venerdì 8 maggio 2026

Cronache dal manicomio europeo: come autodistruggersi comprando gas russo a caro prezzo

Se l'Unione Europea fosse una startup, il pitch per gli investitori sarebbe più o meno questo:

"Abbiamo volontariamente tagliato i ponti con il nostro fornitore di energia più economico, per poi ricomprare la stessa identica energia dal medesimo fornitore, ma liquefatta, trasportata via nave e pagata quattro volte tanto. Nel frattempo finanziamo una guerra che non possiamo vincere, facciamo chiudere le nostre industrie, e quando i nostri cittadini non riescono a pagare le bollette, spieghiamo loro che è moralmente edificante soffrire per la democrazia ucraina. Ah, e il nostro principale alleato militare ci ha appena tolto il saluto perché non l'abbiamo aiutato in un'altra guerra che sta perdendo. Siete Interessati?"

Partiamo dal capolavoro energetico. La Commissione von der Leyen, con la stessa lungimiranza di chi porta l'ombrello bucato sotto il diluvio, aveva solennemente promesso: "Entro il 2027 azzereremo il gas russo!". Applausi, medaglie, selfie commossi.

I dati del 2026, però, raccontano che le importazioni di GNL russo verso l'UE sono aumentate del 20,8% e la Spagna ha incrementato gli acquisti del 124%. Perché? Perché il gas via tubo – quello che costava poco e rendeva competitiva l'industria europea – è stato santamente demonizzato, ma il GNL russo – che è lo stesso gas, solo più caro e con l'impronta carbonica di una petroliera – va benissimo. È come giurare di non bere più vino e poi farsi spedire la stessa identica bottiglia da un corriere in bicicletta, pagandola il triplo.

Claudio Descalzi, AD di Eni, prova a riportare la discussione sul pianeta Terra: "Scusate, ma il divieto del 2027 non ce lo possiamo permettere". Meloni annuisce sperando in una tregua prima di quella data. Nel frattempo, l'Ungheria compra gas via Turkstream e fa spallucce. La Germania finge di non vedere. La Francia alza il sopracciglio e stappa un Bordeaux. È l'Europa, bellezza.

Il fronte ucraino: dimenticato come un calzino spaiato

Nel frattempo, in Ucraina si combatte ancora. Ma silenzio!!, non ditelo ai media, perché la guerra in Iran ha rubato la scena. Marzo è stato un mese di quasi totale immobilità: complici il fango e la cronica mancanza di munizioni, i soldati ucraini sono stati invitati a resistere con lo sguardo fiero e le preghiere. Peccato che i Patriot che gli europei avevano comprato dagli americani non arriveranno mai, perché gli USA hanno esaurito le scorte e hanno bisogno di 5-6 anni per rifarle. Tempo perfetto per una guerra in corso.

I russi avanzano, accerchiano, creano "calderoni". 

Gli ucraini, eroicamente, vengono sacrificati in difese disperate che evocano paragoni storici imbarazzanti con la Wermacht nazista. 

Intanto l'Europa stanzia altri miliardi, definiti pudicamente "prestiti", che tutti sanno non torneranno mai indietro. Ma del resto, perché preoccuparsi? Tanto paga il cittadino europeo, che ormai ha il portafoglio così bucato da usarlo come scolapasta.

Poi arriva il colpo di grazia: Donald Trump annuncia il ritiro di parte delle truppe americane dall'Europa. 

Motivo ufficiale? "Non ci avete aiutato contro l'Iran". 

Motivo reale? Agli Stati Uniti dell'Europa non gliene è mai fregato nulla, ma almeno prima fingevano.

La NATO, sentenzia l'analisi, è "morta". Gli USA non sono più alleati, ma competitor con interessi divergenti. La cosa sarebbe anche gestibile, se solo l'Europa avesse una briciola di visione strategica invece di una federazione militare ridicola e una Commissione che produce più disastri che direttive sulla curvatura dei cetrioli.

A questo punto l'Italia, dodicesima potenza mondiale per spesa militare e settima economia del pianeta, dovrebbe svegliarsi. Invece no. Continuiamo a discutere di posture strategiche mentre Sigonella è un bersaglio potenziale e i nostri governanti fanno propaganda e litigano sui social. Ormai non abbiamo più governanti ma influencer sui social.

E qui veniamo alla parte più esilarante, quella economica. 

L'Unione Europea – udite udite – consente il debito per il riarmo, ma non per la crisi energetica. È come se un medico ti vietasse di comprare le medicine per la polmonite ma ti autorizzasse ad acquistare una bara di lusso.

La Modern Money Theory (MMT) lo spiega da anni: uno Stato che emette moneta sovrana non può "finire i soldi" come una famiglia indebitata. Può sempre creare le risorse necessarie, purché abbia materie prime, forza lavoro e impianti produttivi. Il limite è l'inflazione, non il "bilancio". Ma nell'Eurozona, i singoli Stati hanno rinunciato alla sovranità monetaria senza costruire un'unione fiscale degna di questo nome. Risultato? Siamo ostaggi di regole contabili scritte da tecnocrati che sembrano usciti da un romanzo distopico di Kafka.

Il vero scandalo non è che l'Europa "non ha soldi" per l'energia. È che sceglie deliberatamente di non averli. 

Poi, quando serve, stampa trilioni per salvare banche o finanziare carri armati. 

I soldi per le bollette dei cittadini? Ah no, quelli sono inflazionistici. 

Quelli per i missili? Ottimo investimento. 

Qui la logica si è suicidata.

A questo punto, verrebbe da suggerire – in chiave puramente comica, s'intende, siamo persone civili – che chi ha governato questo disastro dovrebbe dimettersi all'istante e, perché no, affrontare un rapido plotone d'esecuzione metaforico. 

Niente di cruento, per carità: basterebbe una fucilazione simbolica in piazza, con proiettili di gommapiuma, per ribadire che l'incapacità manifesta non dovrebbe essere un titolo di merito per restare in carica, ma piuttosto la premessa per un dignitoso esilio in qualche isola sperduta, lontano da qualsiasi decisione che riguardi la vita dei cittadini.

È una battuta, ovviamente. Ma come tutte le battute, nasconde un fondo di verità. 

Se l'Europa non ritrova un briciolo di realismo, pragmatismo e – osiamo dire – intelligenza, saranno i popoli a emettere il verdetto.

E non serviranno fucili, basteranno le urne. Sempre che, nel frattempo, non abbiano congelato anche quelle per mancanza di fondi.

Olindo Cervi