mercoledì 20 maggio 2026

IL VICOLO CIECO DI SETACCIOLI: LA DEMOGRAFIA RUSSA VISTA CON I DATI ROSSTAT

Ovvero: risposta con dati Rosstat a chi ha scoperto la demografia ma ha dimenticato l'economia

Marco Setaccioli, instancabile penna de L'Europeista, ci regala un articolo sulla crisi demografica russa. L'analisi sulle perdite al fronte e il "buco" demografico degli anni Novanta è corretta e documentata. Fin qui bene. Peccato che l'articolo cada in due trappole classiche: ignorare sistematicamente i dati economici reali della Russia, e non capire come funziona la spesa pubblica di uno Stato sovrano in guerra.

I DATI CHE SETACCIOLI NON CITA

L'articolo parla di "drammatico peggioramento della situazione economica" russa. Peggioramento. Drammatico. Vediamo cosa dicono i numeri di Rosstat, l'istituto statistico russo, e della Banca Mondiale.

PIL russo 2024: +4,3%. Non è un peggioramento. È la crescita più rapida dell'ultimo decennio, superiore a quella di Germania (,0,2%), Francia (+0,2%), Italia (+0,7%), e quasi tripla rispetto alla media dell'eurozona. Nel primo trimestre 2025 la crescita è rallentata al +1,4%, segnale di rallentamento, ma non esattamente un "crollo".

Disoccupazione russa secondo Rosstat: 2,2% a gennaio 2026. Il minimo storico assoluto. In Italia siamo al 5,7%. In Francia all'8%. Se questo è un "drammatico peggioramento", che cosa chiameremmo la situazione del mercato del lavoro italiano?

Salari russi secondo Rosstat: 97.645 rubli al mese a marzo 2025, con una crescita dei salari reali del 4,6% annuo. I redditi reali russi sono cresciuti a tassi mai visti da oltre un decennio. Il centro studi Levada certifica che la percentuale di russi con una visione positiva delle proprie finanze ha superato quella con una visione negativa.

Questi sono i dati. Possiamo non amarli, possiamo criticare Putin quanto vogliamo, ma i numeri sono quelli. Ignorarli non aiuta a capire la realtà.

LA SPESA PUBBLICA IN GUERRA: IL MOTORE CHE SETACCIOLI NON VEDE

Il punto che l'articolo manca completamente è questo: la Russia sta finanziando la guerra con spesa pubblica in deficit, e questa spesa sta gonfiando l'economia esattamente come la teoria economica prevede.

La spesa militare russa è passata dal 4% del PIL nel 2021 a oltre il 6% nel 2024, con un aumento previsto del 10% nel 2025. Questa spesa crea domanda, posti di lavoro, finanzia l'industria manifatturiera cresciuta dell'8% nel 2024. Non è magia: è keynesismo applicato alla guerra, lo stesso meccanismo che ha fatto uscire gli Stati Uniti dalla Grande Depressione durante la Seconda Guerra Mondiale.

Uno Stato che emette la propria moneta, come la Russia con il rublo, non può esaurire le risorse finanziarie per la guerra. Il vincolo non è monetario ma reale: manodopera, materie prime, capacità produttiva. E qui, paradossalmente, l'articolo di Setaccioli centra qualcosa di vero, ma senza capirne le implicazioni economiche. L'inflazione oltre il 9% e i tassi al 21% sono il segnale che l'economia russa sta girando a pieno regime, non che stia crollando.

LA DEMOGRAFIA: DOVE SETACCIOLI HA RAGIONE E DOVE ESAGERA

Il "buco demografico" degli anni Novanta è reale. Le perdite al fronte certificate da CSIS e Mediazona, 35.000 al mese tra morti e feriti gravi non recuperabili, sono cifre impressionanti. Ma Setaccioli dimentica alcune cose.

Prima: il "serbatoio reale" che l'articolo stesso calcola è di 6,8 milioni di uomini nelle fasce 20,55 anni. Alle perdite attuali ci vorrebbero oltre 16 anni per esaurirlo, senza contare nuovi volontari, meccanizzazione del conflitto, droni.

Seconda: i bonus d'ingresso per i volontari, fino a 5 milioni di rubli in alcune regioni, continuano ad attrarre soprattutto uomini delle province povere. La disoccupazione al 2,2% riduce l'attrattiva economica dell'arruolamento, ma le disparità territoriali compensano.

Terza: anche l'Ucraina ha i suoi problemi demografici. Kiev recluta con crescente difficoltà, ha abbassato l'età di arruolamento, ha vietato l'espatrio agli uomini in età militare. La "gara demografica" non è vinta a priori da nessuno.

IL PROBLEMA VERO

Il vero problema economico russo non è il collasso, ma la distorsione. Un'economia che mette il 6% del PIL in spesa militare sottrae risorse alla crescita civile di lungo periodo: meno investimenti in istruzione, meno innovazione, meno transizione tecnologica. I giovani sotto i 35 anni vengono risucchiati nell'industria bellica invece che nell'economia digitale.

Questo è il vero vicolo cieco: non il collasso militare a breve termine, ma l'impoverimento qualitativo dell'economia su dieci, quindici, vent'anni. Un paese che produce missili invece di software esce dalla guerra più povero in termini di capacità produttiva, anche se i numeri del PIL sembrano buoni nel breve periodo.

Ma questo è un argomento complesso, che non si presta a titoli semplici sul "vicolo cieco". E capisco che L'Europeista abbia i suoi lettori da accontentare.

Olindo Cervi, che non scrive su L'Europeista ma almeno scarica i dataset di Rosstat prima di parlare di "drammatico peggioramento economico"

Fonti: Rosstat, Banca Mondiale, Bank of Finland Institute for Economies in Transition, Trading Economics, CSIS, Mediazona

LA GUERRA DEI DAZI USA,CINA: CHI HA PAGATO IL CONTO? (SPOILER: GLI AMERICANI)

Quello che gli economisti hanno scoperto e Trump non ha mai detto ai suoi elettori

Nel 2018 Donald Trump ha dichiarato guerra commerciale alla Cina. Dazi su dazi, minacce su minacce, tweet su tweet. L'obiettivo dichiarato era semplice: proteggere i lavoratori americani, far pagare alla Cina il costo della sua "slealtà commerciale", riportare le fabbriche in America.

