Piccole riflessioni sul nostro mondo
Blog di discussione su argomenti di economia e finanza
domenica 10 maggio 2026
la solita bugia delle privatizzazioni tanto care ai professoroni pieni di TITULI
venerdì 8 maggio 2026
Cronache dal manicomio europeo: come autodistruggersi comprando gas russo a caro prezzo
Se l'Unione Europea fosse una startup, il pitch per gli investitori sarebbe più o meno questo:
"Abbiamo volontariamente tagliato i ponti con il nostro fornitore di energia più economico, per poi ricomprare la stessa identica energia dal medesimo fornitore, ma liquefatta, trasportata via nave e pagata quattro volte tanto. Nel frattempo finanziamo una guerra che non possiamo vincere, facciamo chiudere le nostre industrie, e quando i nostri cittadini non riescono a pagare le bollette, spieghiamo loro che è moralmente edificante soffrire per la democrazia ucraina. Ah, e il nostro principale alleato militare ci ha appena tolto il saluto perché non l'abbiamo aiutato in un'altra guerra che sta perdendo. Siete Interessati?"
Partiamo dal capolavoro energetico. La Commissione von der Leyen, con la stessa lungimiranza di chi porta l'ombrello bucato sotto il diluvio, aveva solennemente promesso: "Entro il 2027 azzereremo il gas russo!". Applausi, medaglie, selfie commossi.
I dati del 2026, però, raccontano che le importazioni di GNL russo verso l'UE sono aumentate del 20,8% e la Spagna ha incrementato gli acquisti del 124%. Perché? Perché il gas via tubo – quello che costava poco e rendeva competitiva l'industria europea – è stato santamente demonizzato, ma il GNL russo – che è lo stesso gas, solo più caro e con l'impronta carbonica di una petroliera – va benissimo. È come giurare di non bere più vino e poi farsi spedire la stessa identica bottiglia da un corriere in bicicletta, pagandola il triplo.
Claudio Descalzi, AD di Eni, prova a riportare la discussione sul pianeta Terra: "Scusate, ma il divieto del 2027 non ce lo possiamo permettere". Meloni annuisce sperando in una tregua prima di quella data. Nel frattempo, l'Ungheria compra gas via Turkstream e fa spallucce. La Germania finge di non vedere. La Francia alza il sopracciglio e stappa un Bordeaux. È l'Europa, bellezza.
Il fronte ucraino: dimenticato come un calzino spaiato
Nel frattempo, in Ucraina si combatte ancora. Ma silenzio!!, non ditelo ai media, perché la guerra in Iran ha rubato la scena. Marzo è stato un mese di quasi totale immobilità: complici il fango e la cronica mancanza di munizioni, i soldati ucraini sono stati invitati a resistere con lo sguardo fiero e le preghiere. Peccato che i Patriot che gli europei avevano comprato dagli americani non arriveranno mai, perché gli USA hanno esaurito le scorte e hanno bisogno di 5-6 anni per rifarle. Tempo perfetto per una guerra in corso.
I russi avanzano, accerchiano, creano "calderoni".
Gli ucraini, eroicamente, vengono sacrificati in difese disperate che evocano paragoni storici imbarazzanti con la Wermacht nazista.
Intanto l'Europa stanzia altri miliardi, definiti pudicamente "prestiti", che tutti sanno non torneranno mai indietro. Ma del resto, perché preoccuparsi? Tanto paga il cittadino europeo, che ormai ha il portafoglio così bucato da usarlo come scolapasta.
Poi arriva il colpo di grazia: Donald Trump annuncia il ritiro di parte delle truppe americane dall'Europa.
Motivo ufficiale? "Non ci avete aiutato contro l'Iran".
Motivo reale? Agli Stati Uniti dell'Europa non gliene è mai fregato nulla, ma almeno prima fingevano.
La NATO, sentenzia l'analisi, è "morta". Gli USA non sono più alleati, ma competitor con interessi divergenti. La cosa sarebbe anche gestibile, se solo l'Europa avesse una briciola di visione strategica invece di una federazione militare ridicola e una Commissione che produce più disastri che direttive sulla curvatura dei cetrioli.
A questo punto l'Italia, dodicesima potenza mondiale per spesa militare e settima economia del pianeta, dovrebbe svegliarsi. Invece no. Continuiamo a discutere di posture strategiche mentre Sigonella è un bersaglio potenziale e i nostri governanti fanno propaganda e litigano sui social. Ormai non abbiamo più governanti ma influencer sui social.
E qui veniamo alla parte più esilarante, quella economica.
L'Unione Europea – udite udite – consente il debito per il riarmo, ma non per la crisi energetica. È come se un medico ti vietasse di comprare le medicine per la polmonite ma ti autorizzasse ad acquistare una bara di lusso.
