giovedì 18 giugno 2026

IL GENERALE E I SUOI PROFUGHI Come la Classe Armata ha prima distrutto paesi interi e poi si è candidata a rimandare a casa le macerie umane che ne sono scaturite

I. IL LIBRO DI CUI NON SI PARLA ABBASTANZA 

David Colantoni ha impiegato dieci anni per scrivere un libro scomodo. Non è un pamphlet di partito, non è una denuncia giornalistica, non è nemmeno la solita critica al “militarismo” in stile anni Settanta. 
È qualcosa di più preciso e più fastidioso: è materialismo storico rigorosamente applicato, come scrive Oliver Stone nella prefazione, a chi porta le armi. 
La tesi centrale di “Teoria della Classe Armata. 
L’Età del Potere Militare” è semplice nella sua brutalità: il capitale non comanda più la geopolitica occidentale ma è la Classe Armata a farlo. 
Una nuova classe sociale composta da milioni di professionisti della guerra e della preparazione alla guerra.
Costoro non vivono dei mezzi di produzione, come la borghesia marxianamente intesa, bensì dei mezzi di distruzione. 
Una classe che si riproduce prelevando ricchezza pubblica in nome della “difesa” e che ha trasformato il capitalismo produttivo nel proprio bancomat. 
Con le prefazioni di Jeffrey Sachs, Oliver Stone e Luciano Canfora, il libro è stato presentato al Salone del Libro di Torino nel maggio 2026. 
Non esattamente un libretto di seconda mano trovato al mercatino dell’usato. 
La domanda cruciale che Colantoni pone è questa: perché l’Occidente, dopo aver vinto la Guerra Fredda e bruciato il “dividendo della pace”, ha continuato a scegliere guerre autolesioniste? 
Dall’Iraq, dove non furono mai trovate le famigerate armi di distruzione di massa, all’Afghanistan, dalla Libia all’Ucraina? 
Perché un sistema economico che dovrebbe essere razionale e orientato al profitto si comporta in modo palesemente irrazionale rispetto ai propri stessi interessi produttivi? 
La risposta di Colantoni è che il sistema non è irrazionale ma è perfettamente razionale rispetto all’attore che lo governa davvero: 
la Classe Armata, che produce e gestisce il Caos Controllato, funzionale ai propri interessi sulla spesa pubblica. 
La guerra non è un fallimento della politica ma il suo prodotto più riuscito. 

II. IL GENERALE. LA CARRIERA. I TEATRI. 

Roberto Vannacci, nato a La Spezia nel 1968. Trentanove anni di carriera nelle Forze Armate italiane, 1986-2025. 
Accademia militare di Modena, 9° Reggimento Col Moschin, brevetto di incursore. Missioni: Somalia, Ruanda, Yemen, Bosnia (operazioni IFOR e SFOR), Iraq, Afghanistan, Libia. 
Decorazioni: quindici, tra cui la Bronze Star Medal americana e la Legion of Merit. Comandante della Task Force 45 in Afghanistan, l’élite delle forze speciali italiane impegnata nella caccia agli obiettivi talebani”. 
Un curriculum, per usare la lingua dell’uomo d’arme, di tutto rispetto. 
Un curriculum che è anche, visto con gli occhi di Colantoni, una mappa precisa del Caos Controllato: ogni teatro di guerra in cui Vannacci ha operato è oggi, non per caso, un paese devastato o destabilizzato. 
Somalia: Stato fallito. 
Bosnia: stabilizzata dopo anni di macelleria etnica. 
Ruanda: teatro del genocidio più rapido del Novecento. 
Iraq: smembrato, milioni di morti civili, nessuna arma di distruzione di massa trovata. Afghanistan: occupato per vent’anni e poi riconsegnato ai talebani nel modo più caotico possibile. 
Libia: in perenne guerra civile. 
Vannacci non è un criminale di guerra e non lo stiamo accusando di nulla che non sia già ampiamente documentato nei libri di storia. 
Vannacci è qualcosa di più banale e più sistemico: è un prodotto perfettamente riuscito della Classe Armata italiana.
Un professionista della distruzione che ha svolto il suo mestiere con encomiabile efficienza, finanziato dai contribuenti italiani ed europei, in nome di interessi che con la sicurezza della gente comune avevano molto poco a che fare. 
Quindici decorazioni. 
Tredici paesi distrutti o destabilizzati. 
Una pensione militare anticipata più lo stipendio da europarlamentare per un totale di circa tredicimila euro netti al mese. 
La Classe Armata si paga bene. 

