" e invece l'hanno fatta crescere del 4% annuo per due anni di fila.

Sono queste le cose che Giuricin non spiega. Probabilmente perché non le sa.

IL DOPPIONE DELLA CONFUSIONE

C'è poi un secondo livello di errore nel tweet, e merita di essere sviscerato.

Giuricin mescola due cose completamente diverse: un giudizio morale sacrosanto — la Russia bombarda civili, e questo è un crimine di guerra — e un argomento economico sbagliato. Come se la debolezza economica dell'avversario fosse necessaria per giustificare il diritto dell'Ucraina a difendersi. Come se, se la Russia fosse "forte", allora l'Ucraina dovrebbe arrendersi.

Questo ragionamento non sta in piedi. Il Vietnam aveva un PIL in dollari ridicolo. Ha tenuto testa agli Stati Uniti per vent'anni. L'Afghanistan ha tenuto testa prima all'URSS poi alla NATO per decenni. La capacità di combattere non dipende dal PIL nominale in dollari. Dipende dalla mobilitazione reale delle risorse, dalla volontà politica, dalla struttura produttiva, dalla geografia.

Giuricin confonde la mappa con il territorio. Scambia un indicatore finanziario — che fluttua ogni volta che cambia il tasso di cambio — con la realtà materiale di un paese che produce, spara e resiste.

E L'UCRAINA?

Sul fatto che l'Ucraina debba difendersi, non ho mai avuto dubbi. Certo che deve difendersi. Lo dice il diritto internazionale. Lo dice il buon senso. Lo dice la dignità elementare di un popolo sotto le bombe.

Il punto — che sfugge a Giuricin come sfugge alla maggior parte dei commentatori italiani — è che sostenere l'Ucraina e capire correttamente l'economia russa non sono due cose in contraddizione. Anzi: capire correttamente l'economia russa è necessario per sostenere l'Ucraina in modo efficace, senza illudersi che le sanzioni stiano funzionando come promesso, senza raccontarsi che il crollo dell'avversario sia imminente, senza farsi sorprendere quando invece la guerra continua, i missili continuano a cadere e i civili continuano a morire.

L'errore di Giuricin non è etico. È tecnico. E gli errori tecnici, in materia di guerra e di economia, costano cari a chi quei civili vorrebbe davvero aiutare.

LA VERA DOMANDA

La vera domanda è: come mai uno come Giuricin — che sbaglia le previsioni sulle privatizzazioni, sbaglia i confronti economici, sbaglia la lettura del PIL — continua a essere citato come esperto?

La risposta è sempre la stessa: perché dice quello che i giornali vogliono sentirsi dire. Che il mercato funziona. Che le privatizzazioni sono buone. Che la Russia è debole. Che va tutto bene.

Chi dice cose scomode e complicate viene ignorato. Chi dice cose semplici e rassicuranti viene invitato in televisione.

Così funziona il circo dei professoroni con i titoli.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma almeno sa distinguere il PIL nominale dal PIL a parità di potere d'acquisto

IL BRITANNIA, DRAGHI E LA GRANDE SVENDITA: COME ABBIAMO REGALATO L'ITALIA ALLA FINANZA INTERNAZIONALE

Ovvero: come il 2 giugno 1992, mentre a Roma si festeggiava la Repubblica, sul panfilo della Regina d'Inghilterra si decideva di smontarla pezzo per pezzo.

Era il 2 giugno 1992. Festa della Repubblica. A Roma c'erano le parate, le bandiere, i discorsi ufficiali. Qualche centinaio di chilometri a nord, al largo di Civitavecchia, ormeggiato in acque internazionali come a voler sottolineare che certe conversazioni è meglio tenerle lontano da orecchie italiane, c'era il panfilo Britannia — il lussuoso yacht della Corona britannica. A bordo non c'erano principi né regine. C'erano banchieri della City di Londra, manager americani, finanzieri internazionali e, naturalmente, i nostri. Mario Draghi, direttore generale del Tesoro. Gabriele Cagliari, presidente dell'ENI. I presidenti di INA, AGIP, SNAM, Alenia, Banco Ambrosiano. L'ex ministro Beniamino Andreatta.

L'occasione? Una conferenza organizzata dai "British Invisibles" — il gruppo di interessi finanziari della City londinese — per discutere delle opportunità offerte dal patrimonio industriale pubblico italiano. In parole povere: fare shopping nel saldo dell'Italia.

Draghi aprì il suo discorso così: «Desidero anzitutto congratularmi con l'Ambasciata Britannica e gli Invisibili Britannici per la loro superba ospitalità. Tenere questo incontro su questa nave è di per sé un esempio di privatizzazione di un fantastico bene pubblico». Una battuta. Molto divertente. Meno per gli italiani che nei decenni successivi avrebbero pagato le conseguenze.

L'IRI: LA SETTIMA AZIENDA DEL MONDO. SVENDUTA PER UN'ELEMOSINA.

Prima di parlare dei danni, bisogna capire cosa avevamo. L'IRI — Istituto per la Ricostruzione Industriale — era stata la settima maggiore società al mondo per fatturato, e per lungo tempo la più grande impresa del pianeta al di fuori degli Stati Uniti. Fondata nel 1933 per risanare il sistema bancario in crisi, aveva poi guidato il miracolo economico italiano del dopoguerra. Strade, autostrade, telefonia, siderurgia, aviazione, cantieri navali, elettronica, chimica: l'IRI era l'ossatura industriale dell'Italia.

Tra il 1993 e il 2002 venne smontata e venduta pezzo per pezzo. Il totale incassato dallo Stato fu di circa 198.000 miliardi di lire — pari all'8% del debito pubblico dell'epoca. Otto per cento. Avete capito bene. Svendemmo la settima azienda del mondo e ottenemmo in cambio una riduzione dell'8% del debito. Il debito pubblico oggi, invece di essere diminuito, è arrivato al 137% del PIL. Qualcuno dovrebbe spiegare la logica.