La Modern Money Theory (MMT) lo spiega da anni: uno Stato che emette moneta sovrana non può "finire i soldi" come una famiglia indebitata. Può sempre creare le risorse necessarie, purché abbia materie prime, forza lavoro e impianti produttivi. Il limite è l'inflazione, non il "bilancio". Ma nell'Eurozona, i singoli Stati hanno rinunciato alla sovranità monetaria senza costruire un'unione fiscale degna di questo nome. Risultato? Siamo ostaggi di regole contabili scritte da tecnocrati che sembrano usciti da un romanzo distopico di Kafka.
Il vero scandalo non è che l'Europa "non ha soldi" per l'energia. È che sceglie deliberatamente di non averli.
Poi, quando serve, stampa trilioni per salvare banche o finanziare carri armati.
I soldi per le bollette dei cittadini? Ah no, quelli sono inflazionistici.
Quelli per i missili? Ottimo investimento.
Qui la logica si è suicidata.
A questo punto, verrebbe da suggerire – in chiave puramente comica, s'intende, siamo persone civili – che chi ha governato questo disastro dovrebbe dimettersi all'istante e, perché no, affrontare un rapido plotone d'esecuzione metaforico.
Niente di cruento, per carità: basterebbe una fucilazione simbolica in piazza, con proiettili di gommapiuma, per ribadire che l'incapacità manifesta non dovrebbe essere un titolo di merito per restare in carica, ma piuttosto la premessa per un dignitoso esilio in qualche isola sperduta, lontano da qualsiasi decisione che riguardi la vita dei cittadini.
È una battuta, ovviamente. Ma come tutte le battute, nasconde un fondo di verità.
Se l'Europa non ritrova un briciolo di realismo, pragmatismo e – osiamo dire – intelligenza, saranno i popoli a emettere il verdetto.
E non serviranno fucili, basteranno le urne. Sempre che, nel frattempo, non abbiano congelato anche quelle per mancanza di fondi.
Olindo Cervi
domenica 26 aprile 2026
Dialogo con Il professorone neoliberista pieno di TITULI che andrebbe abolito per legge come il nazismo.
Rispondo ai professoroni che hanno generato nazioni in fallimento e desertificato e impoverito due continenti e che, nonostante questo, continuano a pontificare a suon di puttanate economiche.
Mi chiamo Olindo Cervi, e non sono un professorone.
Ho una laurea magistrale in Economia e Commercio, conseguita quando l'università ti insegnava ad analizzare e a mettere in dubbio tutte le cose che ti raccontavano, secondo il miglior principio di Socrate. "So di non sapere".
E più studiavo, più capivo che chi affermava con troppa sicurezza stava nascondendo qualcosa.
Poi ho lavorato all'IBM quando l'IBM era un'azienda seria, quando i computer non erano aggeggi per postare foto di gattini ma macchine che processavano dati, che seguivano algoritmi, che se sbagliavi una virgola ti restituivano un errore.
Lì ho imparato una cosa fondamentale: se il sistema va in crash, non è colpa dell'utente.
È colpa di chi ha scritto il codice. E se il codice fa schifo, lo riscrivi.
Non incolpi il computer.
E oggi faccio il libero professionista, libero di pensare quello che mi pare senza dover rendere conto a nessuno. Una licenza di volo intellettuale che mi sono guadagnato sul campo.
Ecco perché, quando leggo certe cose, quando sento certi professoroni PIENI DI TITULI pontificare dalla cattedra, mi scatta il riflesso condizionato del vecchio sistemista: qui il codice è pieno di bug, e questi continuano ad agire come se nulla fosse.
Ah, il professorone ha parlato.
Si è alzato dalla cattedra, si è aggiustato il completo grigio, ha respirato forte e ha sentenziato:
«Il Superbonus ha creato un buco di bilancio! Lo Stato si è indebitato!».
Applausi in sala, gli studenti annuiscono come automi, la Banca Centrale Europea sorride compiaciuta, il *Financial Times* titola: «Italia, ennesima prova di dissolutezza mediterranea».
Peccato che sia tutto una PUTTANATA SIDERALE.
E lo dico da analista, abituato a leggere i dati, non i titoli dei giornali.
Il problema non sono i numeri. Il problema è l'interpretazione.
E qui l'interpretazione è sbagliata come un algoritmo che ti restituisce "2+2=5".
Non è un errore di calcolo: è proprio il teorema che fa acqua da tutte le parti.
Partiamo dalla barzelletta più vecchia del repertorio:
«Le tasse servono a finanziare i servizi pubblici».
Ecco, questa frase andrebbe stampata sulla carta igienica, perché è lì che merita di finire.