III. IL LIBRO. LA POLITICA. LA CONTRADDIZIONE. 

Nel 2023 Vannacci pubblica “Il Mondo al Contrario”. 
Il libro diventa un caso nazionale non tanto per la profondità del pensiero, visto che ne ha molto poca, quanto per la franchise elettorale che intercetta: il rancore degli italiani verso il “politicamente corretto”, il fastidio verso i diritti LGBT, la critica all’immigrazione, l’attacco ai “tratti somatici” di Paola Egonu. 
Viene sospeso dal servizio per undici mesi. 
Nel 2024 viene eletto al Parlamento Europeo con 532.000 preferenze, il più votato della lista Lega. 
Nel febbraio 2026 fonda Futuro Nazionale, lasciando la Lega di Salvini sulla sua destra. 
Il programma è cristallino: rimpatri e “remigrazione coatta” dell’ottanta per cento degli stranieri presenti in Italia. 
“Vanno deportati”, dice a Otto e Mezzo su La7 il 10 giugno 2026, con la disinvoltura di chi ha già visto ben altre cose nei teatri operativi. 
“Se per deportazione intendiamo movimentazione coatta al di là della loro volontà, certo.” Prendiamoci un momento per apprezzare la geometria di questa affermazione. 
Il Generale Vannacci ha trascorso trent’anni a girare per i paesi del cosiddetto Global South in missioni militari finanziate dal denaro pubblico italiano ed europeo. 
Missioni che hanno contribuito, direttamente o indirettamente, a destabilizzare, democratizzare forzatamente, bombardare, occupare e infine abbandonare quei paesi nel caos. 
Missioni che hanno prodotto sfollati interni, rifugiati regionali, migranti verso l’Europa. 
Ora il medesimo generale, trasformato in politico, intende “remigrare coattivamente” le persone che quei teatri di guerra hanno generato. 
Il piromane che chiede di fare il pompiere. 
Il costruttore di profughi che si candida a rispedirli a casa. 
Non è un paradosso: è la struttura logica della Classe Armata descritta da Colantoni. 
Prima si produce il Caos Controllato all’estero. 
Poi ci si candida a gestire il Caos interno che ne deriva. 
In entrambi i casi: spesa pubblica, potere decisionale, rendita istituzionale. 

IV. IL COSTO DELLA CLASSE ARMATA. CHI PAGA? 
Essendo lo scrivente cultore della MMT Modern Monetary Theory sa bene che uno Stato sovrano nella propria moneta può sempre finanziare ciò che decide di finanziare. 
Il problema non è mai il “mancano i soldi”: è sempre una questione di priorità politiche e distribuzione del potere. 
La domanda pertinente è allora: quanti soldi pubblici italiani ed europei sono stati spesi in trent’anni di missioni militari in Afghanistan, Iraq, Libia, Somalia? 
Per confronto: quanti soldi sono stati spesi per accoglienza, integrazione, cooperazione allo sviluppo, ossia per le conseguenze di quelle stesse missioni? 
L’Afghanistan da solo: la sola partecipazione italiana alla missione ISAF è costata, secondo stime ufficiali del Ministero della Difesa, oltre 7 miliardi di euro in vent’anni. 
Tutto questo senza contare le spese NATO, i finanziamenti alle industrie belliche, i contratti per la ricostruzione post-bombardamento. 
Colantoni scrive che il capitalismo delle classi produttive è diventato il bancomat del potere militare. 
È esattamente questo: denaro pubblico estratto dalla fiscalità generale, trasferito alla Classe Armata attraverso il bilancio della difesa, convertito in missioni che producono caos, profughi e nuovi contratti per l’industria militare. 
Un ciclo perfetto, autoalimentante, che non ha bisogno di complotti perché è strutturalmente razionale per chi ne beneficia. Ma il punto è questo : chi ne beneficia? 
Non certo il contribuente italiano, nemmeno il lavoratore afghani e nemmeno il siriano
Beneficia la Classe Armata: i generali, i colonnelli, i lobbisti dell’industria bellica, i think tank atlantisti, i politici che siedono nelle commissioni difesa e ne traggono potere e visibilità. 