IL LIBRO DEI DISASTRI: TELECOM, AUTOSTRADE, BANCHE

Ma lasciamo perdere i numeri astratti e guardiamo cosa è successo nello specifico.

Telecom Italia: privatizzata nel 1997 dal governo Prodi per circa 60.000 miliardi di lire. Al momento della vendita era una delle prime compagnie telefoniche d'Europa, solida e redditizia. Oggi è un cadavere indebitato che fatica a sopravvivere, ha perso la rete che i contribuenti italiani avevano pagato per decenni, ed è finita sotto controllo straniero dopo un'odissea di scalate ostili, debiti montanti e svalutazioni continue. Bel risultato.

Autostrade per l'Italia: cedute nel 1999 per 6,5 miliardi di euro alla famiglia Benetton, con la consulenza di Goldman Sachs — la stessa Goldman Sachs dove Draghi sarebbe approdato come vicedirettore pochi anni dopo, una volta terminato il lavoro di smontaggio del patrimonio pubblico. I Benetton hanno incassato pedaggi per decenni, ridotto gli investimenti nella manutenzione, e il 14 agosto 2018 il viadotto Morandi di Genova è crollato, uccidendo 43 persone. Il rapporto tra privatizzazione selvaggia, estrazione di profitti e mancata manutenzione non è una dietrologia: è agli atti processuali.

Le banche: Comit, Credito Italiano, BNL, INA — il sistema bancario italiano che era stato costruito con la pazienza di decenni passò in mani private, poi straniere, poi fu concentrato in pochi grandi gruppi che oggi prestano i soldi alle imprese a tassi che strozzano la produzione e tengono i conti deposito dei risparmiatori vicini allo zero.

L'OBIETTIVO DICHIARATO: RIDURRE IL DEBITO. IL RISULTATO: IL DEBITO È TRIPLICATO.

Draghi stesso, sul Britannia, aveva detto una cosa sensata — una delle poche: «La privatizzazione è stata originariamente introdotta come un modo per ridurre il deficit di bilancio. Più tardi abbiamo compreso che la privatizzazione non può essere vista come sostituto del consolidamento fiscale».

Esatto. Non può essere vista come sostituto. Eppure è esattamente quello che è stata: la grande balla raccontata agli italiani per far digerire la svendita. «Privatizziamo per ridurre il debito». Il debito pubblico nel 1992 era al 105% del PIL. Oggi è al 137%. Nel mezzo abbiamo venduto tutto. Logica vorrebbe che qualcuno spiegasse dove sono finiti i soldi. Ma la logica, in questo Paese, è merce rara.

IL CONFLITTO DI INTERESSI CHE NESSUNO VUOLE NOMINARE

C'è un dettaglio biografico che i giornali italiani preferiscono non mettere in fila con troppa evidenza. Mario Draghi è stato direttore generale del Tesoro dal 1991 al 2001 — esattamente il periodo delle grandi privatizzazioni. Ha presieduto il Comitato per le Privatizzazioni dal 1993. Ha gestito la cessione di Telecom, Enel, Eni, Autostrade, banche. Poi, terminato questo lavoro, è stato assunto come vicedirettore di Goldman Sachs — la banca d'affari americana che aveva avuto un ruolo centrale come advisor e garante in molte di quelle stesse privatizzazioni. Nel 2003, Goldman Sachs prestò 2,8 miliardi di euro al gruppo Benetton per consolidare il controllo di Autostrade — privatizzata quattro anni prima con Draghi al Tesoro.

Chiamatela come volete. Io la chiamo una porta girevole di dimensioni industriali.

E IL DEBITO? SEMPRE LÌ, ANZI PEGGIO.

Non esiste un singolo esempio storico documentato in cui le privatizzazioni di massa abbiano portato a una riduzione significativa e duratura del debito pubblico. Non in Italia. Non in Argentina, dove fecero la stessa cosa con risultati catastrofici. Non in Gran Bretagna con la Thatcher, dove i servizi pubblici privatizzati sono diventati monopoli privati che estraggono rendite dalla popolazione senza competizione reale.

La retorica era: lo Stato è inefficiente, il privato è efficiente. La realtà è: alcuni enti pubblici erano inefficienti e andavano riformati; ma smontarli e venderli alla finanza internazionale a prezzi scontati, senza golden share efficaci, senza vincoli di reinvestimento, senza tutele per i lavoratori e per il territorio, non è una riforma. È una svendita. E i clienti del saldo erano già sul panfilo quel 2 giugno 1992, con il loro champagne e la loro orchestrina della Royal Navy.

LA DOMANDA FINALE

Nel 2024, Draghi ha presentato all'Unione Europea il suo rapporto sulla competitività europea. Ha scritto che l'Europa deve investire, reindustrializzarsi, costruire campioni industriali europei. Pagine e pagine di analisi lucide sul declino del sistema produttivo continentale.

Non ha scritto che parte di quel declino, in Italia, è figlia delle privatizzazioni degli anni '90. Non ha citato il Britannia. Non ha collegato i puntini.

I professoroni, si sa, non fanno mai autocritica. È una delle poche cose in cui sono davvero efficienti.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma almeno ricorda cosa avevamo e cosa ci hanno convinto a svendere

MARIO DRAGHI E LE SANZIONI ALLA RUSSIA: LA PIÙ GRANDE FIGURACCIA ECONOMICA DELLA STORIA RECENTE

Ovvero: come i migliori cervelli d'Europa hanno promesso il collasso di Mosca e ottenuto una crescita del PIL del 4,3%. Applausi.

