Ovvero: risposta con dati Rosstat a chi ha scoperto la demografia ma ha dimenticato l'economia
Marco Setaccioli, instancabile penna de L'Europeista, ci regala un articolo sulla crisi demografica russa. L'analisi sulle perdite al fronte e il "buco" demografico degli anni Novanta è corretta e documentata. Fin qui bene. Peccato che l'articolo cada in due trappole classiche: ignorare sistematicamente i dati economici reali della Russia, e non capire come funziona la spesa pubblica di uno Stato sovrano in guerra.
I DATI CHE SETACCIOLI NON CITA
L'articolo parla di "drammatico peggioramento della situazione economica" russa. Peggioramento. Drammatico. Vediamo cosa dicono i numeri di Rosstat, l'istituto statistico russo, e della Banca Mondiale.
PIL russo 2024: +4,3%. Non è un peggioramento. È la crescita più rapida dell'ultimo decennio, superiore a quella di Germania (,0,2%), Francia (+0,2%), Italia (+0,7%), e quasi tripla rispetto alla media dell'eurozona. Nel primo trimestre 2025 la crescita è rallentata al +1,4%, segnale di rallentamento, ma non esattamente un "crollo".
Disoccupazione russa secondo Rosstat: 2,2% a gennaio 2026. Il minimo storico assoluto. In Italia siamo al 5,7%. In Francia all'8%. Se questo è un "drammatico peggioramento", che cosa chiameremmo la situazione del mercato del lavoro italiano?
Salari russi secondo Rosstat: 97.645 rubli al mese a marzo 2025, con una crescita dei salari reali del 4,6% annuo. I redditi reali russi sono cresciuti a tassi mai visti da oltre un decennio. Il centro studi Levada certifica che la percentuale di russi con una visione positiva delle proprie finanze ha superato quella con una visione negativa.
Questi sono i dati. Possiamo non amarli, possiamo criticare Putin quanto vogliamo, ma i numeri sono quelli. Ignorarli non aiuta a capire la realtà.
LA SPESA PUBBLICA IN GUERRA: IL MOTORE CHE SETACCIOLI NON VEDE
Il punto che l'articolo manca completamente è questo: la Russia sta finanziando la guerra con spesa pubblica in deficit, e questa spesa sta gonfiando l'economia esattamente come la teoria economica prevede.
La spesa militare russa è passata dal 4% del PIL nel 2021 a oltre il 6% nel 2024, con un aumento previsto del 10% nel 2025. Questa spesa crea domanda, posti di lavoro, finanzia l'industria manifatturiera cresciuta dell'8% nel 2024. Non è magia: è keynesismo applicato alla guerra, lo stesso meccanismo che ha fatto uscire gli Stati Uniti dalla Grande Depressione durante la Seconda Guerra Mondiale.
Uno Stato che emette la propria moneta, come la Russia con il rublo, non può esaurire le risorse finanziarie per la guerra. Il vincolo non è monetario ma reale: manodopera, materie prime, capacità produttiva. E qui, paradossalmente, l'articolo di Setaccioli centra qualcosa di vero, ma senza capirne le implicazioni economiche. L'inflazione oltre il 9% e i tassi al 21% sono il segnale che l'economia russa sta girando a pieno regime, non che stia crollando.
LA DEMOGRAFIA: DOVE SETACCIOLI HA RAGIONE E DOVE ESAGERA
Il "buco demografico" degli anni Novanta è reale. Le perdite al fronte certificate da CSIS e Mediazona, 35.000 al mese tra morti e feriti gravi non recuperabili, sono cifre impressionanti. Ma Setaccioli dimentica alcune cose.
Prima: il "serbatoio reale" che l'articolo stesso calcola è di 6,8 milioni di uomini nelle fasce 20,55 anni. Alle perdite attuali ci vorrebbero oltre 16 anni per esaurirlo, senza contare nuovi volontari, meccanizzazione del conflitto, droni.
Seconda: i bonus d'ingresso per i volontari, fino a 5 milioni di rubli in alcune regioni, continuano ad attrarre soprattutto uomini delle province povere. La disoccupazione al 2,2% riduce l'attrattiva economica dell'arruolamento, ma le disparità territoriali compensano.
Terza: anche l'Ucraina ha i suoi problemi demografici. Kiev recluta con crescente difficoltà, ha abbassato l'età di arruolamento, ha vietato l'espatrio agli uomini in età militare. La "gara demografica" non è vinta a priori da nessuno.
IL PROBLEMA VERO
Il vero problema economico russo non è il collasso, ma la distorsione. Un'economia che mette il 6% del PIL in spesa militare sottrae risorse alla crescita civile di lungo periodo: meno investimenti in istruzione, meno innovazione, meno transizione tecnologica. I giovani sotto i 35 anni vengono risucchiati nell'industria bellica invece che nell'economia digitale.
Questo è il vero vicolo cieco: non il collasso militare a breve termine, ma l'impoverimento qualitativo dell'economia su dieci, quindici, vent'anni. Un paese che produce missili invece di software esce dalla guerra più povero in termini di capacità produttiva, anche se i numeri del PIL sembrano buoni nel breve periodo.
Ma questo è un argomento complesso, che non si presta a titoli semplici sul "vicolo cieco". E capisco che L'Europeista abbia i suoi lettori da accontentare.
Olindo Cervi, che non scrive su L'Europeista ma almeno scarica i dataset di Rosstat prima di parlare di "drammatico peggioramento economico"
Fonti: Rosstat, Banca Mondiale, Bank of Finland Institute for Economies in Transition, Trading Economics, CSIS, Mediazona
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