V. LA REMIGRAZIONE COME PRODOTTO FINALE C’è una perla nel programma di 

Futuro Nazionale che merita attenzione. Vannacci propone di dedicare i finanziamenti pubblici “esclusive” alla sicurezza interna e alla difesa nazionale, tagliando le risorse per immigrazione, cooperazione, accoglienza. 
Nel mentre, propone di rimpatriare coattivamente l’ottanta per cento degli stranieri presenti in Italia. 
Si noti la coerenza sistemica: si aumenta la spesa militare che va alla Classe Armata e si riduce la spesa sociale per gestire le conseguenze di quella spesa militare. 
Come nella barzelletta del chirurgo che opera male e poi manda il conto per le complicazioni. 
La remigrazione è anche, strutturalmente, un affare militare. 
Centri di Permanenza Temporanea, accordi bilaterali, “movimentazione coatta”: 
tutta roba che richiede personale, strutture, contratti, appalti. 
Un’altra voce nel bilancio della difesa. 
Un altro flusso di denaro pubblico verso la Classe Armata, travestito questa volta da politica migratoria. 
Colantoni lo chiama Caos Controllato e funziona sempre allo stesso modo: si produce il problema, si privatizza il profitto, si socializzano i costi, si monetizza la soluzione. 

VI. LA GROTTESCA COERENZA DEL GENERALE 

Va detto, per onestà intellettuale, che Vannacci è un personaggio coerente con se stesso. Non è un ipocrita nel senso comune del termine: non dice una cosa e ne fa un’altra in segreto. 
Il suo errore è di non vedere la propria biografia come un problema logico. 
Ha scritto che non è tra i sostenitori dell’esportazione della democrazia e dei valori universali. 
Ma per trent’anni ha operato in missioni che si chiamavano ufficialmente Operazione Libertà Duratura o NATO Enduring Freedom. 
Ha scritto di rispettare le tradizioni locali, ma ha comandato task force il cui scopo dichiarato era la caccia agli obiettivi talebani in un paese straniero. 
Non coglie la contraddizione perché non è addestrato a vederla. 
La Classe Armata è addestrata a eseguire ordini, non a interrogare la struttura di potere che li emette. 
Vannacci ha eseguito perfettamente i suoi ordini per trent’anni. 
Ora sta eseguendo perfettamente i suoi nuovi ordini: canalizzare il rancore sociale verso i più deboli, i migranti, anziché verso la struttura che li ha prodotti. 
Una funzione, questa, che la Classe Armata conosce bene. Si chiama “operazione psicologica”. 

VII. CONCLUSIONE: IL PROBLEMA NON È VANNACCI 

Sarebbe comodo concludere che il problema è Vannacci. Non lo è. Vannacci è un sintomo, non la malattia. Vannacci è la punta dell’iceberg di una classe sociale molto più vasta, molto più potente, molto più radicata nelle istituzioni europee e occidentali. 
Il problema è la Classe Armata come soggetto storico: la struttura che per sessant’anni ha convinto i governi occidentali che la pace si ottiene con la guerra, che la sicurezza si ottiene con le bombe, che lo sviluppo si ottiene con le missioni militari. 
La struttura che ha trasformato il bilancio della difesa in una rendita perpetua, sottratta al controllo democratico e sottratta alla logica economica delle classi produttive. 
Colantoni propone uno strumento analitico nuovo che non è un complotto e nemmeno una metafora ma una classe sociale con interessi materiali precisi, una razionalità propria, una capacità di riprodursi e di orientare le decisioni politiche. 
Una classe che si è consolidata con la professionalizzazione degli eserciti a partire dagli anni Sessanta-Settanta e che da allora ha incrementato sistematicamente la propria quota di ricchezza pubblica in nome della “difesa”. 
Finché questa struttura non viene messa a fuoco, analizzata, smontata nei suoi meccanismi reali, continueremo ad avere generali che prima distruggono i paesi e poi si candidano a rimpatriare i profughi. 
Con la stessa disinvoltura, con gli stessi soldi pubblici e con il medesimo applauso dei contribuenti che pagano il conto. 
La storia, come osserva Jeffrey Sachs nella prefazione al libro di Colantoni, non si spiega più senza questo strumento. 
Proviamo, almeno, ad usarlo.

