Rispondo ai professoroni che hanno generato nazioni in fallimento e desertificato e impoverito due continenti e che, nonostante questo, continuano a pontificare a suon di puttanate economiche.
Mi chiamo Olindo Cervi, e non sono un professorone.
Ho una laurea magistrale in Economia e Commercio, conseguita quando l'università ti insegnava ad analizzare e a mettere in dubbio tutte le cose che ti raccontavano, secondo il miglior principio di Socrate. "So di non sapere".
E più studiavo, più capivo che chi affermava con troppa sicurezza stava nascondendo qualcosa.
Poi ho lavorato all'IBM quando l'IBM era un'azienda seria, quando i computer non erano aggeggi per postare foto di gattini ma macchine che processavano dati, che seguivano algoritmi, che se sbagliavi una virgola ti restituivano un errore.
Lì ho imparato una cosa fondamentale: se il sistema va in crash, non è colpa dell'utente.
È colpa di chi ha scritto il codice. E se il codice fa schifo, lo riscrivi.
Non incolpi il computer.
E oggi faccio il libero professionista, libero di pensare quello che mi pare senza dover rendere conto a nessuno. Una licenza di volo intellettuale che mi sono guadagnato sul campo.
Ecco perché, quando leggo certe cose, quando sento certi professoroni PIENI DI TITULI pontificare dalla cattedra, mi scatta il riflesso condizionato del vecchio sistemista: qui il codice è pieno di bug, e questi continuano ad agire come se nulla fosse.
Ah, il professorone ha parlato.
Si è alzato dalla cattedra, si è aggiustato il completo grigio, ha respirato forte e ha sentenziato:
«Il Superbonus ha creato un buco di bilancio! Lo Stato si è indebitato!».
Applausi in sala, gli studenti annuiscono come automi, la Banca Centrale Europea sorride compiaciuta, il *Financial Times* titola: «Italia, ennesima prova di dissolutezza mediterranea».
Peccato che sia tutto una PUTTANATA SIDERALE.
E lo dico da analista, abituato a leggere i dati, non i titoli dei giornali.
Il problema non sono i numeri. Il problema è l'interpretazione.
E qui l'interpretazione è sbagliata come un algoritmo che ti restituisce "2+2=5".
Non è un errore di calcolo: è proprio il teorema che fa acqua da tutte le parti.
Partiamo dalla barzelletta più vecchia del repertorio:
«Le tasse servono a finanziare i servizi pubblici».
Ecco, questa frase andrebbe stampata sulla carta igienica, perché è lì che merita di finire.
Lo Stato non ha bisogno delle tasse per spendere.
Lo Stato crea i soldi.
Punto.
È lui che emette la moneta, mica la signora Maria che vende le uova al mercato.
Quando il governo paga un ponte, un ospedale o un cazzo di cappotto termico, non va a frugare nel salvadanaio dei contribuenti: digita un numero su un computer e puff, i soldi esistono.
Le tasse servono a togliere potere d'acquisto dall'economia per evitare che la gente compri troppa roba e scateni l'inflazione.
Fine.
Non finanziano un bel niente.
È il più grande imbroglio intellettuale dal Medioevo a oggi, ripetuto con tale foga da sembrare vero.
E sapete qual è la beffa? Che a ripeterlo sono gli stessi che poi si lamentano della pressione fiscale.
Se le tasse servissero davvero a finanziare i servizi, più tasse significherebbero più servizi, no?
Invece più tasse paghiamo, più servizi tagliano.
È un costrutto logico che non sta in piedi.
Un bug, appunto. E quando un bug è così grosso, qualsiasi sistemista degno di questo nome prende il manuale e lo riscrive.
Quindi, caro professorone, quando dici che il Superbonus ha generato un «buco», stai usando le categorie mentali del mio salumiere di fiducia – che è un ottimo salumiere, per carità, ma non è Keynes e nemmeno Warren Mosler.
Il debito pubblico non è il conto in rosso della carta di credito:
è il risparmio del settore privato.
Ogni euro di debito pubblico è un euro che famiglie, imprese e fondi di investimento hanno guadagnato e messo da parte.
Chiamarlo «problema» è come lamentarsi che il termometro segna la febbre quando hai l'influenza.
Il problema non è il numero, è la malattia. E la malattia non sono i soldi spesi per i cappotti termici, ma trent'anni di austerità becera che hanno desertificato due continenti, distrutto la classe media e fatto credere alla gente che lo Stato fosse un'azienda da mandare in pareggio di bilancio a colpi di lacrime e sangue.
Ho visto sistemi operativi più stabili di questa teoria economica.
E all'IBM, un sistema operativo così bucato lo avremmo mandato in pensione dopo la prima settimana di test.