Quattro anni dopo, un gruppo di economisti del National Bureau of Economic Research, il più autorevole istituto di ricerca economica americano, ha pubblicato uno studio che risponde alla domanda che tutti avrebbero dovuto fare prima: chi ha pagato davvero il conto?

La risposta è scomoda. E vale la pena leggerla con calma.

CHE COSA SONO I DAZI, IN PAROLE SEMPLICI

Un dazio è una tassa che si paga quando si importa qualcosa dall'estero. Se importi scarpe dalla Cina e c'è un dazio del 25%, paghi il prezzo delle scarpe più il 25% allo Stato americano.

La domanda chiave è: chi assorbe questo costo aggiuntivo? Ci sono due possibilità. O il produttore cinese abbassa il prezzo delle sue scarpe per compensare il dazio e restare competitivo, e in quel caso è la Cina a pagare. Oppure il prezzo rimane invariato e il dazio si scarica sull'importatore americano, e in quel caso sono gli americani a pagare.

Trump sosteneva la prima versione. La Cina avrebbe pagato. Gli americani avrebbero guadagnato.

COSA DICONO I DATI

Lo studio di Fajgelbaum e Khandelwal (NBER Working Paper n. 29315, 2021) ha analizzato i dati reali. Cosa è successo davvero ai prezzi dopo l'introduzione dei dazi?

Il risultato è netto: i prezzi cinesi non sono scesi. I produttori cinesi non hanno abbassato i loro prezzi per compensare i dazi americani. Di conseguenza, il costo dei dazi si è scaricato integralmente sugli importatori americani, cioè sulle aziende e sui consumatori degli Stati Uniti.

In gergo tecnico si chiama "pass-through completo". Significa che ogni centesimo di dazio è diventato un centesimo in più pagato dagli americani. Non dalla Cina.

Con dazi medi del 22%, gli importatori americani hanno subito una perdita complessiva pari allo 0,58% del PIL americano. Sono circa 130 miliardi di dollari all'anno trasferiti dalle tasche degli americani alle casse del governo americano, non dalla Cina all'America, come Trump prometteva.

MA ALLORA I DAZI NON SERVONO A NIENTE?

Non esattamente. I dazi hanno prodotto del gettito fiscale per il governo americano. E hanno protetto alcune industrie americane dalla concorrenza cinese: la siderurgia, per esempio, ha beneficiato dei dazi sull'acciaio.

Ma qui arriva il secondo colpo di scena.

Lo studio di Flaaen e Pierce (2019) ha analizzato l'occupazione manifatturiera americana dopo i dazi. Risultato: sì, alcune aziende protette dalla concorrenza cinese hanno assunto qualche lavoratore in più. Ma molte altre aziende americane, quelle che usano componenti e materie prime importate dalla Cina, hanno visto aumentare i loro costi di produzione. E hanno licenziato.

Il saldo finale? L'occupazione manifatturiera americana non è aumentata. I posti di lavoro creati dalla protezione tariffaria sono stati più che annullati dai posti di lavoro persi a causa dei maggiori costi degli input.

Trump aveva promesso di riportare le fabbriche in America. Le fabbriche non sono tornate.

LA RAPPRESAGLIA CINESE E CHI HA PAGATO

La Cina non è rimasta a guardare. Ha risposto con dazi sulle esportazioni americane: circa 100 miliardi di dollari di prodotti americani colpiti, con tariffe medie salite al 20,8%.

E qui c'è un dettaglio politicamente esplosivo, documentato dallo studio di Blanchard e colleghi: la Cina ha scelto con cura cosa colpire. Il 27% dei dazi cinesi ha riguardato prodotti agricoli americani, soia, mais, carne di maiale. Prodotti tipici degli Stati rurali del Midwest e delle Pianure, storicamente repubblicani, storicamente elettori di Trump.

Le contee americane più esposte ai dazi di ritorsione cinesi hanno registrato un calo dell'occupazione dello 0,75 punti percentuali rispetto alle contee meno esposte. E alle elezioni congressuali del 2018, nelle stesse contee, il sostegno ai candidati repubblicani è diminuito.

La Cina, in altre parole, ha risposto colpendo esattamente gli elettori di Trump. E ci ha azzeccato.

QUANTO HA PERSO CIASCUNO

Gli economisti hanno calcolato la perdita complessiva di benessere, cioè quanto è diminuito il reddito reale di ciascun paese a causa della guerra commerciale.

Per gli Stati Uniti: tra lo 0,04% e lo 0,17% del PIL, a seconda dei modelli utilizzati. Non una cifra enorme in termini assoluti, ma significativa se si considera che era evitabile.

Per la Cina: circa lo 0,29% del PIL. La Cina ha pagato un po' di più in termini relativi.

Ma c'è un dato che i modelli economici tradizionali faticano a spiegare: i mercati azionari americani hanno reagito agli annunci dei dazi con cali cumulativi del 12,9% nelle finestre di tre giorni intorno agli eventi chiave. Un crollo molto più grande di quello che i modelli prevedevano. Il che suggerisce che gli investitori, quelli che mettono i soldi veri, si aspettavano conseguenze molto peggiori di quelle poi misurate dagli economisti con i modelli statici. Questa discrepanza non è ancora stata spiegata in modo soddisfacente.

LA LEZIONE CHE VALE ANCHE OGGI

La guerra dei dazi USA,Cina è stata presentata come una battaglia per i lavoratori americani contro l'ingiustizia cinese. I dati raccontano una storia diversa: una tassa nascosta pagata dai consumatori americani, nessun guadagno netto di occupazione, e una rappresaglia cinese mirata a colpire proprio gli elettori che avevano creduto alle promesse.