Dunque. Era il 2022. L'Europa si riuniva compatta, seria, determinata. I leader occidentali si presentavano davanti alle telecamere con la faccia di chi sta per rivelare una sentenza definitiva. E la sentenza era questa: le sanzioni alla Russia avrebbero devastato l'economia di Mosca. L'avrebbero ridotta in ginocchio. Il rublo sarebbe diventato carta straccia. Putin avrebbe dovuto cedere nel giro di mesi, schiacciato dal peso di un'economia in frantumi.

Il nostro Mario Draghi — quello che «whatever it takes», quello che i giornalisti italiani trattano come una divinità laica con la cravatta — dichiarava con la consueta solennità che le sanzioni sarebbero state «dirompenti». Parola sua. Dirompenti.

Bene. Vediamo com'è andata.

IL PIL RUSSO NEL 2024: +4,3%. GRAZIE MARIO.

La Banca Mondiale ha registrato per la Russia una crescita del PIL del 4,3% nel 2024. L'anno prima era stato +4,1%. Nel frattempo, l'Italia cresceva dello 0,7%. La Germania — la locomotiva d'Europa, quella che ci ha fatto la morale sul rigore di bilancio per vent'anni — segnava un misero +0,2%. La Francia uguale. Il Regno Unito appena meglio.

Per farla breve: la Russia sanzionata, isolata, esclusa dallo SWIFT, tagliata fuori dai mercati finanziari occidentali, cresceva sei volte più velocemente dell'Italia e venti volte più della Germania. Dirompente, sì. Ma le conseguenze dirompenti le hanno sentite soprattutto i tedeschi, che hanno scoperto che riscaldarsi d'inverno senza il gas russo costa un occhio della testa.

COME HA FATTO LA RUSSIA A SOPRAVVIVERE

Primo: la Russia ha trovato altri mercati. La Cina ha aumentato gli scambi commerciali con Mosca del 25% rispetto al 2022 e oggi rappresenta oltre il 30% del volume totale degli scambi russi. India e Turchia hanno fatto altrettanto. Le sanzioni occidentali sono state praticamente un biglietto da visita che Putin ha consegnato a Pechino per stringere accordi che prima non esistevano.

Secondo: la spesa militare ha fatto da motore keynesiano. La Russia ha investito il 6% del PIL in difesa, ha costruito nuove industrie, ha creato posti di lavoro. Il settore militare-industriale è cresciuto del 30-40% tra il 2021 e il 2023. La disoccupazione è scesa al 2,5%. I salari sono aumentati.

Terzo: il debito pubblico russo è al 16% del PIL. Per confronto, quello italiano è al 137%, quello francese oltre il 110%, quello americano il 118%. La Russia sanzionata ha i conti pubblici più in ordine di qualsiasi grande Paese occidentale.

MA ALLORA LE SANZIONI NON HANNO FATTO NIENTE?

Le sanzioni hanno creato problemi strutturali seri: meno modernizzazione tecnologica, meno investimenti stranieri, inflazione oltre il 10% nel 2024, tassi d'interesse al 21%. Ventuno per cento. Roba da brividi. Ma un «collasso»? Un'economia «in ginocchio»? La «fine di Putin»? No. Niente di tutto questo.

LA DOMANDA CHE NESSUNO FA

La domanda vera è: a chi hanno fatto più male le sanzioni? Alla Russia, che ha trovato mercati alternativi? O all'Europa, che ha pagato il gas a prezzi tripli, ha visto la propria industria in crisi energetica, e ha subito un'inflazione combattuta alzando i tassi — colpendo ancora una volta le famiglie con i mutui e le piccole imprese?

La Germania è entrata in recessione. Le bollette delle famiglie europee sono esplose. L'industria continentale ha perso competitività. Noi abbiamo sanzionato la Russia. Poi ci siamo sanzionati da soli.

LA LEZIONE CHE NON IMPAREREMO

Le sanzioni non hanno fermato la guerra. Non hanno fatto crollare il rublo. Non hanno messo Putin in difficoltà esistenziale. Hanno ridisegnato i flussi commerciali a favore della Cina, indebolito l'industria europea, e dato a Mosca l'alibi perfetto per ogni difficoltà interna.

Ma i professoroni non ammetteranno mai di aver sbagliato. Perché i professoroni, si sa, non sbagliano mai. Sbagliano i dati. Sbagliano i mercati. Sbaglia la realtà. Loro no.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma almeno controlla i numeri della Banca Mondiale

venerdì 15 maggio 2026

LA BCE E I TASSI D'INTERESSE: LA PIÙ GRANDE TRUFFA INTELLETTUALE DEL DOPOGUERRA

Ovvero: come spiegare ai banchieri centrali in doppiopetto che alzare il costo del denaro per combattere l'inflazione da costi è come curare una frattura a una gamba amputandola.

Dunque. La Banca Centrale Europea, con la solennità di chi sta per rivelare i segreti dell'universo, ci ha spiegato per anni che il modo per combattere l'inflazione è alzare i tassi d'interesse. Christine Lagarde, con quella faccia da maestra di sci che spiega agli sciatori come si scia, ha ripetuto il mantra: «i tassi saliranno quanto necessario». Applausi in sala. Standing ovation dai mercati. Lacrime di commozione dagli economisti mainstream. Peccato che la teoria sia sbagliata. Peccato che i dati lo dimostrino. Peccato che nessuno dei professoroni patentati abbia il coraggio di dirlo ad alta voce.

Permettetemi di farlo io, che di patenti non ne ho, ma almeno ho la decenza di guardare i fatti.

IL MECCANISMO DI TRASMISSIONE: UNA FAVOLA PER ADULTI CREDULONI

La teoria ufficiale dice così: la BCE alza i tassi → il credito diventa più caro → le imprese investono meno → la domanda cala → i prezzi scendono. Bellissimo. Elegante. Sbagliato.