E qui arriviamo alla seconda perla di saggezza: «Lo Stato si è indebitato!».
Indebitato con chi? Con Mario? Con mia sorella? No, con i mercati finanziari.
Cioè con quelli che hanno già i soldi, a cui lo Stato regala ogni anno 85-90 miliardi di euro di interessi.
Soldi freschi, creati dal nulla, che finiscono dritti dritti nelle tasche di chi già possiede i titoli di Stato – banche, assicurazioni, fondi pensione, e sì, anche qualche "umile risparmiatore" (che però non è esattamente il pensionato che arrotonda la minima, ma piuttosto il suo fondo pensione gestito da BlackRock).
Questi miliardi sono un trasferimento netto di ricchezza dal pubblico al privato, una rendita parassitaria che nessuno osa toccare, perché «il debito va onorato».
Onorato, già. Come se fosse un debito d'onore contratto al tavolo da gioco, e non una scelta politica di distribuire denaro a chi già ce l'ha.
Nella mia carriera di consulente, quando un'azienda spendeva il 10% del fatturato in interessi passivi, la chiamavamo "situazione critica" e cercavamo di ristrutturare il debito. Per lo Stato, invece, è "prudenza fiscale". Fate vobis.
Poi arriva la chicca finale: «I crediti fiscali trasferibili sono pericolosi, anzi, forse pure illegali».
Ma illegali *de che*?
Lo Stato ha il monopolio della valuta.
Può emettere qualunque cosa abbia valore per pagare le tasse o per essere scambiata sul mercato.
Un credito d'imposta trasferibile è moneta a tutti gli effetti.
Solo che, invece di chiamarlo «euro», lo chiami «superbonus-euro», e i tecnocrati di Bruxelles si mettono le mani nei capelli.
Perché? Perché sfugge al loro controllo, al loro bel teatrino del «dobbiamo fare le riforme», «dobbiamo rassicurare i mercati», «dobbiamo mandare la letterina a Babbo Natale europeo».
I crediti fiscali trasferibili hanno funzionato: hanno rimesso in moto l'edilizia, hanno creato lavoro, hanno efficientato case e nel frattempo lo Stato ha incassato IVA e contributi.
Il tutto senza chiedere un euro in prestito ai soliti noti.
Capisci il dramma? Capisci perché vanno demonizzati? Perché dimostrano che si può fare a meno del sistema bancario e finanziario per finanziare l'economia reale.
È la prova vivente che il re è nudo.
È come quando all'IBM scoprivamo che un software open source faceva lo stesso lavoro del nostro costosissimo prodotto proprietario.
Apriti cielo: riunioni, rapporti, "dobbiamo proteggere il mercato".
Il mercato, già.
La vacca sacra.
E ora, ciliegina sulla torta, veniamo al «moltiplicatore keynesiano» che il professorone non sa nemmeno che cazzo sia e non sa nemmeno che un signore di nome Richard Kahn, l'assistente di Keynes – aveva spiegato, quasi un secolo fa, che un euro speso dallo Stato in lavori pubblici genera più di un euro di PIL.
Perché?
Perché chi lo riceve lo spende a sua volta, e così via.
È matematica da terza elementare.
Un'equazione lineare.
Un loop che incrementa il valore a ogni iterazione.
Qualsiasi programmatore lo capirebbe al primo sguardo. Ma il neoliberismo ha dovuto archiviare Keynes nel ripostiglio, insieme alla polvere e alle ragnatele, perché altrimenti crollava l'impalcatura ideologica del «pareggio di bilancio» e dei «sacrifici necessari».
E così, per trent'anni, hanno raccontato all'Italia – e alla Grecia, e alla Spagna, e all'Irlanda – che bisognava «stringere la cinghia», «fare i compiti a casa», «essere competitivi». Risultato? Salari fermi, sanità smantellata, scuola in macerie, giovani emigrati, natalità sottozero.
E quando qualcuno prova ad alzare la testa e a dire: «Forse potremmo spendere soldi pubblici per mettere a posto le case della gente e decarbonizzare», apriti cielo: «Buco di bilancio! Debito pubblico! Spread! Draghi! L'Apocalisse!».
Ma di cosa stiamo parlando, esattamente?
L'Italia ha chiuso il 2025 in avanzo primario, cioè ha incassato più tasse di quante ne ha spese, al netto degli interessi.
E ha comunque un deficit complessivo solo perché paga quegli 85-90 miliardi di interessi ai detentori del debito.
Se domani cancellassimo quegli interessi – che sono una scelta politica, non una legge della fisica – il bilancio sarebbe in attivo.
Punto.
Il problema non sono i cappotti termici. Sono le scelte di chi ha deciso che il denaro pubblico debba andare a chi già lo possiede, invece che a chi lavora.