Questo non significa che il commercio internazionale sia sempre giusto o che non esistano pratiche scorrette da parte della Cina. Significa che i dazi, così come sono stati usati, non erano lo strumento giusto per affrontarle. Erano uno strumento semplice da spiegare in un tweet e difficile da difendere con i dati.

Vale la pena ricordarlo oggi, nel 2025,2026, mentre il dibattito sui dazi torna di moda in mezzo mondo.

Olindo Cervi, che non ha la Bocconi ma legge i working paper del NBER

Fonte: Fajgelbaum P.D., Khandelwal A.K. (2021). "The Economic Impacts of the US,China Trade War". NBER Working Paper No. 29315.

martedì 19 maggio 2026

il Professor Monacelli, la Cina e la Bocconi

PROFESSOR MONACELLI, LA CINA HA LETTO IL SUO TWEET E NON SI È MESSA A RIDERE

Ovvero: quando il più grande importatore di petrolio al mondo decide che il prezzo della benzina lo decide lui, e non "il mercato"

Il Professor Tommaso Monacelli della Bocconi, che a quanto pare viene pagato per spiegarci l'economia, ha formulato la sua Regola Numero 1. Una regola assoluta. Inderogabile. Scritta col maiuscolo, come si conviene alle tavole della legge:

"A rincari energetici NON si reagisce con sussidi."

"Non si soffia su domanda quando il prezzo elevato è sintomo di eccesso di domanda."

"È come spegnere il fuoco con la carta."

Bellissimo. Folgorante. Peccato che qualcuno si sia dimenticato di spiegarlo alla Cina.

IL CASO CHE IL PROFESSOR MONACELLI PREFERISCE IGNORARE

La Cina è il più grande importatore di petrolio al mondo. Non il secondo. Non il terzo. Il primo, con oltre 500 milioni di tonnellate di greggio importate l'anno. Quando il prezzo del petrolio sale sui mercati internazionali, la Cina dovrebbe, secondo la Regola Numero 1 del Professore, lasciare che il prezzo della benzina alla pompa salga, scoraggiare la domanda, e far funzionare la magia del mercato.

Invece la Cina ha fatto una cosa diversa. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma — l'ente statale cinese che pianifica i prezzi — ha semplicemente fissato un tetto al prezzo dei carburanti alla pompa. Punto. Il governo decide quanto costa la benzina. Gli automobilisti cinesi pagano quello che il governo stabilisce. Il mercato, in questo caso, può aspettare.

Come chiamerebbe il Professor Monacelli questa politica? Probabilmente: "Errore madornale. Eccesso di domanda garantito. Fuoco spento con la carta."

Come chiamerebbe invece il risultato? Perché quello è il punto: la Cina continua a crescere, le sue imprese continuano a produrre, i suoi lavoratori continuano ad andare al lavoro, e nessuno è stato costretto a scegliere tra fare benzina e comprare da mangiare.

LA REGOLA CHE IL PROFESSORE NON CONOSCE: CHI EMETTE LA MONETA DETERMINA I PREZZI

Il punto che la Regola Numero 1 ignora completamente è questo: il monopolista della moneta lo Stato, la banca centrale, il governo con i coglioni, ha sempre la capacità di determinare i prezzi se lo desidera. Non è fantascienza. Non è economia eterodossa. È quello che fanno gli Stati ogni volta che decidono che il mercato sta producendo un risultato socialmente inaccettabile.

Quando il governo cinese dice "la benzina costa X yuan al litro", la benzina costa X yuan al litro. Fine. Il mercato del petrolio internazionale può fare quello che vuole: Pechino decide cosa pagano i suoi cittadini. Questo è il potere dello Stato come monopolista della propria valuta e come fissatore dei prezzi amministrati.

Il problema dell'inflazione energetica del 2021-2023 in Europa non era che i governi avevano sussidiato troppo esattamente come suggerisce Monacelli di NON fare. Il problema era che l'Europa aveva deciso di non fissare un tetto al prezzo del gas e dell'energia, lasciando che il mercato — già distorto, già speculativo, già dominato da pochi grandi operatori — si regolasse da solo.
Risultato: bollette triplicate, inflazione alle stelle, famiglie in difficoltà.

L'ECCESSO DI DOMANDA CHE NON C'ERA

Ma torniamo alla diagnosi del Professore. L'inflazione energetica è sintomo di eccesso di domanda.
Se sussidio la domanda, la domanda aumenta, i prezzi salgono ancora.

Peccato che nel 2021-2023 non ci fosse nessun eccesso di domanda di petrolio. C'era una riduzione dell'offerta: la guerra in Ucraina aveva tagliato le forniture di gas russo, i paesi OPEC avevano ridotto la produzione, le catene di approvvigionamento erano ancora distorte dalla pandemia. Era inflazione da offerta, non da domanda. Lo dicevamo qui su questo blog già allora. Lo dicono oggi anche i ricercatori mainstream che si sono degnati di guardare i dati.

Somministrare la cura da "eccesso di domanda" a una crisi da "carenza di offerta" è come prescrivere diuretici a qualcuno che è disidratato.
Non cura niente.
Peggiora la situazione.

Eppure il Professore una domanda non se la fa mai: ma questa crisi è davvero da eccesso di domanda? 
Dà per scontato che lo sia fissa la diagnosi prima di visitare il paziente.
Poi prescrive la terapia e si stupisce se il paziente peggiora.

LA DOMANDA FINALE, PROFESSOR MONACELLI

Le pongo qualche domanda semplice, da uomo senza titoli della Bocconi.

Se il rincaro energetico è causato da speculazione finanziaria sui mercati a termine,che gonfia il prezzo della benzina ben al di là del costo reale di estrazione e raffinazione, alzare i tassi e tagliare i sussidi riduce la speculazione o la incentiva?

Se il rincaro energetico è causato da un monopolio di fatto delle compagnie petrolifere che incassano profitti record mentre le famiglie stringono la cinghia, tassare quei profitti è "soffiare sul fuoco" o è redistribuire?

Se lo Stato cinese può fissare il prezzo della benzina e la Cina continua a funzionare, perché lo Stato italiano non potrebbe fare lo stesso, almeno temporaneamente, per proteggere famiglie e imprese da uno shock esogeno?