Lo Stato non ha bisogno delle tasse per spendere.
Lo Stato crea i soldi.
Punto.
È lui che emette la moneta, mica la signora Maria che vende le uova al mercato.
Quando il governo paga un ponte, un ospedale o un cazzo di cappotto termico, non va a frugare nel salvadanaio dei contribuenti: digita un numero su un computer e puff, i soldi esistono.
Le tasse servono a togliere potere d'acquisto dall'economia per evitare che la gente compri troppa roba e scateni l'inflazione.
Fine.
Non finanziano un bel niente.
È il più grande imbroglio intellettuale dal Medioevo a oggi, ripetuto con tale foga da sembrare vero.
E sapete qual è la beffa? Che a ripeterlo sono gli stessi che poi si lamentano della pressione fiscale.
Se le tasse servissero davvero a finanziare i servizi, più tasse significherebbero più servizi, no?
Invece più tasse paghiamo, più servizi tagliano.
È un costrutto logico che non sta in piedi.
Un bug, appunto. E quando un bug è così grosso, qualsiasi sistemista degno di questo nome prende il manuale e lo riscrive.
Quindi, caro professorone, quando dici che il Superbonus ha generato un «buco», stai usando le categorie mentali del mio salumiere di fiducia – che è un ottimo salumiere, per carità, ma non è Keynes e nemmeno Warren Mosler.
Il debito pubblico non è il conto in rosso della carta di credito:
è il risparmio del settore privato.
Ogni euro di debito pubblico è un euro che famiglie, imprese e fondi di investimento hanno guadagnato e messo da parte.
Chiamarlo «problema» è come lamentarsi che il termometro segna la febbre quando hai l'influenza.
Il problema non è il numero, è la malattia. E la malattia non sono i soldi spesi per i cappotti termici, ma trent'anni di austerità becera che hanno desertificato due continenti, distrutto la classe media e fatto credere alla gente che lo Stato fosse un'azienda da mandare in pareggio di bilancio a colpi di lacrime e sangue.
Ho visto sistemi operativi più stabili di questa teoria economica.
E all'IBM, un sistema operativo così bucato lo avremmo mandato in pensione dopo la prima settimana di test.
E qui arriviamo alla seconda perla di saggezza: «Lo Stato si è indebitato!».
Indebitato con chi? Con Mario? Con mia sorella? No, con i mercati finanziari.
Cioè con quelli che hanno già i soldi, a cui lo Stato regala ogni anno 85-90 miliardi di euro di interessi.
Soldi freschi, creati dal nulla, che finiscono dritti dritti nelle tasche di chi già possiede i titoli di Stato – banche, assicurazioni, fondi pensione, e sì, anche qualche "umile risparmiatore" (che però non è esattamente il pensionato che arrotonda la minima, ma piuttosto il suo fondo pensione gestito da BlackRock).
Questi miliardi sono un trasferimento netto di ricchezza dal pubblico al privato, una rendita parassitaria che nessuno osa toccare, perché «il debito va onorato».
Onorato, già. Come se fosse un debito d'onore contratto al tavolo da gioco, e non una scelta politica di distribuire denaro a chi già ce l'ha.
Nella mia carriera di consulente, quando un'azienda spendeva il 10% del fatturato in interessi passivi, la chiamavamo "situazione critica" e cercavamo di ristrutturare il debito. Per lo Stato, invece, è "prudenza fiscale". Fate vobis.
Poi arriva la chicca finale: «I crediti fiscali trasferibili sono pericolosi, anzi, forse pure illegali».
Ma illegali *de che*?
Lo Stato ha il monopolio della valuta.
Può emettere qualunque cosa abbia valore per pagare le tasse o per essere scambiata sul mercato.
Un credito d'imposta trasferibile è moneta a tutti gli effetti.
Solo che, invece di chiamarlo «euro», lo chiami «superbonus-euro», e i tecnocrati di Bruxelles si mettono le mani nei capelli.
Perché? Perché sfugge al loro controllo, al loro bel teatrino del «dobbiamo fare le riforme», «dobbiamo rassicurare i mercati», «dobbiamo mandare la letterina a Babbo Natale europeo».
I crediti fiscali trasferibili hanno funzionato: hanno rimesso in moto l'edilizia, hanno creato lavoro, hanno efficientato case e nel frattempo lo Stato ha incassato IVA e contributi.
Il tutto senza chiedere un euro in prestito ai soliti noti.
Capisci il dramma? Capisci perché vanno demonizzati? Perché dimostrano che si può fare a meno del sistema bancario e finanziario per finanziare l'economia reale.
È la prova vivente che il re è nudo.
È come quando all'IBM scoprivamo che un software open source faceva lo stesso lavoro del nostro costosissimo prodotto proprietario.
