Ovvero: come i migliori cervelli d'Europa hanno promesso il collasso di Mosca e ottenuto una crescita del PIL del 4,3%. Applausi.
Dunque. Era il 2022. L'Europa si riuniva compatta, seria, determinata. I leader occidentali si presentavano davanti alle telecamere con la faccia di chi sta per rivelare una sentenza definitiva. E la sentenza era questa: le sanzioni alla Russia avrebbero devastato l'economia di Mosca. L'avrebbero ridotta in ginocchio. Il rublo sarebbe diventato carta straccia. Putin avrebbe dovuto cedere nel giro di mesi, schiacciato dal peso di un'economia in frantumi.
Il nostro Mario Draghi — quello che «whatever it takes», quello che i giornalisti italiani trattano come una divinità laica con la cravatta — dichiarava con la consueta solennità che le sanzioni sarebbero state «dirompenti». Parola sua. Dirompenti.
Bene. Vediamo com'è andata.
IL PIL RUSSO NEL 2024: +4,3%. GRAZIE MARIO.
La Banca Mondiale ha registrato per la Russia una crescita del PIL del 4,3% nel 2024. L'anno prima era stato +4,1%. Nel frattempo, l'Italia cresceva dello 0,7%. La Germania — la locomotiva d'Europa, quella che ci ha fatto la morale sul rigore di bilancio per vent'anni — segnava un misero +0,2%. La Francia uguale. Il Regno Unito appena meglio.
Per farla breve: la Russia sanzionata, isolata, esclusa dallo SWIFT, tagliata fuori dai mercati finanziari occidentali, cresceva sei volte più velocemente dell'Italia e venti volte più della Germania. Dirompente, sì. Ma le conseguenze dirompenti le hanno sentite soprattutto i tedeschi, che hanno scoperto che riscaldarsi d'inverno senza il gas russo costa un occhio della testa.
COME HA FATTO LA RUSSIA A SOPRAVVIVERE
Primo: la Russia ha trovato altri mercati. La Cina ha aumentato gli scambi commerciali con Mosca del 25% rispetto al 2022 e oggi rappresenta oltre il 30% del volume totale degli scambi russi. India e Turchia hanno fatto altrettanto. Le sanzioni occidentali sono state praticamente un biglietto da visita che Putin ha consegnato a Pechino per stringere accordi che prima non esistevano.
Secondo: la spesa militare ha fatto da motore keynesiano. La Russia ha investito il 6% del PIL in difesa, ha costruito nuove industrie, ha creato posti di lavoro. Il settore militare-industriale è cresciuto del 30-40% tra il 2021 e il 2023. La disoccupazione è scesa al 2,5%. I salari sono aumentati.
Terzo: il debito pubblico russo è al 16% del PIL. Per confronto, quello italiano è al 137%, quello francese oltre il 110%, quello americano il 118%. La Russia sanzionata ha i conti pubblici più in ordine di qualsiasi grande Paese occidentale.
MA ALLORA LE SANZIONI NON HANNO FATTO NIENTE?
Le sanzioni hanno creato problemi strutturali seri: meno modernizzazione tecnologica, meno investimenti stranieri, inflazione oltre il 10% nel 2024, tassi d'interesse al 21%. Ventuno per cento. Roba da brividi. Ma un «collasso»? Un'economia «in ginocchio»? La «fine di Putin»? No. Niente di tutto questo.
LA DOMANDA CHE NESSUNO FA
La domanda vera è: a chi hanno fatto più male le sanzioni? Alla Russia, che ha trovato mercati alternativi? O all'Europa, che ha pagato il gas a prezzi tripli, ha visto la propria industria in crisi energetica, e ha subito un'inflazione combattuta alzando i tassi — colpendo ancora una volta le famiglie con i mutui e le piccole imprese?
La Germania è entrata in recessione. Le bollette delle famiglie europee sono esplose. L'industria continentale ha perso competitività. Noi abbiamo sanzionato la Russia. Poi ci siamo sanzionati da soli.
LA LEZIONE CHE NON IMPAREREMO
Le sanzioni non hanno fermato la guerra. Non hanno fatto crollare il rublo. Non hanno messo Putin in difficoltà esistenziale. Hanno ridisegnato i flussi commerciali a favore della Cina, indebolito l'industria europea, e dato a Mosca l'alibi perfetto per ogni difficoltà interna.
Ma i professoroni non ammetteranno mai di aver sbagliato. Perché i professoroni, si sa, non sbagliano mai. Sbagliano i dati. Sbagliano i mercati. Sbaglia la realtà. Loro no.
Olindo Cervi — che non ha la Bocconi ma almeno controlla i numeri della Banca Mondiale
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