Queste domande non hanno risposta nella Regola Numero 1, perché la Regola Numero 1 non è stata scritta per rispondere alle domande difficili ma è stata scritta per avere sempre una risposta semplice da twittare.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma sa che il più grande importatore di petrolio al mondo ha deciso che il prezzo della benzina lo decide lo Stato, non il mercato.

lunedì 18 maggio 2026

450 MILIARDI SPESI E NON SI VEDE NIENTE. SARÀ MICA CHE LI ABBIAMO RESTITUITI?

Ovvero: come confondere la spesa pubblica lorda con la spesa pubblica netta, e farne un video da 1.714 like.

Il Professor Michele Boldrin, economista, fondatore del partito ORA! e instancabile fustigatore dello spreco pubblico, ha diffuso un video in cui ci spiega con tono da chi ha appena smascherato una truffa colossale che l'Italia ha speso 450 miliardi di euro e non si vede nessuna differenza. Quindi la spesa pubblica non serve a niente. Quindi lo Stato è uno spreco. Quindi tagliamo tutto.

Potete vedere il Professore in azione qui: 450 MILIARDI di euro e non è cambiato nulla!

1.714 like. Bene.

Peccato che il ragionamento abbia un piccolo problema. Un problemino tecnico. Una cosuccia da niente che si chiama avanzo primario.

IL TRUCCO CHE IL PROFESSORE NON CONOSCE

Quando lo Stato italiano spende 450 miliardi, non li butta tutti nell'economia come se piovesse. Se raccoglie più di quanto spende, al netto degli interessi sul debito, si dice che lo Stato fa avanzo primario. L'Italia fa avanzo primario da trent'anni. Trent'anni di fila. Siamo stati campioni europei e mondiali di austerità fiscale.

Tradotto in italiano semplice: lo Stato prende 100 dai cittadini con le tasse e ne ridà 95 sotto forma di servizi, stipendi, pensioni, investimenti. I 5 che avanzano li usa per pagare gli interessi ai creditori del debito pubblico — banche, fondi, investitori istituzionali.

Quindi la domanda giusta non è "abbiamo speso 450 miliardi e non si vede niente?". La domanda giusta è: quanti soldi ha tolto lo Stato dall'economia mentre li spendeva?

Se togli 460 miliardi di tasse e ne rimetti 450, il saldo netto per l'economia privata è meno 10 miliardi. Hai tolto più di quanto hai dato. L'economia si contrae. E poi ti chiedi perché non si vede la differenza.

È come svuotare il mare con un secchio e riempirlo con mezzo secchio, e poi stupirsi che il livello dell'acqua scenda.

I NUMERI CHE IL PROFESSORE NON CITA

Dal 1992 al 2022 l'Italia ha accumulato avanzi primari per oltre 900 miliardi di euro. Novecentomiliardi. Tolti dall'economia, sottratti alla domanda aggregata, drenati dal settore privato per essere trasferiti ai creditori del debito pubblico.

In quello stesso periodo, il PIL italiano in termini reali è cresciuto meno di qualsiasi altro paese dell'eurozona. La produttività è rimasta ferma. I salari reali sono diminuiti — unico paese nell'OCSE con i salari reali più bassi nel 2022 rispetto al 1990. La disoccupazione giovanile ha toccato il 40% durante la crisi del 2012-2014.

Coincidenza? No. Conseguenza diretta di trent'anni di politica fiscale restrittiva spacciata per "responsabilità".

LA CONTABILITÀ NAZIONALE CHE SMONTA TUTTO

C'è una identità contabile. Non è un'opinione ma un'identità matematica che si chiama equazione dei saldi settoriali, elaborata dall'economista Wynne Godley negli anni Settanta.

Dice così: Saldo settore privato + Saldo settore pubblico + Saldo estero = 0.

In parole povere: se lo Stato è in surplus, cioè incassa più di quanto spende, il settore privato deve essere in deficit. Sono i due lati della stessa medaglia. Ogni euro di avanzo primario dello Stato è un euro in meno nelle tasche delle famiglie e delle imprese italiane. Non è ideologia, ma è matematica. È la stessa logica con cui funziona un bilancio familiare.

QUEI 450 MILIARDI DOVE SONO ANDATI?

Buona parte è andata in servizi reali. Sanità, istruzione, pensioni, forze dell'ordine, infrastrutture nella spesa che si vede: gli ospedali ci sono, le scuole ci sono, le strade ci sono. Fanno schifo ma ci sono.

Ma una parte significativa di quella spesa è stata finanziata togliendo i soldi dai contribuenti con una pressione fiscale tra le più alte d'Europa mentre un'altra parte, circa 70-100 miliardi l'anno di soli interessi sul debito, è uscita dall'economia italiana per finire nelle tasche dei creditori finanziari (banche, assicurazioni, fondi d'investimento e oligarchi italiani).

Quindi il Professore dovrebbe riformulare la domanda così: "L'Italia ha speso 450 miliardi, ma ne ha anche tolti 460 di tasse, e ne ha regalati 75 di interessi alle banche. Avete visto qualche differenza?" La risposta sarebbe: sì, certo in peggio.

LA DOMANDA CHE NESSUNO FA MAI

Cosa sarebbe successo se l'Italia, invece di fare avanzo primario per trent'anni, avesse fatto deficit primario investendo la differenza in istruzione, ricerca, infrastrutture, transizione energetica?

Guardate la Corea del Sud nel 1960: paese distrutto dalla guerra, PIL pro capite da fame, nessuna industria. Lo Stato ha investito massicciamente, ha guidato lo sviluppo industriale, ha finanziato l'istruzione pubblica universale. Oggi la Corea del Sud ha un PIL pro capite superiore all'Italia.

Guardate gli Stati Uniti negli anni Cinquanta e Sessanta: deficit federali, investimenti pubblici massicci in autostrade, università, ricerca militare che ha generato internet, GPS, i microprocessori. La più grande crescita economica della storia americana.