Apriti cielo: riunioni, rapporti, "dobbiamo proteggere il mercato".
Il mercato, già.
La vacca sacra.
E ora, ciliegina sulla torta, veniamo al «moltiplicatore keynesiano» che il professorone non sa nemmeno che cazzo sia e non sa nemmeno che un signore di nome Richard Kahn, l'assistente di Keynes – aveva spiegato, quasi un secolo fa, che un euro speso dallo Stato in lavori pubblici genera più di un euro di PIL.
Perché?
Perché chi lo riceve lo spende a sua volta, e così via.
È matematica da terza elementare.
Un'equazione lineare.
Un loop che incrementa il valore a ogni iterazione.
Qualsiasi programmatore lo capirebbe al primo sguardo. Ma il neoliberismo ha dovuto archiviare Keynes nel ripostiglio, insieme alla polvere e alle ragnatele, perché altrimenti crollava l'impalcatura ideologica del «pareggio di bilancio» e dei «sacrifici necessari».
E così, per trent'anni, hanno raccontato all'Italia – e alla Grecia, e alla Spagna, e all'Irlanda – che bisognava «stringere la cinghia», «fare i compiti a casa», «essere competitivi». Risultato? Salari fermi, sanità smantellata, scuola in macerie, giovani emigrati, natalità sottozero.
E quando qualcuno prova ad alzare la testa e a dire: «Forse potremmo spendere soldi pubblici per mettere a posto le case della gente e decarbonizzare», apriti cielo: «Buco di bilancio! Debito pubblico! Spread! Draghi! L'Apocalisse!».
Ma di cosa stiamo parlando, esattamente?
L'Italia ha chiuso il 2025 in avanzo primario, cioè ha incassato più tasse di quante ne ha spese, al netto degli interessi.
E ha comunque un deficit complessivo solo perché paga quegli 85-90 miliardi di interessi ai detentori del debito.
Se domani cancellassimo quegli interessi – che sono una scelta politica, non una legge della fisica – il bilancio sarebbe in attivo.
Punto.
Il problema non sono i cappotti termici. Sono le scelte di chi ha deciso che il denaro pubblico debba andare a chi già lo possiede, invece che a chi lavora.
E a proposito di desertificazione e crimini contro l'umanità, caro professorone neoliberista, se vuoi un esempio da manuale di come la tua teoria criminale abbia deliberatamente mandato in crash un continente – e sì, uso "deliberatamente" con cognizione di causa – devi guardare ad Atene, non a Wall Street.
Io, che ho passato la vita a ottimizzare processi e a eliminare colli di bottiglia, so riconoscere un algoritmo impazzito quando lo vedo.
Perché negare risorse a un'economia già debilitata, tagliare la spesa pubblica per pagare i creditori, spingere un sistema fino al punto di rottura: questo non è "risanamento".
Questo è un sabotaggio.
Un loop infinito che porta al crash.
Quando la Grecia andò in crisi, cosa fecero i nostri professoroni?
Applicarono la ricetta.
La Troika piombò su Atene come un avvoltoio su una carcassa ancora viva.
"Austerità", dissero.
"Riforme strutturali", sentenziarono.
"Dovete pagare i vostri debiti, come ogni famiglia onesta".
E giù tagli: sanità, pensioni, stipendi pubblici.
Il PIL greco crollò del 25% in pochi anni.
Una contrazione che non si vedeva dai tempi della Grande Depressione americana – e lì almeno c'era stata la crisi del '29, mica una cura autoinflitta da dottori sadici.
La disoccupazione giovanile schizzò oltre il 50%.
Il tasso di suicidi aumentò vertiginosamente.
Gli ospedali rimasero senza farmaci.
La gente moriva perché non poteva permettersi le cure, nella culla della civiltà occidentale, nel 2015, sotto gli occhi compiaciuti dei tecnocrati di Bruxelles e dei loro lacchè accademici.
Io, nella mia carriera di consulente, ho visto aziende fallire per scelte sbagliate.
Ma almeno il management si dimetteva.
Quei professoroni, invece, sono ancora lì.
Non si dimette mai nessuno, nel settore pubblico dell'economia ortodossa.
È la regola numero uno.
Ma sapete qual era il vero obiettivo di quei "salvataggi"?
Non aiutare la Grecia.
Ma salvare le banche francesi e tedesche che avevano prestato soldi a piene mani durante gli anni della bolla, sapendo benissimo cosa facevano.
I greci non hanno visto una dracma di quei soldi: sono transitati direttamente dai conti della BCE a quelli di Deutsche Bank e BNP Paribas.
Un gigantesco giro di soldi pubblici per socializzare le perdite private, mentre ai greci veniva chiesto di "stringere la cinghia".