Olindo Cervi che continua ad applicare contabilità e matematica in stile MMT

mercoledì 10 giugno 2026

Il ritorno della ristoratrice austera che non distribuisce pasti gratis

Veronica De Romanis è tornata.
Come ogni stagione, puntuale come la dichiarazione dei redditi e altrettanto gradita, la professoressa ci ricorda che spendere è male, tassare è peggio, e che da qualche parte nel mondo, solitamente un paese nordico citato a metà, qualcuno ha fatto le riforme giuste e ora tutti sono felici, magri e competitivi.

L'articolo si apre con una constatazione folgorante: la tentazione di aumentare le tasse è bipartisan.
Da Salvini a Schlein, passando per Bonelli e Giorgetti, tutti vogliono tassare gli extraprofitti delle energetiche.
Questo, per la professoressa, è evidentemente la prova che si tratta di un'idea sbagliata.
Ragionamento impeccabile: se destra e sinistra concordano, vuol dire che la politica è populista. Ma se concordano solo con lei, vuol dire che hanno una visione coraggiosa e controcorrente.
Il teorema della ristoratrice austera
De Romanis ci spiega che le tasse, andrebbero ridotte.
E la spesa pubblica?
Anche quella, ridotta.
Il deficit? Ridotto. 
Il debito? Ridotto.
In sostanza: tutto ridotto, tranne evidentemente gli spazi sui quotidiani nazionali dedicati a questo messaggio, che pare in costante espansione.
Il problema è un piccolo dettaglio che l'economia MMT ha la maleducazione di sollevare.
La spesa pubblica di qualcuno è il reddito di qualcun altro.
Quando lo Stato "spende troppo" per pagare un infermiere, quell'infermiere porta a casa uno stipendio, ci paga l'affitto, compra il pane e, udite udite, contribuisce alla crescita del PIL.
Si chiama moltiplicatore fiscale, concetto barbaro e keynesiano che nei circoli austeriani viene pronunciato sottovoce, come si fa con le malattie imbarazzanti.
Ma lasciamo perdere questi dettagli da manuale di economia vera.
La professoressa ha le esperienze internazionali.
Queste esperienze internazionali dimostrano che se i cambiamenti sono ben presentati il consenso politico tende a rafforzarsi.
Magnifico.
Il problema non è cosa tagli, ma come lo vendi.
La spending review diventa una questione di comunicazione. Basta presentare bene i tagli alla sanità e la gente applaude. Qualcuno avvisi Giorgia Meloni: non servono risorse, serve un bravo copywriter.
Il riferimento alle esperienze internazionali è un classico del genere.
Si evoca sempre un paese non meglio specificato tipo la Svezia negli anni '90, il Canada, la Nuova Zelanda dove l'austerità ha funzionato.
Si omette sistematicamente di ricordare che quei paesi avevano valuta propria con cambio flessibile, o che la loro ripresa coincise con un boom delle esportazioni, o che il contesto era radicalmente diverso dall'Italia del 2025.
Ma i dettagli sono roba da economisti eterodossi, categoria che De Romanis probabilmente colloca tra i no-vax e i terrapiattisti.
Gli extraprofitti: il crimine che unisce.
La cosa che più turba la professoressa è l'unanimità sulla tassazione degli extraprofitti energetici.
Tutti d'accordo = populismo.
Eppure, dal punto di vista MMT, la questione è persino più semplice di quanto sembri: le imprese energetiche hanno estratto reddito reale dall'economia durante la crisi dei prezzi, non lo hanno creato. Tassare quella rendita non è redistribuzione punitiva — è prevenire che una parte del sistema di pagamenti si concentri in modo disfunzionale, con effetti inflazionistici reali.
Ma naturalmente, spiegare questo richiederebbe abbandonare il frame "Stato cattivo che prende i soldi ai bravi imprenditori", e De Romanis quel frame se lo tiene stretto come una ciambella di salvataggio in mezzo all'oceano della complessità macroeconomica.
Conclusione: il pasto non è mai gratis, ma dipende per chi.
L'eterna illusione, dice il titolo ma l'eterna illusione è quella di un'economia che cresce sottraendo domanda aggregata, che migliora tagliandoi servizi, che diventa competitiva comprimendo i salari. Trent'anni di questa medicina e il paziente-Italia ha il PIL pro capite fermo al 2000.
Ma Veronica De Romanis tornerà.
La prossima settimana, la prossima stagione, il prossimo governo. 
Con le stesse ricette, le stesse esperienze internazionali, lo stesso tono da adulta che spiega ai bambini che i soldi non crescono sugli alberi.
Peccato che, tecnicamente, per uno Stato con sovranità monetaria, quasi ci crescano. 
Ma questa è un'altra storia.