In Italia invece abbiamo fatto avanzo primario, tagliato la spesa, privatizzato, liberalizzato e il Professore si chiede perché non si vede la differenza.

La differenza si vede, caro Professore. Si vede nei giovani che emigrano, nei salari fermi da trent'anni, nelle università sottofinanziate, nelle infrastrutture che crollano e si vede nella sanità pubblica allo sfascio.

Quella è la differenza. 

Ed è esattamente quella che ci si doveva aspettare da trent'anni di politica fiscale restrittiva applicata con disciplina encomiabile e risultati eccellenti per un disegno economico assolutamente criminale.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma sa distinguere la spesa lorda dalla spesa netta

domenica 17 maggio 2026

IL SIGNOR ERNESTO E LA SCOPERTA DELL'ACQUA CALDA: LA SPESA PUBBLICA FA BENE SE È PRODUTTIVA

 Ovvero: il nostro signor Ernesto economista da tastiera reinventa Keynes senza saperlo, e poi lo insulta

Veniamo al dunque. 

Un altro sapientone si affaccia su X.com con grafici, acronimi in maiuscolo e la certezza di chi ha appena scoperto la penicillina. 

Riassumendo e togliendo i grafici il nostro amico afferma :

Perchè é importante il rapporto Produttività Totale dei Fattori su Spesa Pubblica(curva rossa asse sx)?

La TFP misura quanto efficientemente si usano lavoro e capitale.


La spesa pubblica incide su questa efficienza perché:

Incrementa il capitale pubblico: infrastrutture e beni pubblici complementari a quelli privati (es. una buona rete stradale fa aumentare la produttività delle imprese).

MIGLIORA IL CAPITALE UMANO(NOI): più istruzione e ricerca → lavoratori e imprese più innovativi.

Cosa succede in Italia?

La composizione della spesa è sbilanciata: troppa spesa corrente, assorbita dalla pubblica amministrazione specialmente, e poca spesa in investimenti produttivi e R&S.

Questo concetto é malcompreso(o volutamente ignorato).

L' economia neomelodica vuole un'impresa al servizio dello stato quando la mission é esattamente contraria.

Lo Stato deve essere, tramite i suoi SERVITORI, al SERVIZIO dell'impresa privata che ne sopporta il costo ricevendo di ritorno ausilio fondamentale per ammortizzarlo.

Chi dovrebbe spiegarvi quanto sopra, chi vi forma ad esempio, sovente é parte del problema.

Fa politica e manca ai suoi doveri grazie a privilegi anacronistici (non é sul mercato, non subisce concorrenza, é impermeabile al ciclo economico).

Prima o poi questo argomento andrà affrontato seriamente.

Leggere sciocchezze come questa (é un mio parere ovviamente) non é più tollerabile.

La politica nelle Università non é più tollerabile.

L'istruzione pubblica é un servizio fondamentale e la politica la sta distruggendo.

Vediamo di rispondere al nostr amico Signor Ernesto.

Stavolta il tema è la TFP (Total Factor Productivity) e il suo rapporto con la spesa pubblica. 

Argomento serio, trattato nel modo più confuso possibile.

Andiamo per punti, con la pazienza che la cosa merita.

LA GRANDE SCOPERTA: LA SPESA PUBBLICA PRODUTTIVA FA BENE

Il nostro amico ci spiega, con toni da rivelazione apocalittica, che la spesa pubblica in infrastrutture e istruzione aumenta la produttività. 

Le strade buone fanno bene alle imprese. 

L'istruzione produce lavoratori più capaci. 

La ricerca genera innovazione.

Benissimo. Vero al 100%.

Peccato che questa cosa la sapesse già Keynes nel 1936 e la sapeva Abba Lerner negli anni Quaranta e la sa chiunque abbia mai aperto un manuale di economia pubblica.

Persino la Banca Mondiale, che non è esattamente un covo di comunisti, pubblica da decenni studi che dimostrano come gli investimenti pubblici in infrastrutture abbiano moltiplicatori superiori a 1,5 — cioè ogni euro speso genera più di un euro di PIL.

Quindi la "scoperta" del nostro amico è che bisogna spendere bene i soldi pubblici invece di spenderli male.

Grazie. 

Illuminante. 

Riformuliamo: dobbiamo fare le cose buone invece delle cose cattive. 

Questo è il contributo alla teoria economica.

IL PARAGRAFO CAPOLAVORO: LO STATO AL SERVIZIO DELL'IMPRESA

Poi arriva il momento clou. Cito testualmente, perché nessuna parafrasi renderebbe giustizia alla cosa:

"Lo Stato deve essere, tramite i suoi SERVITORI, al SERVIZIO dell'impresa privata che ne sopporta il costo ricevendo di ritorno ausilio fondamentale per ammortizzarlo."

Fermiamoci qui un momento.

Lo Stato che emette la moneta, che definisce i diritti di proprietà, che garantisce i contratti,  che forma i lavoratori, che costruisce le strade su cui girano i camion delle imprese private  sarebbe un SERVITORE dell'impresa privata.

L'impresa privata "sopporta il costo" dello Stato.

Pagando le tasse, si intende.

Noi ragionieri (non economisti) ci facciamo sempre qualche domanda e ci chiediamo da dove vengono i soldi con cui le imprese pagano le tasse. 

Dai ricavi. 

E i ricavi da dove vengono? 

Dai clienti. 

I clienti con che cosa pagano? 

Con i loro redditi.

I redditi da dove vengono?

Dal lavoro. 

La forza lavoro da chi è formata? 

Dallo Stato, con l'istruzione pubblica che il nostro amico stesso ha appena elogiato.

Quindi il settore privato nel suo complesso non può pagare più tasse di quanti soldi lo Stato ha immesso nell'economia attraverso la spesa pubblica e il deficit. 

È una identità contabile, non un'opinione. 

Se lo Stato spende 100 e raccoglie 90 di tasse, il settore privato nel suo complesso ha guadagnato 10. Se lo Stato spende 100 e raccoglie 110, il settore privato nel suo complesso ha perso 10. 