E il Fondo Monetario Internazionale ammise candidamente in un rapporto che avevano sottovalutato l'impatto dell'austerità. (Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers - Blanchard e Leigh).
Lo ammisero!
Come un programmatore che ti manda in crash il server e poi dice: "Oops, abbiamo sbagliato a stimare la capacità di calcolo".
Se un sistemista facesse una cosa del genere, sarebbe licenziato in tronco e non metterebbe più piede in una sala server.
Loro invece sono ancora lì, a scrivere editoriali e a tenere conferenze.
E il professorone, probabilmente, in quegli anni spiegava ai suoi studenti che "le riforme sono necessarie", che "il debito si paga", che "non ci sono alternative".
Il TINA della Thatcher – There Is No Alternative – ripetuto come un mantra ipnotico mentre l'hard disk grattava e il sistema andava in crash.
La TINA andrebbe rispedita al mittente e mandata aff.........., insieme a tutto il software tossico che l'ha generata.
E non è solo la Grecia.
L'Irlanda, che si fece carico del debito privato delle sue banche e passò da tigre celtica a gatto spelacchiato nel giro di una notte.
La Spagna, dove un'intera generazione si è laureata per fare i camerieri a Londra.
È l'Italia, che dal 1992 in poi ha fatto più manovre lacrime e sangue di quante ne abbia fatte la Germania dopo la guerra, e guarda caso è l'unico paese del G7 ad avere un PIL pro capite inferiore a quello del 2000.
Trent'anni di "risanamento", e il sistema è in crash ma continua a produrre report trimestrali.
Ecco cosa succede quando si applica la metafora della "famiglia" allo Stato: si ammazzano le economie, si impoveriscono i popoli, e i soldi si concentrano sempre di più nelle mani di chi già li possiede.
Le disuguaglianze sono esplose proprio durante questi decenni di austerità.
Coincidenza?
No, un algoritmo. Un algoritmo che funziona esattamente come è stato programmato: per concentrare ricchezza, non per distribuirla.
E quando un algoritmo fa esattamente ciò per cui è stato scritto, non è un bug. È scritto così.
Quindi, caro professorone, quando osi parlare di "buco di bilancio" per dei crediti d'imposta che hanno rimesso in moto migliaia di imprese edili e migliorato l'efficienza energetica di milioni di case, sappi che stai parlando il linguaggio criminale della Troika.
Lo stesso linguaggio che ha ucciso la Grecia a colpi di spread e memorandum.
Lo stesso linguaggio che considera un'eresia spendere soldi per il bene comune, ma trova perfettamente normale regalare ogni anno 90 miliardi di interessi ai detentori di titoli di Stato.
La differenza tra i crediti del Superbonus e gli interessi sul debito non è economica: è di classe.
I primi sono andati a imprese, artigiani, ingegneri, operai, famiglie.
I secondi vanno a banche, fondi, assicurazioni e rentier vari.
I primi generano lavoro e PIL.
I secondi generano rendita e disuguaglianza.
Indovina quali sono considerati "virtuosi" e quali "dissoluti" dal tuo catechismo?
Nel mio lavoro di consulente, se una strategia avvantaggia il cliente ma distrugge l'azienda, la chiamo "malpractice" e sconsiglio di adottarla. Voi, invece, a chi fate consulenza?
Il Superbonus non è stato perfetto.
Ha avuto falle.
Lo so.
Qualsiasi sistemista sa che ogni software ha bug, soprattutto nelle prime release.
Ma se il sistema operativo precedente faceva crashare tutto ogni sei mesi, io un aggiornamento lo installo.
Poi si può discutere delle patch e delle configurazioni.
Ma non si mette in discussione il principio che aggiornare sia meglio che lasciare tutto com'è.
Il Superbonus è stato un esperimento di politica economica che ha osato sfidare il dogma, e per questo va studiato e migliorato, non sepolto sotto tonnellate di retorica ragionieristica.
Perché la vera eresia non è spendere soldi per mettere a posto le case della gente.
La vera eresia è aver accettato per trent'anni che lo Stato dovesse inginocchiarsi ai mercati, che gli interessi fossero intoccabili, che la sanità e la scuola fossero "costi" da tagliare mentre le rendite finanziarie erano "sacrosante".
Questa è roba da Medioevo digitale, non da scienza economica.
E questa sì che è una falla di sistema.
Di quelle che andrebbero segnalate al reparto IT, se questi signori ne avessero uno degno di questo nome.
E la prossima volta che vuoi fare la morale su cosa lo Stato "si può permettere", ricordati della Grecia.
Ricordati dei dati di quel crash: PIL a -25%, disoccupazione giovanile oltre il 50%, suicidi alle stelle, pensionati nei cassonetti.