L'autore è un mezzo economista che preferisce Lerner ad Alesina e Stephanie Kelton alla Troika.

domenica 7 giugno 2026

IL PROFESSOR BECCHETTI E LA VILLA CON I PANNELLI SOLARI

Leonardo Becchetti, economista di lungo corso e commentatore instancabile su X, ci ha regalato uno di quei post che circolano tra i radical chic come prova schiacciante della superiorità morale dell'auto elettrica. Il ragionamento è semplice, i numeri sono tondi, la conclusione è trionfante. Peccato che fotografa il mondo dalla finestra della sua villa con tettoia e pannelli solari, dimenticando che l'Italia è un Paese di condomini.
Becchetti calcola che con un'auto termica a benzina si spendono 14 euro ogni 100 km, contro i 3 euro di una Tesla caricata a casa a 0,20 €/kWh. Il risparmio è reale. Ma il problema non è il calcolo: è la premessa. "Carico a casa" presuppone di avere una casa con garage, un contatore dedicato e un posto dove installare una wallbox. Presuppone, in sostanza, di non essere la maggioranza degli italiani.

LA REALTÀ DEI CONDOMINI
L'Italia è un Paese dove la quota predominante della popolazione urbana vive in condomini, spesso costruiti tra gli anni Cinquanta e Ottanta, privi di garage privati, con i residenti che parcheggiano in strada o in cortili comuni senza alcuna infrastruttura elettrica. Per costoro, il confronto dei costi cambia radicalmente.
Chi non ha un garage privato e deve ricaricare in pubblico si trova a fare i conti con un mercato molto meno amichevole di quello immaginato dal professore. La ricarica pubblica rapida arriva in media a circa 0,85 euro al kWh, contro i 0,13 euro del PUN per la ricarica domestica.
Octopus Electroverse (https://electroverse.com/it-IT/community/ev-blogs-and-guides/quanto-costa-ricaricare-l-auto-elettrica-in-italia-).
Anche prendendo le colonnine in corrente alternata, più lente, il costo si aggira intorno a 0,65 euro al kWh. 
Al Volante
(https://www.alvolante.it/da_sapere/ricarica-auto-elettrica-confronto-costi-auto-benzina-409771)
Facciamo il conto che Becchetti si è dimenticato di fare.
Con un consumo di 11,4 kWh per 100 km (i dati del professore), i costi per 100 km diventano:
- Ricarica domestica con pannelli solari (scenario Becchetti): 0,00 euro
- Ricarica domestica da rete (scenario lavoratore dipendente con garage): circa 2,30 euro
- Colonnina pubblica AC (scenario condominio con posto auto in cortile): circa 7,40 euro
- Colonnina pubblica rapida DC (scenario città senza posto fisso): circa 9,70 euro
Il confronto con la benzina (14 euro per 100 km) diventa assai meno impressionante quando si esce dalla villa del professore e si entra nel cortile di un condominio popolare di Torino o Napoli. Con la ricarica rapida, il risparmio scende a circa 4 euro per 100 km, già ben diverso dalla narrazione di partenza. Con la colonnina AC siamo a 6,60 euro di risparmio teorico, che però non tiene conto di un dettaglio fondamentale: il tempo.