E a proposito di desertificazione e crimini contro l'umanità, caro professorone neoliberista, se vuoi un esempio da manuale di come la tua teoria criminale abbia deliberatamente mandato in crash un continente – e sì, uso "deliberatamente" con cognizione di causa – devi guardare ad Atene, non a Wall Street.
Io, che ho passato la vita a ottimizzare processi e a eliminare colli di bottiglia, so riconoscere un algoritmo impazzito quando lo vedo.
Perché negare risorse a un'economia già debilitata, tagliare la spesa pubblica per pagare i creditori, spingere un sistema fino al punto di rottura: questo non è "risanamento".
Questo è un sabotaggio.
Un loop infinito che porta al crash.
Quando la Grecia andò in crisi, cosa fecero i nostri professoroni?
Applicarono la ricetta.
La Troika piombò su Atene come un avvoltoio su una carcassa ancora viva.
"Austerità", dissero.
"Riforme strutturali", sentenziarono.
"Dovete pagare i vostri debiti, come ogni famiglia onesta".
E giù tagli: sanità, pensioni, stipendi pubblici.
Il PIL greco crollò del 25% in pochi anni.
Una contrazione che non si vedeva dai tempi della Grande Depressione americana – e lì almeno c'era stata la crisi del '29, mica una cura autoinflitta da dottori sadici.
La disoccupazione giovanile schizzò oltre il 50%.
Il tasso di suicidi aumentò vertiginosamente.
Gli ospedali rimasero senza farmaci.
La gente moriva perché non poteva permettersi le cure, nella culla della civiltà occidentale, nel 2015, sotto gli occhi compiaciuti dei tecnocrati di Bruxelles e dei loro lacchè accademici.
Io, nella mia carriera di consulente, ho visto aziende fallire per scelte sbagliate.
Ma almeno il management si dimetteva.
Quei professoroni, invece, sono ancora lì.
Non si dimette mai nessuno, nel settore pubblico dell'economia ortodossa.
È la regola numero uno.
Ma sapete qual era il vero obiettivo di quei "salvataggi"?
Non aiutare la Grecia.
Ma salvare le banche francesi e tedesche che avevano prestato soldi a piene mani durante gli anni della bolla, sapendo benissimo cosa facevano.
I greci non hanno visto una dracma di quei soldi: sono transitati direttamente dai conti della BCE a quelli di Deutsche Bank e BNP Paribas.
Un gigantesco giro di soldi pubblici per socializzare le perdite private, mentre ai greci veniva chiesto di "stringere la cinghia".
E il Fondo Monetario Internazionale ammise candidamente in un rapporto che avevano sottovalutato l'impatto dell'austerità. (Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers - Blanchard e Leigh).
Lo ammisero!
Come un programmatore che ti manda in crash il server e poi dice: "Oops, abbiamo sbagliato a stimare la capacità di calcolo".
Se un sistemista facesse una cosa del genere, sarebbe licenziato in tronco e non metterebbe più piede in una sala server.
Loro invece sono ancora lì, a scrivere editoriali e a tenere conferenze.
E il professorone, probabilmente, in quegli anni spiegava ai suoi studenti che "le riforme sono necessarie", che "il debito si paga", che "non ci sono alternative".
Il TINA della Thatcher – There Is No Alternative – ripetuto come un mantra ipnotico mentre l'hard disk grattava e il sistema andava in crash.
La TINA andrebbe rispedita al mittente e mandata aff.........., insieme a tutto il software tossico che l'ha generata.
E non è solo la Grecia.
L'Irlanda, che si fece carico del debito privato delle sue banche e passò da tigre celtica a gatto spelacchiato nel giro di una notte.
La Spagna, dove un'intera generazione si è laureata per fare i camerieri a Londra.
È l'Italia, che dal 1992 in poi ha fatto più manovre lacrime e sangue di quante ne abbia fatte la Germania dopo la guerra, e guarda caso è l'unico paese del G7 ad avere un PIL pro capite inferiore a quello del 2000.
Trent'anni di "risanamento", e il sistema è in crash ma continua a produrre report trimestrali.
Ecco cosa succede quando si applica la metafora della "famiglia" allo Stato: si ammazzano le economie, si impoveriscono i popoli, e i soldi si concentrano sempre di più nelle mani di chi già li possiede.
Le disuguaglianze sono esplose proprio durante questi decenni di austerità.
Coincidenza?
No, un algoritmo. Un algoritmo che funziona esattamente come è stato programmato: per concentrare ricchezza, non per distribuirla.
E quando un algoritmo fa esattamente ciò per cui è stato scritto, non è un bug. È scritto così.
Quindi, caro professorone, quando osi parlare di "buco di bilancio" per dei crediti d'imposta che hanno rimesso in moto migliaia di imprese edili e migliorato l'efficienza energetica di milioni di case, sappi che stai parlando il linguaggio criminale della Troika.