È aritmetica delle partite doppie e non è ideologia.

LA CONTRADDIZIONE GLORIOSA

Il capolavoro del tweet sta nella contraddizione interna che il suo autore non sembra notare.

Da un lato: la spesa pubblica in istruzione, infrastrutture e ricerca è fondamentale per la produttività. Bisogna farla perchè è essenziale.

Dall'altro: lo Stato è un servitore dell'impresa privata, i dipendenti pubblici sono "servitori" con "privilegi anacronistici", la politica nelle università "non è più tollerabile", l'istruzione pubblica va difesa ma chi la gestisce va criticato.

Quindi: vogliamo più investimenti pubblici in istruzione e ricerca, ma chi lavora nelle università ha privilegi anacronistici e fa politica invece di lavorare. 

Vogliamo più capitale pubblico, ma lo Stato è un servitore dell'impresa. 

Vogliamo spesa produttiva, ma la spesa corrente, quella che paga gli stipendi dei ricercatori, dei professori, degli ingegneri e delle infrastrutture è il problema.

Come si fa a investire in istruzione senza pagare gli insegnanti? Come si costruisce un'infrastruttura senza pagare i tecnici pubblici che la progettano e la sorvegliano? Come si fa ricerca senza finanziare i ricercatori?

Mistero.

COSA DICE LA MMT

La MMT è d'accordo che la composizione della spesa pubblica conta. 

Anzi, è uno dei suoi punti centrali: lo Stato non dovrebbe preoccuparsi del deficit in astratto, ma di cosa compra con quel deficit. 

La spesa in istruzione, ricerca e infrastrutture crea capacità produttiva reale, riduce i colli di bottiglia, aumenta la produttività di lungo periodo. 

La spesa in sussidi a settori improduttivi, spesa assistenziale senza accompagnamento al lavoro, spesa militare fine a sé stessa portano molto meno utile.

Fin qui siamo d'accordo con il nostro amico. 

Ma la MMT aggiunge qualcosa di fondamentale che la sua analisi ignora completamente: uno Stato che emette la propria moneta non è vincolato finanziariamente. 

Non ha bisogno di "trovare i soldi" prima di spendere. Il vincolo è reale e basato su risorse, lavoro, capacità produttiva e non finanziario.

Questo significa che il problema dell'Italia non è che "non ci sono soldi per investire". 

I soldi li crea la Banca Centrale Europea su richiesta. 

Il problema è politico: la scelta di non investire, di tagliare la spesa produttiva per rispettare parametri europei pensati in funzione di interessi finanziari, non dell'economia reale.

Il nostro amico ha identificato il sintomo (spesa pubblica mal composta) ma ha sbagliato completamente la diagnosi: non è colpa dei professori universitari di sinistra. È colpa di trent'anni di austerità che hanno tagliato proprio quella spesa produttiva che lui ora giustamente rimpiange.

LA CONCLUSIONE

Ricapitolando: il nostro amico ha scoperto che bisogna spendere bene i soldi pubblici. Giusto. Ha scoperto che le infrastrutture e l'istruzione aumentano la produttività. Giusto. Ha scoperto che in Italia si spende male. Giusto.

Poi ha concluso che lo Stato deve essere un servitore dell'impresa privata, che i professori universitari sono il problema, e che chi non è "sul mercato" non ha diritto di parlare di economia.

Il problema è che questa conclusione contraddice le premesse. 

Per avere buone infrastrutture, buona istruzione e buona ricerca serve uno Stato forte, ben finanziato, con dipendenti pubblici competenti e ben pagati — non servitori in livrea che chiedono il permesso all'impresa privata prima di aprire una scuola.

Ma questa cosa, evidentemente, non è ancora tollerabile.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma almeno non si contraddice nello stesso tweet

sabato 16 maggio 2026

ANDREA GIURICIN E IL PIL RUSSO: QUANDO IL PROFESSORONE NON SA DISTINGUERE IL NOMINALE DAL PPP

Ovvero: come confondere la mappa con il territorio in meno di 280 caratteri.

Dunque. Andrea Giuricin — quello che ci ha spiegato che privatizzare Telecom era una grande idea, che le liberalizzazioni portano efficienza, che il mercato sa sempre dove andare — ha scritto un tweet. Come ogni volta che scrive un tweet, ha confezionato in poche righe una quantità notevole di sciocchezze per centimetro quadrato.

Il professor Giuricin ci informa che la Russia «ha un'economia piccola ormai quanto la Spagna». E quindi, si intuisce, non è un avversario serio. E quindi, si intuisce ancora, qualcosa non torna nel fatto che questa economia "piccola" stia bombardando l'Ucraina da oltre quattro anni senza fermarsi, senza esaurire missili, senza collassare economicamente come ci avevano promesso.

Peccato che il confronto sia sbagliato. Sbagliato nel metodo, sbagliato nei numeri, sbagliato nelle conclusioni.

IL PROBLEMA SI CHIAMA PIL PPP, PROFESSORE

Giuricin confronta l'economia russa con quella spagnola usando il PIL nominale in dollari. È una scelta interessante. Interessante nel senso di: sbagliata.

Il PIL nominale in dollari misura quanti dollari valgono i beni e servizi prodotti da un paese, convertiti al tasso di cambio corrente. Se il rublo si svaluta del 30%, il PIL russo crolla del 30% in dollari — anche se la Russia produce esattamente le stesse cose di prima. Ha senso usare questo indicatore per capire la capacità produttiva reale di un paese? No. Non ha senso.

La misura corretta per confrontare le economie reali — quella che usano il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, la CIA — è il PIL a parità di potere d'acquisto, PPP. In PPP, l'economia russa è la quinta del mondo, davanti alla Germania, davanti al Giappone, davanti al Regno Unito. Non è piccola quanto la Spagna. È circa tre volte più grande della Spagna.

Ma forse Giuricin ha un vecchio libro di testo sul comodino.

COME FA LA RUSSIA A CONTINUARE, SE È COSÌ POVERA?