Partiamo da un dettaglio che i banchieri centrali si dimenticano sempre di menzionare: l'inflazione del 2021-2023 non era un'inflazione da domanda. Non era la classica storia dei consumatori con troppi soldi in tasca che corrono a comprare tutto. Era inflazione da costi: energia alle stelle per via della guerra in Ucraina, catene di approvvigionamento spezzate dalla pandemia, speculazione sulle materie prime. Quando il prezzo del gas naturale quadruplica in sei mesi, non è perché i tedeschi hanno ricevuto troppo sussidio statale e hanno deciso di riscaldare casa a 30 gradi. È perché la Russia ha chiuso i rubinetti.

Alzare i tassi contro un'inflazione da offerta è come prendere un antidolorifico per smettere di sanguinare dopo una coltellata. Non risolve il problema. Ti fa solo svenire prima.

Ma la BCE non fa distinzioni. La BCE ha un solo strumento — il tasso d'interesse — e quindi ogni problema diventa un chiodo da battere con quel martello. Un'inflazione da domanda? Tassi su. Un'inflazione da offerta? Tassi su. Un meteorite che cade su Francoforte? Riunione d'emergenza del consiglio direttivo per alzare i tassi.

CHI PAGA IL CONTO: INDOVINELLO PER BAMBINI

Ora facciamo un giochino. Quando i tassi salgono, chi ci rimette? I grandi speculatori finanziari che si sono indebitati per comprare asset a leva? No, loro sono già usciti dal mercato prima che la musica finisse. Le grandi multinazionali con riserve di cassa in valuta forte? No, loro si rifinanziavano a lungo termine quando i tassi erano a zero, e adesso stanno benissimo. La gente normale — famiglie con mutui a tasso variabile, piccole imprese con affidamenti bancari, artigiani che avevano finalmente un fido decente? Eccoli. Loro pagano. Sempre loro.

In Italia, tra il 2022 e il 2024, le rate dei mutui a tasso variabile sono praticamente raddoppiate. Non per colpa di chi aveva comprato casa. Non per colpa di chi aveva aperto una bottega. Per colpa di una banca centrale che applica una teoria economica del Novecento a un'economia del ventunesimo secolo.

E nel frattempo, sapete chi guadagna quando i tassi salgono? Le banche. Le banche commerciali, che ottengono tassi più alti sui prestiti e pagano interessi risicati sui depositi, hanno registrato profitti record negli anni dei rialzi. Il margine di interesse è esploso. Mentre la gente piangeva sul mutuo, Intesa Sanpaolo e UniCredit brindavano. Non è una coincidenza. È la struttura del sistema.

IL PARADOSSO CHE NESSUNO VUOLE NOMINARE

C'è poi un dettaglio tecnico che i banchieri centrali preferiscono non discutere durante le conferenze stampa eleganti: alzare i tassi d'interesse può essere di per sé inflazionistico. Sì, avete letto bene. Inflazionistico.

Come? Semplice. Le imprese hanno costi. Tra questi costi c'è il costo del finanziamento. Se il costo del finanziamento sale, le imprese hanno due scelte: mangiarsi il margine oppure scaricare il costo sul prezzo del prodotto finale. Quale delle due pensate che scelgano nella stragrande maggioranza dei casi? Esatto. Lo scaricano sul prezzo. Quindi la BCE alza i tassi per combattere l'inflazione, e così facendo aumenta i costi delle imprese, che alzano i prezzi, che aumentano l'inflazione, che costringe la BCE ad alzare ancora i tassi. Un circolo vizioso da manuale che i signori di Francoforte hanno studiato nei libri e poi puntualmente ignorato nella realtà.

L'economista australiano Bill Mitchell — uno dei padri fondatori della Modern Monetary Theory, la scuola di pensiero che ha il torto imperdonabile di avere ragione — lo chiama "the interest rate-price spiral": la spirale tassi-prezzi. Non è fantascienza. È contabilità di base. È quello che succede quando si usa uno strumento sbagliato per il problema sbagliato.

LA VERA DOMANDA CHE NESSUNO FA

La domanda che i giornalisti economici — quelli con il taccuino alle conferenze stampa della Lagarde, con gli occhi spalancati e le domande preconfezionate — non fanno mai è questa: a chi serve, davvero, una politica monetaria restrittiva?

Serve ai rentier. Serve a chi ha accumulato ricchezza finanziaria e vuole che quella ricchezza produca un rendimento senza lavorare. Quando i tassi erano a zero, un milione di euro in obbligazioni governative fruttava niente. Con i tassi al 4%, quel milione frutta quarantamila euro l'anno di rendita, senza muovere un dito. Chi ha tanti soldi ama i tassi alti. Chi deve prendere soldi in prestito li odia. Non è complicato. È redistribuzione del reddito verso l'alto, spacciata per politica monetaria ortodossa.

La BCE non è politicamente neutrale. Nessuna banca centrale lo è. La scelta del tasso d'interesse è una scelta distributiva: decide chi guadagna e chi perde. Pretendere il contrario è propaganda, non economia.

COSA SI DOVREBBE FARE, DUNQUE?

Rispondo a chi mi chiede: «Va bene Olindo, ma allora cosa proponi? Lasciare i tassi a zero in eterno?»

No. Propongo di smettere di fingere che la politica monetaria sia uno strumento universale. Propongo che quando l'inflazione viene dall'offerta — dall'energia, dalle materie prime, dalla speculazione finanziaria — la risposta sia fiscale e strutturale, non monetaria. Un tetto al prezzo dell'energia? Sì. Una tassazione straordinaria sui profitti delle compagnie petrolifere che hanno triplicato i margini durante la crisi? Assolutamente sì. Un programma pubblico di transizione energetica che riduca strutturalmente la dipendenza dalle importazioni di gas? Indispensabile.