Lo stesso linguaggio che ha ucciso la Grecia a colpi di spread e memorandum.
Lo stesso linguaggio che considera un'eresia spendere soldi per il bene comune, ma trova perfettamente normale regalare ogni anno 90 miliardi di interessi ai detentori di titoli di Stato.
La differenza tra i crediti del Superbonus e gli interessi sul debito non è economica: è di classe.
I primi sono andati a imprese, artigiani, ingegneri, operai, famiglie.
I secondi vanno a banche, fondi, assicurazioni e rentier vari.
I primi generano lavoro e PIL.
I secondi generano rendita e disuguaglianza.
Indovina quali sono considerati "virtuosi" e quali "dissoluti" dal tuo catechismo?
Nel mio lavoro di consulente, se una strategia avvantaggia il cliente ma distrugge l'azienda, la chiamo "malpractice" e sconsiglio di adottarla. Voi, invece, a chi fate consulenza?
Il Superbonus non è stato perfetto.
Ha avuto falle.
Lo so.
Qualsiasi sistemista sa che ogni software ha bug, soprattutto nelle prime release.
Ma se il sistema operativo precedente faceva crashare tutto ogni sei mesi, io un aggiornamento lo installo.
Poi si può discutere delle patch e delle configurazioni.
Ma non si mette in discussione il principio che aggiornare sia meglio che lasciare tutto com'è.
Il Superbonus è stato un esperimento di politica economica che ha osato sfidare il dogma, e per questo va studiato e migliorato, non sepolto sotto tonnellate di retorica ragionieristica.
Perché la vera eresia non è spendere soldi per mettere a posto le case della gente.
La vera eresia è aver accettato per trent'anni che lo Stato dovesse inginocchiarsi ai mercati, che gli interessi fossero intoccabili, che la sanità e la scuola fossero "costi" da tagliare mentre le rendite finanziarie erano "sacrosante".
Questa è roba da Medioevo digitale, non da scienza economica.
E questa sì che è una falla di sistema.
Di quelle che andrebbero segnalate al reparto IT, se questi signori ne avessero uno degno di questo nome.
E la prossima volta che vuoi fare la morale su cosa lo Stato "si può permettere", ricordati della Grecia.
Ricordati dei dati di quel crash: PIL a -25%, disoccupazione giovanile oltre il 50%, suicidi alle stelle, pensionati nei cassonetti.
Quello è l'output finale del neoliberismo realmente esistente.
Non un grafico su PowerPoint.
Non un paper accademico.
E' un cimitero.
Io, di report post-mortem, ne ho visti tanti.
E vi assicuro che non c'è niente di "espansivo" nell'austerità.
C'è solo il log di un sistema che ha fatto il suo dovere, arricchendone pochi e affamandone tanti.
Quindi, caro professorone, caro sacerdote del verbo neoliberista, caro cantore dell'austerità espansiva – che di espansivo non ha avuto un bel niente, se non il numero di suicidi per disperazione economica – la prossima volta che vuoi fare una lezione, accertati di non parlare di moneta con le categorie del baratto.
Il mondo è andato avanti.
La MMT esiste.
E i crediti fiscali trasferibili non sono magia nera: sono solo la prova che lo Stato può spendere per il bene comune senza inginocchiarsi ai mercati.
Non serve un prestito per fare del bene.
Serve solo la volontà politica di farlo.
E un minimo di capacità analitica, che la mia vecchia università mi ha insegnato a coltivare.
E se questo ti scandalizza, forse non sei un economista: sei un notaio dell'ortodossia.
Con tanto di timbro e calamaio.
E quando spieghi ai tuoi studenti che "le tasse finanziano i servizi", guardali negli occhi.
Sono loro che pagheranno – ancora – il prezzo delle tue favole.
Sono loro che finiranno nei report post-mortem o su un volo low-cost per Berlino, mentre tu pontifichi sulla "sostenibilità del debito".
Io, nel mio piccolo, un'analisi l'ho già fatta. Il sistema – l'Occidente – è instabile.
E gli amministratori che avete messo al comando stanno eseguendo un codice scritto per arricchire pochi e impoverire molti.
La patch esiste: si chiama MMT, si chiama sovranità monetaria, si chiama buon senso.
Ma finché lascerete i professoroni a scrivere le specifiche, il sistema non potrà che peggiorare.
E io, da vecchio sistemista, questo non posso accettarlo.
Spegnete tutto, riscrivete il codice, e riavviate.
O forse no: forse è ora di cambiare direttamente sistema operativo.
Dott. Olindo Cervi – Laureato quando l'economia era analisi, non propaganda, e sistemista nell'anima.