Quello è l'output finale del neoliberismo realmente esistente.
Non un grafico su PowerPoint.
Non un paper accademico.
E' un cimitero.
Io, di report post-mortem, ne ho visti tanti.
E vi assicuro che non c'è niente di "espansivo" nell'austerità.
C'è solo il log di un sistema che ha fatto il suo dovere, arricchendone pochi e affamandone tanti.
Quindi, caro professorone, caro sacerdote del verbo neoliberista, caro cantore dell'austerità espansiva – che di espansivo non ha avuto un bel niente, se non il numero di suicidi per disperazione economica – la prossima volta che vuoi fare una lezione, accertati di non parlare di moneta con le categorie del baratto.
Il mondo è andato avanti.
La MMT esiste.
E i crediti fiscali trasferibili non sono magia nera: sono solo la prova che lo Stato può spendere per il bene comune senza inginocchiarsi ai mercati.
Non serve un prestito per fare del bene.
Serve solo la volontà politica di farlo.
E un minimo di capacità analitica, che la mia vecchia università mi ha insegnato a coltivare.
E se questo ti scandalizza, forse non sei un economista: sei un notaio dell'ortodossia.
Con tanto di timbro e calamaio.
E quando spieghi ai tuoi studenti che "le tasse finanziano i servizi", guardali negli occhi.
Sono loro che pagheranno – ancora – il prezzo delle tue favole.
Sono loro che finiranno nei report post-mortem o su un volo low-cost per Berlino, mentre tu pontifichi sulla "sostenibilità del debito".
Io, nel mio piccolo, un'analisi l'ho già fatta. Il sistema – l'Occidente – è instabile.
E gli amministratori che avete messo al comando stanno eseguendo un codice scritto per arricchire pochi e impoverire molti.
La patch esiste: si chiama MMT, si chiama sovranità monetaria, si chiama buon senso.
Ma finché lascerete i professoroni a scrivere le specifiche, il sistema non potrà che peggiorare.
E io, da vecchio sistemista, questo non posso accettarlo.
Spegnete tutto, riscrivete il codice, e riavviate.
O forse no: forse è ora di cambiare direttamente sistema operativo.
Dott. Olindo Cervi – Laureato quando l'economia era analisi, non propaganda, e sistemista nell'anima.
venerdì 24 aprile 2026
IL GOVERNO HA VINTO CON LA PROPAGANDA E TRASFORMA UN FALLIMENTO IN UN TRIONFO NAZIONALE
martedì 21 aprile 2026
La Ristoratrice è sempre più spietata: niente pasti gratis.
La ristoratrice che non serve pasti gratis, la signora Veronica De Romanis in Bini Maghi, afferma che :
"Allora ripetiamolo
Debito: non ci sono (solo) le regole Ue ma anche chi compra il debito aggiuntivo e a quale tasso di interesse.
Occorre informare il Vice premier Salvini che ogni anno costa 85 mld
Non esistono PASTI GRATIS
Chi lo sostiene inganna i cittadini"
L’affermazione riportata dalla grande ristoratrice che non serve pasti gratis, è un classico esempio di come l’economia convenzionale, spesso definita "neoliberista", affronti la questione del debito pubblico.
Pur citando dati reali (come gli 85 miliardi di spesa per interessi), lo fa con una cornice mentale e un impianto teorico da contesta radicalmente.
Non si tratta di difendere l’ignoranza, ma di evidenziare come questa narrazione nasconda i veri meccanismi economici e imponga una coltre di paura funzionale a precise scelte politiche.
1. L'inganno del parallelismo familiare e la natura del vincolo
L'errore di base è trattare lo Stato come una famiglia.
Il bilancio di uno Stato che emette la propria moneta non è come quello di un cittadino o di un'impresa.
La frase "non esistono pasti gratis", resa celebre da Milton Friedman, è fuorviante se applicata a un'istituzione che detiene il monopolio della valuta.
Uno Stato sovrano spende creando moneta e la drena attraverso le tasse, non deve "finire i soldi" o diventare insolvente nella sua stessa valuta. L'idea che esista un vincolo finanziario stringente è un costrutto ideologico per giustificare l'austerità.
2. L'Italia, la trappola dell'Euro e il costo del "vincolo esterno"
C'è un punto critico che l'affermazione ignora: l'Italia ha perso la sua sovranità monetaria. Avendo adottato l'euro, il nostro Paese ha volontariamente scelto di comportarsi come se fosse un semplice utilizzatore di una valuta estera, rinunciando alla possibilità di emettere la moneta in cui si indebita.
I vincoli europei servono soprattutto a privilegiare i gestori privati del risparmio e a impedire politiche fiscali espansive. L'architettura dell'eurozona costringe l'Italia a ragionare sullo "zero virgola", creando un tappo alla crescita e all'occupazione.