E propongo che si smetta di trattare la BCE come se fosse un oracolo infallibile. È un'istituzione gestita da esseri umani, con teorie economiche apprese nelle stesse università dove si insegnano le stesse cose da quarant'anni, nonostante quarant'anni di risultati deludenti. La credibilità non si conquista alzando i tassi. Si conquista avendo ragione. E sulla questione dell'inflazione post-pandemia, la BCE ha avuto torto: ha fatto male la diagnosi, ha somministrato la medicina sbagliata, e i pazienti — noi — hanno pagato la differenza.

Detto questo, con tutto l'affetto del mondo per i signori in doppiopetto di Francoforte: la prossima volta che volete salvare l'economia europea, provateci senza distruggere prima i bilanci delle famiglie. Sarebbe una novità assoluta. Potrebbe perfino funzionare.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma almeno ha la calcolatrice

ALTRO PROFESSORONE CON I TITULI DELLA BOCCONI

Tommaso Monacelli professorone della Bocconi afferma :

 Diciamo che il dibattito 🇮🇹 si divide in due fazioni.

C’è chi pensa che i salari in Ita siano bassi perché la produttività del lavoro é bassa. E c’è chi pensa il contrario: che la produttività sia bassa perché i salari sono bassi. Che si fa?

Rispondo molto garbatamente anche se queste affermazioni si meriterebbero quattro sbadilate democratiche.

Caro professore, 

con tutto il rispetto per la vostra elegante dicotomia bocconiana, state impostando il problema esattamente al contrario, come se doveste spiegare perché il vostro gatto non abbaia. 

Sia la tesi “salari bassi perché la produttività è bassa” sia il suo opposto sono due facce della stessa vecchia favola neoclassica in cui il lavoro è un mercato come le patate, con una curva di domanda e una di offerta che s'incrociano magicamente. Peccato che la moneta non sia una merce, e lo Stato non sia una famiglia.

Partiamo da un dato contabile: i salari sono un costo per l’impresa, ma sono domanda aggregata per l’economia. Se schiacciate i salari in nome della competitività, state distruggendo proprio la domanda che dovrebbe assorbire l’eventuale maggiore produttività. L’Italia da trent’anni fa austerità fiscale e moderazione salariale, e cosa ha ottenuto? 

Produttività piatta e debito/PIL che sale. La causalità non è dal salario individuale alla produttività dell’impresa, ma dal livello generale dei salari nominali al tasso di utilizzo della capacità produttiva.

La vera questione è: chi stabilisce il livello dei salari nominali? Quando l'Italia era una nazione normale e i neoliberisti contavano un cazzo, lo Stato fissava il prezzo del lavoro indirettamente attraverso la spesa pubblica e la tassazione. 

Oggi, con la camicia di forza dell’Unione monetaria, avete delegato quel potere a vincoli esterni, ma la logica non cambia. 

Lo Stato, in quanto datore di lavoro di ultima istanza attraverso una Job Guarantee, può sempre fissare un pavimento salariale. Quel pavimento diventa il prezzo minimo del lavoro, e tutto il resto della struttura salariale vi si ancorano. La produttività non c’entra: è il salario di base che dà alla produttività la sua unità di conto. Le imprese, con un salario minimo garantito, sanno che se investono in macchinari per risparmiare lavoro, quel lavoro ha un costo certo. 

L’innovazione segue la domanda, non la precede.

Voi dite: “Ma se i salari sono bassi, le imprese non hanno incentivo a investire”. Esatto: state descrivendo un equilibrio di sotto-occupazione keynesiano, non un problema di “produttività”. 

La soluzione non è un generico “alzare i salari” per decreto, che da solo potrebbe solo creare disoccupazione se la domanda aggregata non lo sostiene. 

La soluzione è un’offerta illimitata di posti di lavoro a un salario fisso da parte dello Stato, finanziata semplicemente accreditando i conti bancari dei lavoratori – senza bisogno di tasse né debito preventivo. 

Quello stabilizza il potere d’acquisto, dà un valore di riserva al lavoro, e fa sì che la produttività sia costretta ad aumentare perché le imprese ora devono competere per i lavoratori, invece di pagarli noccioline sperando che diventino tedeschi per magia.

Quindi, che si fa? Smettetela di cincischiare con riforme strutturali dal lato dell’offerta e sgravi contributivi temporanei. 

Istituite un Programma di Transizione che garantisca un lavoro a chiunque, a un salario di €12-14 l’ora, spostando risorse da sussidi passivi a salario attivo. 

Il deficit salirà? Può darsi. 

Ma a voi bocconiani ricordo che il deficit del settore pubblico è surplus del settore privato, e che in una crisi di domanda il rapporto debito/PIL si abbassa solo se il denominatore – il PIL nominale – cresce. 

E il PIL nominale cresce se crescono i redditi da lavoro.

Il vostro dibattito tra gallina e uovo è ozioso: l’uovo è la moneta statale. Il pollo è il settore privato. E il cuoco è il Tesoro, che può sempre comprare entrambi, se solo smettesse di ascoltare le favole sulla “scarsità”, la più grande presa per il culo della storia, che vi raccontate nei vostri master.

Saluti a voi che con le vostre teorie avete desertificato due continenti

Olindo Cervi

Commento al sito ildeclinoitaliano.it gestito dai professoroni pieni di TITULI.

Ah, ragazzi, ma che goduria! Mi trovo davanti a questo capolavoro dell'ideologia dominante: "Fotografia di un declino" firmato dai due profeti della sciagura, i cari Guido Ascari e Riccardo Trezzi. Questi signori, con i loro curriculum prestigiosi fatti di banche centrali e università, hanno distillato in un libriccino tutte le perle di saggezza che hanno ridotto l'Europa in questo stato pietoso.

Sedetevi comodi, che adesso commentiamo punto per punto.

