lunedì 17 giugno 2013

Articolo preso dal blog www.centrofondi.it dove Pierluigi Paoletti fa una lucida analisi della grande truffa perpetrata ai danni della povera gente.
Buona Lettura.
Molti di noi basano i loro giudizi sulla loro esperienza di vita e reputano quindi giusto onorare i propri debiti per non minare la fiducia che necessariamente si instaura nei rapporti fra le persone. La bravura del sistema è proprio giocare su questo spostando però la questione sul macro e senza porre i giusti correttivi.
Mi spiego meglio: tutti hanno bisogno di un mezzo di scambio se non si vuole barattare giusto? Quindi il mezzo di scambio è, o meglio dovrebbe essere, solo la rappresentazione di quanto io produco, arigiusto?
Allora facciamo 10.000 la produzione globale di un paese e 1000 la quantità del mezzo di scambio necessario a scambiare le merci e i servizi, ipotizzando che questo mezzo di scambio passa di mano 10 volte (Velocità di circolazione). Il rapporto indebitamento/PIL sarà quindi del 10%.
Questo mezzo di scambio però lo può produrre solo un privato che “giustamente” lo presta contro un interesse del 5%.
Alla fine del primo anno tutti contenti delle agevolazioni e dell’aumento della qualità della vita facilitata dagli scambi l’intero paese dovrà pagare 1050, ma per non togliere liquidità al sistema si decide di indebitarsi ulteriormente di quei 50 e quindi il 5% il secondo anno sarà calcolato su 1050 e così via.
Dopo 33 anni si avrà un debito/PIL del 50%
Il 50° anno avremo il 114% e qui si ha l’insostenibilità del debito che ha un andamento di questo tipo:
Se però ci sono voluti 50 anni per arrivare al 114% dopo altri 10 anni sarò al 200% e dopo appena 8 anni al 300%
Con questo ho semplificato al massimo tenendo un PIL costante e senza intervenire su elementi esterni, ma determinanti come ad esempio una politica che si indebita per creare consensi e non per fare investimenti o carestie, crisi immobiliari, di sovrapproduzione ecc. che avrebbero accelerato le dinamiche descritte.
 In 50 anni si intersecano almeno due,tre generazioni che non si rendono conto del macro andamento del debito perché ognuno di basa solo sulle sue esperienze di vita. Inutile dire che al 50° anno il presunto creditore  batte cassa e chiede il rientro del debito…che accade?
Quello che è già accaduto nel 1992 e accade adesso, ovvero si chiede sacrifici di tutti perché i debiti si devono onorare e in questo frangente, più si onorano i debiti, più il debito ci soffoca (riflettete sul perché a Roma gli usurai li chiamano “cravattari”).
Aumentiamo il livello di complessità mettendoci anche i debiti delle famiglie e delle imprese che si assommano a quello dello stato e portano ad esempio i “solidi” Stati uniti ad avere un rapporto debiti complessivi/PIL a più o meno 5 volte (500% del PIL!).
Aumentiamo ancora il livello di complessità? Allora mettiamo che mentre il paese, le famiglie , le imprese chiedono “liquidità” per assolvere alle funzioni primarie (produrre e consumare), il privato diminuisca la quantità di massa monetaria, M1, rastrellandola e non reimmettendola in circolo attraverso il sistema bancario da lui dipendente e quindi portando a fallimenti di imprese e insostenibilità familiari.
 Adesso rispondetemi, chi ha sottoscritto il debito? Quale plusvalore ha dato al paese il creditore se non quello di avere una tipografia? Quanta responsabilità hanno le aziende che falliscono e le famiglie che non conoscendo questo meccanismo ne sono state vittime?
Ovviamente senza niente togliere alla propria responsabilità personale negli accadimenti, pensate sempre che tutto dipenda da voi e dalla vostra capacità di restituire i debiti?
 Guardate che a parte la semplicità dell’esposizione, non capendo questo meccanismo saremo sempre vittime di un sistema che gioca nascondendo le regole e sfruttando questa situazione di forza per fini di sopraffazione.
Pensate sia possibile creare un clima di solidarietà reciproca giocando con queste regole?
Vi faccio riflettere anche su di un’altra cosa: perché le antiche religioni mettevano  a questo meccanismo azzerando periodicamente i debiti? IlPadre nostro parla di remissione reciproca dei debiti che avveniva col Giubileo ogni 50 anni, questo periodo vi dice qualcosa? l’anno sabbatico degli ebrei ogni 7 e i musulmani che addirittura bandiscono gli interessi.
Quando vi prendono dubbi di questo genere rileggete anche questo report del 2008 “Riprendersi l’anima” che ci ricorda come tutto quello che stiamo vivendo ha radici molto antiche e oggi, se lo vogliamo, possiamo modificare il corso degli eventi.

Una Domanda ? Perchè Stiglitz non ha parlato prima ?