3. La cifra degli 85 miliardi: una scelta politica, non una condanna
La spesa per interessi è reale e significativa, ma la sua interpretazione è opposta a quella che viene data.
Perché lo Stato paga interessi sul debito? Non perché sia un ente in perdita, ma perché le regole dell'Eurozona gli impediscono di finanziarsi direttamente.
L'Italia è costretta a emettere titoli di debito per "sterilizzare" la moneta creata dalla spesa pubblica, al fine di rispettare i parametri di Maastricht.
La spesa per interessi è quindi una tassa occulta e un gigantesco trasferimento di ricchezza dai cittadini ai detentori di titoli di Stato, in gran parte istituzioni finanziarie private, la stessa BCE è gli oligarchi miliardari.
4. Il vero "pasto gratis": l'avanzo del settore privato
L'economia è fatta di saldi settoriali.
Il "pasto gratis" esiste: si chiama deficit pubblico.
In termini contabili, il deficit del settore pubblico corrisponde esattamente all'avanzo finanziario del settore privato.
Ogni euro di deficit pubblico è un euro di risparmio netto per famiglie e imprese. Tagliare la spesa pubblica per paura del debito significa, matematicamente, distruggere ricchezza privata.
L'austerità è quindi una scelta politica che impoverisce deliberatamente i cittadini in nome di un dogma contabile.
5. L'unico limite reale: l'inflazione e le risorse reali
Non si può stampare moneta all'infinito. L'unico vincolo vero per la spesa pubblica è la disponibilità di risorse reali (lavoro, materie prime, capacità produttiva) e il rischio di inflazione.
La paura del debito è una cortina fumogena che distoglie l'attenzione dai problemi concreti del Paese: la deindustrializzazione, la disoccupazione, i servizi pubblici al collasso causa incapacità della classe dirigente.
Invece di discutere di come usare la potenza pubblica per creare lavoro e benessere, siamo costretti a discutere di spread, decimali di PIL e rassicurazioni ai "mercati". I 90 miliardi di interessi di cui si parla sono il prezzo che paghiamo per rimanere in un sistema monetario che ci vuole deboli.
Conclusione: informare Salvini e i cittadini
Informare il Vicepremier Salvini non significa terrorizzarlo con la cifra degli 85 miliardi come se fosse il preavviso di un fallimento imminente. Significa spiegargli che quella spesa è il sintomo di una dipendenza da un sistema monetario europeo disfunzionale, che trasforma la sovranità popolare in un problema contabile.
Chi sostiene che "non esistono pasti gratis" sta ingannando i cittadini, facendo passare una scelta politica (l'austerità e la cessione di sovranità) per una legge economica ineluttabile. La vera informazione da dare è che i vincoli non sono finanziari, ma autoimposti, e che esistono alternative per riprenderci il controllo del nostro destino economico.
Olindo Cervi
sabato 18 aprile 2026
Il Grande Falso di Elon Musk: Perché l'AI non fermerà l'inflazione, ma creerà Feudalesimo Digitale
Qualche giorno fa, Elon Musk ha twittato una frase che sta facendo il giro del mondo tra i sostenitori della Silicon Valley:
"Universal HIGH INCOME via checks issued by the Federal government is the best way to deal with unemployment caused by AI. AI/robotics will produce goods & services far in excess of the increase in the money supply, so there will not be inflation."
Tradotto: "Un Reddito Universale Alto finanziato dallo Stato è il modo migliore per gestire la disoccupazione da AI. Siccome l'AI produrrà molti più beni e servizi rispetto all'aumento della moneta, non ci sarà inflazione."
Sulla carta sembra un ragionamento logico:
TANTA ROBA + POCHI SOLDI NUOVI = PREZZI BASSI.
Peccato che, dal punto di vista del funzionamento reale di un'economia a moneta sovrana, sia UNA PUTTANATA SIDERALE e scusate il francesismo ma ormai la pazienza è finita.
Come tutte le puttanate siderali dette da miliardari, nasconde un progetto politico ben preciso: rendere la moneta scarsa per il popolo e abbondante per gli oligarchi esattamente come adesso.
Vediamo perché.
La Confusione tra Potenziale e Realtà
Vediamo i titoli di studio di Elon Musk :
Nello specifico, ha ottenuto:
Bachelor of Arts (B.A.) in Fisica: dal College of Arts and Sciences dell'Università della Pennsylvania.
Bachelor of Science (B.S.) in Economia: dalla rinomata Wharton School of Business della stessa università
La fisica evidentemente se la ricorda molto bene.
Sull'economia, o ha vuoti di memoria spaventosi, oppure ha studiato male. E si vede.