I Pilastri del Declino (Secondo Loro)

Demografia e declino: «le nascite sono in calo»

Ehilà! Il problema dell'Italia sarebbe che gli italiani non fanno più abbastanza bambini. Ma avete mai pensato, cari professori, che la gente non fa figli perché con i vostri salari da fame e la vostra precarietà glorificata, mantenere un figlio è diventato un lusso da ricchi? Invece di garantire un reddito e servizi pubblici decenti, voi andate a dire che mancano le culle.

Bell'inizio : forza che andiamo avanti

Produttività: «un lavoratore italiano produce come 20 anni fa»

Ah, la sacra mucca della produttività! Il mantra dei tecnocrati. Secondo voi la gente produce poco perché non è abbastanza "innovativa" o "qualificata". Il fatto che la domanda interna sia stata affossata da decenni di austerità e tagli alla spesa pubblica, questo non vi sfiora nemmeno l'anticamera del cervello. Forse se ci fosse lavoro e paga decente, la gente avrebbe anche voglia e tempo per qualificarsi. Ma per la vostra visione miope, l'unica soluzione è ancora più flessibilità e tagli.

P.A. inefficiente e spesa pubblica a pioggia: «quasi 500 miliardi di stimoli senza crescita»

Ecco, adesso veniamo al vostro cavallo di battaglia. Buttate lì i famosi 500 miliardi di "stimoli" che non hanno prodotto nulla. Ma scusate, secondo la vostra religione del "lato dell'offerta", iniettare liquidità in un'economia in stallo senza toccare i veri nodi è come versare acqua in un secchio bucato. Peccato che voi consideriate lo Stato come un'azienda in perdita che deve essere messa a dieta, non come l'unico ente che può creare moneta sovrana per rimettere in moto la domanda. La vostra ricetta perenne, condivisa da tutte le banche centrali per cui avete lavorato, è stata: tagli, più tagli e, se non basta, ancora tagli. E vi meravigliate che l'economia non cresca?

Salari e produttività: «i salari reali possono crescere solo se aumenta la produttività»

Questa è la perla più bella di tutta la collana, degna di un manuale di economia per negati. Cioè, secondo la vostra "teoria", la paga non è un costo, né un diritto, ma una ricompensa che arriva solo dopo aver prodotto di più. Peccato che sia il contrario! Con la domanda distrutta e la disoccupazione tenuta alta apposta per tenere bassi i salari, come diavolo fa la gente ad avere i soldi per comprare ciò che produce, stimolando così innovazione e crescita? La vostra logica è quella del servo della gleba che deve sgobbare per il signore nella speranza di ricevere una lira in più. Vergognatevi.

Spreco PNRR: «un fiume di denaro distribuito a pioggia senza riforme»

Perfetto. Secondo voi l'Italia ha sprecato i soldi del PNRR perché non ha fatto le riforme strutturali che chiedevate voi. Ma qual è la vostra soluzione magica? La spending review e la lotta al lavoro nero. Cioè, la solita ricetta: tagli alla spesa pubblica e flessibilità del lavoro per aumentare la competitività. Una roba che avete già applicato in Grecia e Portogallo, riducendo quei paesi in polveroni fumanti. E ora venite a insegnare a noi come si gestisce una crisi? Mi astengo dai commenti perchè diventerei offensivo.

Unione Europea: "alcune regole di bilancio vanno rispettate per non far scappare gli investitori"

Questa è la vostra scusa finale, il vostro parafulmine. "Non possiamo fare altrimenti, signora mia, perché l'Europa ce lo impone". Ma scusate, non siete voi e i vostri simili ad aver scritto quelle regole assurde come il Fiscal Compact? Non siete voi ad aver trasformato l'Europa in un club di banchieri che puniscono i popoli? E ora vi nascondete dietro le stesse regole che avete contribuito a creare per giustificare la vostra immobilità. Siete dei vigliacchi.

La MMT? "Un'eresia che causerebbe iperinflazione"

Veniamo ora all'accusa finale: la MMT, la Teoria Monetaria Moderna, l'idea che uno stato sovrano che emette la propria moneta non possa fallire, sarebbe una follia. Ma ditemi, cari economisti mainstream, la vostra ricetta di austerità, flessibilità e tagli alla spesa pubblica in Europa ha prodotto: disoccupazione gigantesca, deflazione, servizi pubblici a pezzi, populismo e odio. Avete distrutto due continenti con le vostre teorie, e adesso vi scandalizzate di chi propone un'alternativa seria?

Secondo la MMT, e non è una scoperta, la disoccupazione esiste perché un governo sovrano decide di non creare abbastanza moneta per raggiungere la piena occupazione. Ma questo per voi è secondario. L'importante è che i conti tornino, che l'inflazione non salga, anche se la gente muore di fame.

Conclusione

Insomma, cari Ascari e Trezzi, siete il perfetto esempio di come l'economia sia diventata una teologia al servizio dei potenti. Le vostre analisi sono dettagliate, le vostre fonti sono precise, ma la vostra visione del mondo è così miope e dannosa da far rabbrividire. Continuate pure a piangere sul declino, intanto che la gente soffre, i servizi crollano e l'Europa si sgretola sotto il peso delle vostre idiozie. Noi, i cattivi della MMT, continueremo a proporre soluzioni serie.

Ora, se volete scusarmi, ho un mare di soldi virtuali da stampare per finanziare un ponte. Vi saluto cordialmente.

Olindo Cervi

giovedì 14 maggio 2026

QUELLO CHE CHRISTINE NON DICE: ELOGIO DEL PIROMANE E CRIMINI DI GUERRA MONETARIA

Ovvero: la letterina d'amore della Lagarde, il Premio Carlo Magno a Draghi, e quel fastidioso dettaglio dei bambini morti in Grecia che ad Aquisgrana nessuno ha ricordato.