Questa è la domanda che il tweet di Giuricin implica senza mai farsi. Come fa un'economia "piccola quanto la Spagna" a sostenere una guerra di logoramento da quattro anni, a produrre missili a ritmo industriale, a pagare centinaia di migliaia di soldati?

La risposta è che il vincolo non è finanziario — è reale: manodopera, materie prime, capacità industriale. E la Russia, piaccia o meno, ha tutte e tre. Ha il petrolio. Ha il gas. Ha il grano. Ha le acciaierie. Ha i sistemi missilistici. Ha un territorio enorme e una popolazione di centoquarantacinque milioni di persone.

La Russia non compra i suoi missili su Amazon pagando in dollari. La Russia emette rubli, paga i suoi lavoratori in rubli, produce internamente quello che le serve per fare la guerra. Quello che manca — le tecnologie avanzate, i semiconduttori — lo importa dalla Cina e dall'India, aggirandosi attorno alle sanzioni occidentali che avrebbero dovuto "strangolarne l'economia" e invece l'hanno fatta crescere del 4% annuo per due anni di fila.

Sono queste le cose che Giuricin non spiega. Probabilmente perché non le sa.

IL DOPPIONE DELLA CONFUSIONE

C'è poi un secondo livello di errore nel tweet, e merita di essere sviscerato.

Giuricin mescola due cose completamente diverse: un giudizio morale sacrosanto — la Russia bombarda civili, e questo è un crimine di guerra — e un argomento economico sbagliato. Come se la debolezza economica dell'avversario fosse necessaria per giustificare il diritto dell'Ucraina a difendersi. Come se, se la Russia fosse "forte", allora l'Ucraina dovrebbe arrendersi.

Questo ragionamento non sta in piedi. Il Vietnam aveva un PIL in dollari ridicolo. Ha tenuto testa agli Stati Uniti per vent'anni. L'Afghanistan ha tenuto testa prima all'URSS poi alla NATO per decenni. La capacità di combattere non dipende dal PIL nominale in dollari. Dipende dalla mobilitazione reale delle risorse, dalla volontà politica, dalla struttura produttiva, dalla geografia.

Giuricin confonde la mappa con il territorio. Scambia un indicatore finanziario — che fluttua ogni volta che cambia il tasso di cambio — con la realtà materiale di un paese che produce, spara e resiste.

E L'UCRAINA?

Sul fatto che l'Ucraina debba difendersi, non ho mai avuto dubbi. Certo che deve difendersi. Lo dice il diritto internazionale. Lo dice il buon senso. Lo dice la dignità elementare di un popolo sotto le bombe.

Il punto — che sfugge a Giuricin come sfugge alla maggior parte dei commentatori italiani — è che sostenere l'Ucraina e capire correttamente l'economia russa non sono due cose in contraddizione. Anzi: capire correttamente l'economia russa è necessario per sostenere l'Ucraina in modo efficace, senza illudersi che le sanzioni stiano funzionando come promesso, senza raccontarsi che il crollo dell'avversario sia imminente, senza farsi sorprendere quando invece la guerra continua, i missili continuano a cadere e i civili continuano a morire.

L'errore di Giuricin non è etico. È tecnico. E gli errori tecnici, in materia di guerra e di economia, costano cari a chi quei civili vorrebbe davvero aiutare.

LA VERA DOMANDA

La vera domanda è: come mai uno come Giuricin — che sbaglia le previsioni sulle privatizzazioni, sbaglia i confronti economici, sbaglia la lettura del PIL — continua a essere citato come esperto?

La risposta è sempre la stessa: perché dice quello che i giornali vogliono sentirsi dire. Che il mercato funziona. Che le privatizzazioni sono buone. Che la Russia è debole. Che va tutto bene.

Chi dice cose scomode e complicate viene ignorato. Chi dice cose semplici e rassicuranti viene invitato in televisione.

Così funziona il circo dei professoroni con i titoli.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma almeno sa distinguere il PIL nominale dal PIL a parità di potere d'acquisto

IL BRITANNIA, DRAGHI E LA GRANDE SVENDITA: COME ABBIAMO REGALATO L'ITALIA ALLA FINANZA INTERNAZIONALE

Ovvero: come il 2 giugno 1992, mentre a Roma si festeggiava la Repubblica, sul panfilo della Regina d'Inghilterra si decideva di smontarla pezzo per pezzo.

Era il 2 giugno 1992. Festa della Repubblica. A Roma c'erano le parate, le bandiere, i discorsi ufficiali. Qualche centinaio di chilometri a nord, al largo di Civitavecchia, ormeggiato in acque internazionali come a voler sottolineare che certe conversazioni è meglio tenerle lontano da orecchie italiane, c'era il panfilo Britannia — il lussuoso yacht della Corona britannica. A bordo non c'erano principi né regine. C'erano banchieri della City di Londra, manager americani, finanzieri internazionali e, naturalmente, i nostri. Mario Draghi, direttore generale del Tesoro. Gabriele Cagliari, presidente dell'ENI. I presidenti di INA, AGIP, SNAM, Alenia, Banco Ambrosiano. L'ex ministro Beniamino Andreatta.

L'occasione? Una conferenza organizzata dai "British Invisibles" — il gruppo di interessi finanziari della City londinese — per discutere delle opportunità offerte dal patrimonio industriale pubblico italiano. In parole povere: fare shopping nel saldo dell'Italia.

Draghi aprì il suo discorso così: «Desidero anzitutto congratularmi con l'Ambasciata Britannica e gli Invisibili Britannici per la loro superba ospitalità. Tenere questo incontro su questa nave è di per sé un esempio di privatizzazione di un fantastico bene pubblico». Una battuta. Molto divertente. Meno per gli italiani che nei decenni successivi avrebbero pagato le conseguenze.

L'IRI: LA SETTIMA AZIENDA DEL MONDO. SVENDUTA PER UN'ELEMOSINA.