Lui guarda la Produzione Potenziale Totale.
Vede robot che sfornano smartphone, auto elettriche e software a costo zero.
Pensa: L'offerta aggregata sale all'infinito, ergo l'inflazione è morta.
Qui dimentica un dettaglio da nulla: il mercato.
In una economia di mercato, i beni non si distribuiscono per osmosi ma si distribuiscono tramite un mezzo chiamato MONETA.
Se l'AI produce 1000 automobili al giorno ma lo Stato crea moneta solo per comprarne 10 (perché Musk dice "non create troppa moneta sennò c'è inflazione"), le altre 990 automobili restano nei piazzali ad arrugginire.
Il prezzo dell'auto non scende perché "c'è inflazione zero". Il prezzo scende perché non c'è nessuno con i soldi per comprarla.
La fabbrica robotica chiude, i lavoratori rimasti (quelli che non sono stati rimpiazzati) vengono licenziati perché l'azienda è in perdita, e il PIL crolla.
Questo si chiama Crisi di Sovrapproduzione e non è il Paradiso dell'Abbondanza.
La Regola Dimenticata: Lo Stato Monopolista della moneta
La regola base è che lo Stato che detiene il monopolio della valuta (come gli USA o l'Italia pre-Euro) DEVE creare moneta in quantità proporzionale ai beni e servizi prodotti dall'economia.
Se la produttività raddoppia grazie all'AI, la massa monetaria in circolazione (o meglio, il potere d'acquisto distribuito) deve raddoppiare per evitare che il sistema imploda.
Se non lo fai, crei una Scarsità Artificiale di Moneta.
A Chi Giova la Scarsità di Moneta?
Qui arriviamo al cuore del problema.
Se lo Stato non crea abbastanza moneta per comprare l'abbondanza prodotta dai robot, la moneta esistente si concentra. Diventa più forte, più rara, più preziosa.
Ma il punto importante è : chi la possiede?
Non il lavoratore licenziato da ChatGPT.
Non l'impiegato rimpiazzato dal software.
La possiede chi possiede i robot e i brevetti dell'AI.
Ovvero Elon Musk e la sua cerchia.
In un regime di deflazione monetaria (o di bassa creazione di moneta pubblica), il potere contrattuale del lavoro è zero.
I prezzi al consumo sono "bassi" (non perché la tecnologia è buona, ma perché la gente è povera), ma il potere d'acquisto degli asset finanziari (azioni, obbligazioni, robot) è alle stelle.
Musk dice: "Non stampate troppi soldi" non per salvarci dall'inflazione, ma per impedire che il Popolo abbia abbastanza moneta da poter rifiutare un lavoro sottopagato o da poter comprare quote di proprietà di quei robot.
Se lo stato non crea sufficiente moneta, i servizi AI con che cosa li compra il popolo? Con il sangue?"
La risposta è: Con il debito privato insostenibile o con la sussistenza.
In assenza di moneta pubblica (deficit), il popolo si indebita con le banche (che prestano moneta creata dal nulla) per comprare i servizi di Musk.
Quando non può più indebitarsi, semplicemente smette di essere un "consumatore" e diventa un "assistito".
Il piano di Musk è chiaro: un Reddito Universale Alto (Universal HIGH Income), ma tutto il resto del bilancio pubblico bloccato.
Così il cittadino ha i soldi contati per comprare il minimo indispensabile (prodotto dalle aziende di Musk, guarda caso), ma non ha la moneta per finanziare arte, cultura, sanità pubblica di qualità o, peggio ancora, per scioperare.
Conclusione: Il Feudalesimo Digitale
Quella di Musk è una visione da Signore del Maniero 4.0.
Il Signore ha i mulini automatici (AI) e dice al Re (lo Stato):
Non distribuire troppo grano (moneta) ai servi, altrimenti il grano perde valore e i servi ingrassano. Tanto io produco così tanto pane che anche se gliene dai poco, il prezzo del pane resta basso.
Peccato che se il Re ascolta il Signore, i servi muoiono di fame con la pancia piena di pane invenduto nei magazzini del Signore.
L'abbondanza prodotta dall'AI non è un problema monetario.
È una opportunità politica straordinaria per ridurre l'orario di lavoro e aumentare la qualità della vita. Ma lo si può fare solo se lo Stato usa il suo potere di creazione monetaria (il Deficit Buono) per socializzare i benefici dell'AI, non per finanziare passivamente il consumo dei prodotti di Musk.
Finché la moneta resterà scarsa per i cittadini e abbondante per le scalate societarie degli oligarchi, non vivremo in un futuro di Abbondanza.
Vivremo in un Medioevo Tecnologico.
Olindo Cervi