IL PROBLEMA CHE NESSUNO VUOLE NOMINARE
Chi vive in condominio senza garage non può ricaricare lentamente di notte mentre dorme. Deve portare l'auto a una colonnina pubblica, aspettare o tornare a riprenderla, sperare che sia libera e funzionante. L'Italia conta su oltre 64.000 punti di ricarica a uso pubblico, con un incremento del 27% rispetto all'anno precedente, [Elettrico per tutti](https://elettricopertutti.it/prezzi-colonnine-elettriche/) ma la distribuzione sul territorio è tutt'altro che uniforme: si concentra nelle grandi città del Nord, mentre il Sud e i centri minori restano largamente scoperti.
Chi volesse installarsi una wallbox in condominio, poi, scopre un percorso a ostacoli tutto italiano. Il costo complessivo di wallbox più installazione si colloca spesso tra 1.000 e 2.400 euro più IVA, con prezzi più alti nei condomini soggetti alla normativa antincendio dei Vigili del Fuoco. [Pony Power](https://ponypower.it/blog/wallbox-a-casa-costi-tempi-2026/) A cui si aggiunge il costo del progetto tecnico obbligatorio, che in alcuni casi ha raggiunto i 1.200 euro più IVA e contributi, con punte di 2.500 euro solo per la parte progettuale. [Forum Sui Veicoli 100% Elettrici](https://www.forumelettrico.it/forum/costi-per-installazione-wallbox-in-condominio-t38043.html)
Ammesso che si riesca a ottenere l'approvazione dell'assemblea condominiale, che si trovino i fondi per l'installazione e che il condominio sia tecnicamente idoneo, siamo già a un esborso iniziale di 2.000-4.000 euro prima ancora di aver caricato la macchina una volta. Il bonus statale, teoricamente generoso, ha una finestra operativa limitata e, per quanto riguarda le spese del 2024, si è chiuso a maggio 2025 ed è stato accuratamente poco pubblicizzato. [CasaCondominio](https://www.casacondominio.net/colonnine-auto-elettriche-in-italia-dati-costi-e-incentivi-2025/)

LA LEZIONE MMT CHE BECCHETTI NON CONOSCE
Qui entra in gioco la questione politica vera. La transizione energetica è presentata come un processo spontaneo di mercato, guidato dai prezzi relativi e dalle scelte individuali. Ma i prezzi relativi che rendono conveniente l'elettrico, per chi li sperimenta davvero, dipendono interamente da chi ha già accumulato un patrimonio immobiliare: il proprietario della villa con pannelli solari paga zero per la ricarica e incassa anche gli incentivi sul fotovoltaico. Il conduttore di un appartamento in affitto in periferia, che paga l'auto a rate e la carica alla colonnina sotto casa quando è libera, paga quasi quanto la benzina.
L'auto elettrica, nella formulazione attuale delle politiche pubbliche italiane, è un bene il cui costo operativo reale dipende in modo diretto dalla ricchezza patrimoniale pregressa. Uno strumento di redistribuzione al contrario: lo Stato sussidiava i pannelli solari dei proprietari di ville, ora sussidierà le wallbox nei garage dei proprietari di box. Il lavoratore dipendente in affitto nel condominio anni '70 è invitato ad aspettare che "il mercato maturi".
Nel 2035, quando la vendita di auto nuove a benzina sarà vietata per decreto europeo, chi non si potrà permettere la villa con i pannelli solari non comprerà l'auto col fischio. Comprerà l'auto usata a benzina del 2034, l'ultima prodotta, a un prezzo gonfiato dall'eccesso di domanda. Oppure non comprerà niente, e prenderà l'autobus, sempre che esista ancora una linea che passa da dove abita.
Il professore Becchetti potrà twittare soddisfatto dalla tettoia solare.
Olindo Cervi, che non ha la Bocconi ma i conti li sa fare anche senza pannelli solari