Prima di parlare dei danni, bisogna capire cosa avevamo. L'IRI — Istituto per la Ricostruzione Industriale — era stata la settima maggiore società al mondo per fatturato, e per lungo tempo la più grande impresa del pianeta al di fuori degli Stati Uniti. Fondata nel 1933 per risanare il sistema bancario in crisi, aveva poi guidato il miracolo economico italiano del dopoguerra. Strade, autostrade, telefonia, siderurgia, aviazione, cantieri navali, elettronica, chimica: l'IRI era l'ossatura industriale dell'Italia.

Tra il 1993 e il 2002 venne smontata e venduta pezzo per pezzo. Il totale incassato dallo Stato fu di circa 198.000 miliardi di lire — pari all'8% del debito pubblico dell'epoca. Otto per cento. Avete capito bene. Svendemmo la settima azienda del mondo e ottenemmo in cambio una riduzione dell'8% del debito. Il debito pubblico oggi, invece di essere diminuito, è arrivato al 137% del PIL. Qualcuno dovrebbe spiegare la logica.

IL LIBRO DEI DISASTRI: TELECOM, AUTOSTRADE, BANCHE

Ma lasciamo perdere i numeri astratti e guardiamo cosa è successo nello specifico.

Telecom Italia: privatizzata nel 1997 dal governo Prodi per circa 60.000 miliardi di lire. Al momento della vendita era una delle prime compagnie telefoniche d'Europa, solida e redditizia. Oggi è un cadavere indebitato che fatica a sopravvivere, ha perso la rete che i contribuenti italiani avevano pagato per decenni, ed è finita sotto controllo straniero dopo un'odissea di scalate ostili, debiti montanti e svalutazioni continue. Bel risultato.

Autostrade per l'Italia: cedute nel 1999 per 6,5 miliardi di euro alla famiglia Benetton, con la consulenza di Goldman Sachs — la stessa Goldman Sachs dove Draghi sarebbe approdato come vicedirettore pochi anni dopo, una volta terminato il lavoro di smontaggio del patrimonio pubblico. I Benetton hanno incassato pedaggi per decenni, ridotto gli investimenti nella manutenzione, e il 14 agosto 2018 il viadotto Morandi di Genova è crollato, uccidendo 43 persone. Il rapporto tra privatizzazione selvaggia, estrazione di profitti e mancata manutenzione non è una dietrologia: è agli atti processuali.

Le banche: Comit, Credito Italiano, BNL, INA — il sistema bancario italiano che era stato costruito con la pazienza di decenni passò in mani private, poi straniere, poi fu concentrato in pochi grandi gruppi che oggi prestano i soldi alle imprese a tassi che strozzano la produzione e tengono i conti deposito dei risparmiatori vicini allo zero.

L'OBIETTIVO DICHIARATO: RIDURRE IL DEBITO. IL RISULTATO: IL DEBITO È TRIPLICATO.

Draghi stesso, sul Britannia, aveva detto una cosa sensata — una delle poche: «La privatizzazione è stata originariamente introdotta come un modo per ridurre il deficit di bilancio. Più tardi abbiamo compreso che la privatizzazione non può essere vista come sostituto del consolidamento fiscale».

Esatto. Non può essere vista come sostituto. Eppure è esattamente quello che è stata: la grande balla raccontata agli italiani per far digerire la svendita. «Privatizziamo per ridurre il debito». Il debito pubblico nel 1992 era al 105% del PIL. Oggi è al 137%. Nel mezzo abbiamo venduto tutto. Logica vorrebbe che qualcuno spiegasse dove sono finiti i soldi. Ma la logica, in questo Paese, è merce rara.

IL CONFLITTO DI INTERESSI CHE NESSUNO VUOLE NOMINARE

C'è un dettaglio biografico che i giornali italiani preferiscono non mettere in fila con troppa evidenza. Mario Draghi è stato direttore generale del Tesoro dal 1991 al 2001 — esattamente il periodo delle grandi privatizzazioni. Ha presieduto il Comitato per le Privatizzazioni dal 1993. Ha gestito la cessione di Telecom, Enel, Eni, Autostrade, banche. Poi, terminato questo lavoro, è stato assunto come vicedirettore di Goldman Sachs — la banca d'affari americana che aveva avuto un ruolo centrale come advisor e garante in molte di quelle stesse privatizzazioni. Nel 2003, Goldman Sachs prestò 2,8 miliardi di euro al gruppo Benetton per consolidare il controllo di Autostrade — privatizzata quattro anni prima con Draghi al Tesoro.

Chiamatela come volete. Io la chiamo una porta girevole di dimensioni industriali.

E IL DEBITO? SEMPRE LÌ, ANZI PEGGIO.

Non esiste un singolo esempio storico documentato in cui le privatizzazioni di massa abbiano portato a una riduzione significativa e duratura del debito pubblico. Non in Italia. Non in Argentina, dove fecero la stessa cosa con risultati catastrofici. Non in Gran Bretagna con la Thatcher, dove i servizi pubblici privatizzati sono diventati monopoli privati che estraggono rendite dalla popolazione senza competizione reale.

La retorica era: lo Stato è inefficiente, il privato è efficiente. La realtà è: alcuni enti pubblici erano inefficienti e andavano riformati; ma smontarli e venderli alla finanza internazionale a prezzi scontati, senza golden share efficaci, senza vincoli di reinvestimento, senza tutele per i lavoratori e per il territorio, non è una riforma. È una svendita. E i clienti del saldo erano già sul panfilo quel 2 giugno 1992, con il loro champagne e la loro orchestrina della Royal Navy.

LA DOMANDA FINALE

Nel 2024, Draghi ha presentato all'Unione Europea il suo rapporto sulla competitività europea. Ha scritto che l'Europa deve investire, reindustrializzarsi, costruire campioni industriali europei. Pagine e pagine di analisi lucide sul declino del sistema produttivo continentale.

Non ha scritto che parte di quel declino, in Italia, è figlia delle privatizzazioni degli anni '90. Non ha citato il Britannia. Non ha collegato i puntini.

I professoroni, si sa, non fanno mai autocritica. È una delle poche cose in cui sono davvero efficienti.

Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma almeno ricorda cosa avevamo e cosa ci hanno convinto a svendere