Care lettrici e cari lettori, prendetevi un caffè forte. 

Anzi, prendetevi direttamente la bottiglia di amaro, perché oggi dobbiamo commentare la letterina che Christine Lagarde ha scritto a Mario Draghi in occasione del Premio Carlo Magno. Un testo che farebbe impallidire una serenata di Gigi D'Alessio, ma con più spread e meno sentimento vero.

La presidente della Banca Centrale Europea si è commossa. Ha sciorinato un panegirico che recita più o meno così: “Caro Mario, hai risposto alla chiamata quando serviva di più. Il tuo whatever it takes ha reso l'euro irreversibile. Hai fatto emergere l'Europa più forte. Sei un vero statista europeo.”

Mentre leggevo, mi è venuta in mente una scena. 

Un tizio viaggia in autostrada contromano, riesce miracolosamente a schivare tutti, si ferma un metro prima del burrone, scende dall'auto e la folla lo acclama: "Eroe! Hai salvato la patria!". 

Ecco, il Premio Carlo Magno a Super Mario è esattamente questo. 

Solo che l'autostrada contromano l'aveva imboccata lui stesso (o la sua istituzione), e nel frattempo ha investito qualche pedone. Ma ad Aquisgrana erano tutti troppo eleganti per parlarne.

La chiamata: rispondere quando il paziente è già in coma

Proviamo a tradurre la letterina dal banchiere-centrico all'italiano corrente, usando quel po' di lenti MMT che abbiamo a disposizione.

“Hai risposto alla chiamata quando serviva di più” significa: hai aspettato che la Grecia venisse rasa al suolo, che la Spagna toccasse il 25% di disoccupazione, che l'Italia venisse umiliata dalla letterina della BCE del 2011 (firmata da un altro, ma la ditta è la stessa), e che mezzo continente finisse in depressione per colpa di regole fiscali scritte da sadici contabili. Solo quando il fuoco è arrivato a lambire i BTP, cioè i titoli che tengono in piedi il castello di carte delle banche francesi e tedesche, solo lì Mario ha sentito la vocazione. Un po' come i Ghostbusters, ma quelli arrivavano subito. Draghi è arrivato quando il palazzo era già stato giudicato inagibile, e solo perché stavano bruciando anche gli attici dei piani alti.

L'irreversibilità: quando un discorso vale più di uno Stato

“Il tuo whatever it takes ha mostrato che l'euro è irreversibile” è il passaggio comico più alto, signori. L'euro è irreversibile perché un giorno un banchiere centrale si è alzato, ha messo la giacca di Brioni, è andato a Londra e ha detto quattro parole magiche. 

Capite la potenza? Non servono politiche fiscali comuni. Non serve una garanzia di piena occupazione. Non serve uno Stato che spende la sua moneta per i suoi cittadini. No. Basta un discorso.

È come se io vi dicessi: "Casa mia è antisismica". "Ah sì, e come mai?" "Perché l'ho detto, con enfasi, in un convegno a Londra." E la cosa incredibile è che il mondo intero gli ha creduto.

L'eurozona, ha creato un sistema in cui i Paesi membri diventano ostaggi dei mercati, come il più instabile dei Paesi in via di sviluppo con debito in valuta estera. 

Il whatever it takes non è stato un colpo di genio della statualità europea. È stata l'ammissione implicita che il sistema è un cannone puntato alla tempia dei popoli, e che la BCE ha il potere di abbassare il grilletto o meno a seconda dell'umore. 

Nel 2011 ha premuto il grilletto (con tassi alzati in piena crisi del debito, ricordate Trichet?). 

Nel 2012 Draghi ha deciso di togliere il dito. E per questo gli diamo il Carlo Magno. Magnifico.

La vera irreversibilità che non vi raccontano

L'euro non è diventato irreversibile con un discorso ma è diventato una gabbia irreversibile per le politiche pubbliche. 

Per salvare la moneta unica, avete blindato l'austerità nei Trattati. 

Avete inventato il Fiscal Compact, il MES, il Two-Pack, il Six-Pack. 

Un'orgia di regole che impediscono a uno Stato di spendere per assumere infermieri, ma permettono alla BCE di immettere migliaia di miliardi a tasso zero per le banche private. 

Whatever it takes è stato il salvagente per la finanza, ma per i lavoratori è rimasto il whatever: qualunque cosa, purché non vi venga in mente di alzare i salari o finanziare la sanità pubblica.

La Lagarde ora piange di gioia perché "l'Europa ne è uscita più forte". 

Più forte per chi, Christine?

Per un rider di Barcellona? Per un infermiere di Napoli? Per una cassaintegrata di Atene? 

O più forte per BlackRock, che nel frattempo ha comprato mezza Europa a prezzi di saldo grazie alla distruzione della domanda aggregata che voi stessi avete scientemente orchestrato?

E ora arriviamo al punto. 

Il punto che Christine nella sua letterina omette con la grazia di un elefante in una cristalleria. Il punto che trasforma questa farsa in un atto d'accusa.

Quello che Christine non dice: la Grecia e l'ELA

Perché se volete sapere cos'è veramente il coraggio di Mario Draghi, dovete andare a chiederlo in Grecia. 

Non ad Atene, ai ministri ma dovete andarlo a chiedere nei reparti pediatrici di Salonicco, negli ambulatori di Patrasso, nelle case delle famiglie che nel 2015 hanno pianto un bambino mai nato o morto prima di poter parlare.

Nel 2015 la Grecia, già in ginocchio dopo cinque anni di cure lacrime e sangue imposte dalla Troika, elegge un governo che ha l'ardire di dire: "Forse il paziente non può essere curato dissanguandolo". Il governo Tsipras, con Yanis Varoufakis ministro delle Finanze, prova a mettere sul tavolo una parola che a Francoforte suona come una bestemmia in chiesa: ristrutturazione del debito.

