venerdì 15 maggio 2026

ALTRO PROFESSORONE CON I TITULI DELLA BOCCONI

Tommaso Monacelli professorone della Bocconi afferma :

 Diciamo che il dibattito 🇮🇹 si divide in due fazioni.

C’è chi pensa che i salari in Ita siano bassi perché la produttività del lavoro é bassa. E c’è chi pensa il contrario: che la produttività sia bassa perché i salari sono bassi. Che si fa?

Rispondo molto garbatamente anche se queste affermazioni si meriterebbero quattro sbadilate democratiche.

Caro professore, 

con tutto il rispetto per la vostra elegante dicotomia bocconiana, state impostando il problema esattamente al contrario, come se doveste spiegare perché il vostro gatto non abbaia. 

Sia la tesi “salari bassi perché la produttività è bassa” sia il suo opposto sono due facce della stessa vecchia favola neoclassica in cui il lavoro è un mercato come le patate, con una curva di domanda e una di offerta che s'incrociano magicamente. Peccato che la moneta non sia una merce, e lo Stato non sia una famiglia.

Partiamo da un dato contabile: i salari sono un costo per l’impresa, ma sono domanda aggregata per l’economia. Se schiacciate i salari in nome della competitività, state distruggendo proprio la domanda che dovrebbe assorbire l’eventuale maggiore produttività. L’Italia da trent’anni fa austerità fiscale e moderazione salariale, e cosa ha ottenuto? 

Produttività piatta e debito/PIL che sale. La causalità non è dal salario individuale alla produttività dell’impresa, ma dal livello generale dei salari nominali al tasso di utilizzo della capacità produttiva.

La vera questione è: chi stabilisce il livello dei salari nominali? Quando l'Italia era una nazione normale e i neoliberisti contavano un cazzo, lo Stato fissava il prezzo del lavoro indirettamente attraverso la spesa pubblica e la tassazione. 

Oggi, con la camicia di forza dell’Unione monetaria, avete delegato quel potere a vincoli esterni, ma la logica non cambia. 

Lo Stato, in quanto datore di lavoro di ultima istanza attraverso una Job Guarantee, può sempre fissare un pavimento salariale. Quel pavimento diventa il prezzo minimo del lavoro, e tutto il resto della struttura salariale vi si ancorano. La produttività non c’entra: è il salario di base che dà alla produttività la sua unità di conto. Le imprese, con un salario minimo garantito, sanno che se investono in macchinari per risparmiare lavoro, quel lavoro ha un costo certo. 

L’innovazione segue la domanda, non la precede.

Voi dite: “Ma se i salari sono bassi, le imprese non hanno incentivo a investire”. Esatto: state descrivendo un equilibrio di sotto-occupazione keynesiano, non un problema di “produttività”. 

La soluzione non è un generico “alzare i salari” per decreto, che da solo potrebbe solo creare disoccupazione se la domanda aggregata non lo sostiene. 

La soluzione è un’offerta illimitata di posti di lavoro a un salario fisso da parte dello Stato, finanziata semplicemente accreditando i conti bancari dei lavoratori – senza bisogno di tasse né debito preventivo. 

Quello stabilizza il potere d’acquisto, dà un valore di riserva al lavoro, e fa sì che la produttività sia costretta ad aumentare perché le imprese ora devono competere per i lavoratori, invece di pagarli noccioline sperando che diventino tedeschi per magia.

Quindi, che si fa? Smettetela di cincischiare con riforme strutturali dal lato dell’offerta e sgravi contributivi temporanei. 

Istituite un Programma di Transizione che garantisca un lavoro a chiunque, a un salario di €12-14 l’ora, spostando risorse da sussidi passivi a salario attivo. 

Il deficit salirà? Può darsi. 

Ma a voi bocconiani ricordo che il deficit del settore pubblico è surplus del settore privato, e che in una crisi di domanda il rapporto debito/PIL si abbassa solo se il denominatore – il PIL nominale – cresce. 

E il PIL nominale cresce se crescono i redditi da lavoro.

Il vostro dibattito tra gallina e uovo è ozioso: l’uovo è la moneta statale. Il pollo è il settore privato. E il cuoco è il Tesoro, che può sempre comprare entrambi, se solo smettesse di ascoltare le favole sulla “scarsità”, la più grande presa per il culo della storia, che vi raccontate nei vostri master.

Saluti a voi che con le vostre teorie avete desertificato due continenti

Olindo Cervi

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