La risposta della BCE non fu un negoziato ma fu un ultimatum per interposta banca. 

Draghi chiuse i rubinetti dell'ELA, l'Emergency Liquidity Assistance, cioè il prestito di emergenza che teneva in vita le banche greche. Senza quella liquidità, le banche non possono aprire gli sportelli. Lo Stato greco è costretto a imporre il capital control e a chiudere le banche a chiave.

I cittadini possono prelevare 60 euro al giorno. Sessanta. Nemmeno il costo di una visita specialistica privata. Le imprese non possono pagare i fornitori esteri. Il sistema sanitario, già devastato dai tagli, va in tilt perché mancano i soldi per importare medicinali salvavita. Ed è qui che accade l'irreparabile.

La mortalità infantile, che in un Paese civile dovrebbe scendere tendenzialmente a zero, si impenna. Non sto esagerando. Ci sono studi accademici, pubblicati su riviste peer-reviewed, che dimostrano come dopo il 2010 la Grecia abbia visto un aumento significativo dei nati morti e della mortalità neonatale e infantile. Un'inversione di tendenza che in Europa non si vedeva da decenni. La causa? L'austerity imposta con il cappio al collo, e poi stretta fino allo strangolamento proprio da quegli strumenti che la BCE maneggia come un bisturi senza anestesia.

La BCE è l'emittente monopolista dell'euro. Non ha mai un problema di liquidità. Può creare euro premendo un tasto. La chiusura dell'ELA non fu una necessità tecnica. Fu una decisione politica deliberata, presa da un organo non eletto, contro un governo eletto, usando come arma di distruzione di massa la valuta che dovrebbe "servire" i cittadini europei. 

Fu terrorismo monetario e una decisione consapevole, presa nel silenzio ovattato di una riunione del Consiglio direttivo, che si tradusse in una condanna umanitaria immediata per i più fragili.

Allora torniamo alla domanda che sorge spontanea: come dobbiamo chiamare uno che, per imporre una linea politica (perché di questo si trattava: piegare un governo democraticamente eletto), decide di affamare di liquidità un intero Paese, sapendo perfettamente che a pagare il prezzo più alto sarebbero stati i poveri, i malati cronici, le donne incinte e i neonati?

"Banchiere" è un eufemismo. È come chiamare "dispettoso" uno che ti taglia i freni della macchina. "Statista", poi, è una bestemmia.

Se applicassimo le stesse categorie che usiamo per i crimini contro l'umanità – dove la privazione deliberata di mezzi di sussistenza essenziali per sottomettere una popolazione rientra tra gli atti perseguibili – forse dovremmo smetterla di parlare di "tecnocrati che sbagliano" e iniziare a parlare di responsabilità individuali per la morte di innocenti. 

"Criminale" è una parola forte. 

Ma se guardiamo ai corpi, ai bambini mai nati o morti prima di poter parlare, alle cure negate, è l'unica parola che abbia un peso specifico pari alla realtà. 

Tutto il resto – "statista", "banchiere", "tecnico", "premio Carlo Magno" – è maquillage per necrologi scritti da chi non ha mai messo piede in un ospedale di Salonicco nel 2015.

Il colmo della commedia

Il bello, si fa per dire, è che lo stesso Mario, anni dopo, da premier italiano, si è trovato a che fare con i nodi strutturali dell'eurozona che lui stesso, quando era a Francoforte, aveva contribuito a stringere come un cappio. La storia non è ironica, è sadica.

E il premio porta il nome di Carlo Magno. Il tizio che ha forgiato un impero con la spada, l'omelia e l'accentramento del potere. Almeno lui, per mettere insieme mezza Europa, non ha avuto bisogno di strangolare l'economia della sua periferia fino ad ammazzarne i bambini. L'ha conquistata, ci ha messo un po' di monaci amanuensi, e via. Voi invece avete creato un Sacro Romano Impero della Deflazione, dove il re è un banchiere centrale che parla per enigmi e usa la liquidità come arma di ricatto, e la regina Christine scrive letterine d'amore come una quindicenne su Tumblr mentre sorvola le fosse comuni della Troika.

Conclusione: la medaglia al re nudo

Cara Christine, grazie per averci ricordato cosa significa davvero "statualità europea": avere il potere di distruggere e ricostruire a piacimento, e poi farsi applaudire dagli amici nella cattedrale di Aquisgrana. La tua letterina è un gioiello di ipocrisia che incornicia perfettamente la tragedia di questa generazione.

Noi, nel nostro piccolo blog eretico, continuiamo a pensare che l'euro sarebbe stato "irreversibile" fin dall'inizio se solo aveste permesso alla BCE di agire come una vera banca centrale, finanziando direttamente la spesa fiscale per la piena occupazione, invece di obbligare intere nazioni a elemosinare credito sui mercati e poi punirle con la fame di liquidità quando osavano dissentire.

Godetevi il premio, Mario. Dopotutto, convincere un intero continente che il vostro piromane è in realtà il pompiere capo, e che il ricattatore è uno statista, richiede un talento sopraffino. Un talento che evidentemente possiedi, visto che Christine si commuove e il mondo applaude.

E tu, Christine, conserva quella lettera. Un giorno, quando l'eurozona imploderà per davvero sotto il peso delle sue assurdità, potremo leggerla insieme. E sarà uno dei più bei monologhi comici della storia economica. Anche se, a dire il vero, per chi in Grecia ha perso un figlio, la commedia è già finita da un pezzo.

Restiamo vigili. E ricordiamo sempre: il Whatever It Takes è il riconoscimento che il re è nudo. 

Solo che invece di vestirlo, gli avete messo una medaglia e il sangue sulle mani, evidentemente, non macchia lo smoking.

Olindo Cervi