La solita analisi lucida e perfetta del Prof. Bagnai. Alberto Bagnai e Claudio Borghi lo ripetono da una vita. Possibile che Stiglitz abbia parlato solo adesso?
Il 15 giugno è stato presentato a Parigi il Manifesto di Solidarietà Europea, una proposta di segmentazione controllata dell’Eurozona a partire dall’uscita dei paesi più competitivi, come strategia per evitare il collasso economico e politico dell’Ue. La proposta non è originale: già nell’ottobre 2010 il premio Nobel Joseph Stiglitz aveva dichiarato al Sunday Telegraph che se la Germania non avesse abbandonato l’euro, si rischiava che i governi dell’Eurozona scegliessero la strada dell’austerità, trascinando il continente in una nuova recessione. Così è stato.
L’idea di Stiglitz è stata approfondita e fatta propria da un gruppo di economisti europei con percorsi accademici e politici disparati: dai conservatori Hans-Olaf Henkel (ex-presidente della Confindustria tedesca) e Stefan Kawalec (già sostenitore di Solidarnosc ed ex-viceministro delle Finanze in Polonia), ai progressisti Jacques Sapir (economista legato al Front de Gauche francese) e Juan Francisco Martin Seco (membro del comitato scientifico di Attac in Spagna). Anche in Italia l’adesione è stata trasversale: da Claudio Borghi Aquilini (editorialista del Giornale, già manager di Deutsche Bank Italia), al sottoscritto.
La scelta della Germania
Si realizza così quanto scrivevo il 29 novembre 2011 nel mio blog, sostenendo che “l’unica soluzione razionale per la Germania è propugnare un’uscita selettiva o generalizzata”. Il partito euroscettico tedesco (Alternative für Deutschland) era ancora di là da venire, ma che si sarebbe andati a parare lì era chiaro per due motivi. Il primo è che la crisi europea trae origine dalle rigidità proprie alla moneta unica. L’euro ha falsato il mercato (portando all’accumulo di ingenti crediti/debiti esteri), e ingessato le economie (impedendo alle più deboli di reagire con una fisiologica svalutazione allo choc determinato dalla crisi americana). Il ripristino di un rapporto di cambio meno artificiale fra Nord e Sud è quindi uno snodo necessario,anche se certo non sufficiente, nel percorso di soluzione della crisi.
Il fascino del marco
Il secondo motivo, politico, è che l’equilibrio dell’Eurozona si regge su due menzogne: quella dei politici del Sud (“l’euro vi proteggerà”), e quella dei politici del Nord (“la crisi è colpa dei Pigs”). Che l’euro non ci abbia protetto è chiaro. Lo è anche il fatto che dell’origine e dell’aggravarsi della crisi è corresponsabile l’attuale leadership tedesca. Ma mentre i nostri politici non possono ora venirci a dire che l’euro è stato un errore, ai politici del Nord è più facile scaricare sui paesi del Sud la colpa e propugnare come soluzione l’abbandono dell’euro. Lo sganciamento dall’Eurozona, vissuto al Sud come una sconfitta, al Nord sarebbe visto come il riappropriarsi di un simbolo vincente di identità nazionale (il marco).
L’obiezione secondo la quale avendo la Germania beneficiato dall’euro, non vorrà abbandonarlo, è inconsistente. Certo, l’euro, impedendo alla Germania di rivalutare, le ha attribuito un’indebitacompetitività di prezzo: lo ricorda perfino il Fondo monetario internazionale (Fmi). Ma in economia non ci sono pasti gratis: nel momento stesso in cui l’euro rendeva convenienti per il Sud i beni del Nord, esso poneva le basi per il crollo finanziario del Sud, che ora è in caduta libera e non può più sostenere con la propria domanda l’economia tedesca. La conseguenza è una forte sofferenza di quest’ultima, le cui prospettive di crescita per il 2013 sono state recentemente dimezzate dal Fmi. La rinuncia al vantaggio in termini di prezzo sarebbe quindi per la Germania una manifestazione di solidarietà (consentirebbe il rilancio delle economie del Sud), ma soprattutto di razionalità.
L’uscita sarebbe anche meno costosa dell’unione fiscale: il “costo del federalismo” – ovvero l’ammontare dei trasferimenti da Nord a Sud necessari per ripristinare una situazione equilibrata senza ricorrere alla leva del cambio – è stato stimato da Jacques Sapir in quasi il 10 per cento del Pil per un paese come la Germania. Trasferimenti di questa entità sono politicamente improponibili. Se una segmentazione dell’euro è necessaria, è più razionale realizzarla lasciando che nella transizione le economie più deboli godano della relativa stabilità della moneta unica: fra euforia da “nuovo marco” e panico da “li-retta” è piuttosto evidente cosa convenga scegliere. Non si tratta però di una proposta di euro a due velocità. Il Manifesto considera la possibilità di ulteriori segmentazioni, fino a un eventuale ritorno alle valute nazionali. Un percorso non facile, ma necessario, e comunque più gestibile se realizzato in modo ordinato, con il progressivo distacco dei paesi più competitivi.
*Alberto Bagnai è professore di Economia politica all’Università di Pescara, blogger per ilfattoquotidiano.it e su goofynomics.blogspot.com

giovedì 6 giugno 2013

l nostro Fantastico Sistema Bancario.

MAURICE ALLAIS (premio Nobel per l’economia) 1988: «l’attuale coniazione di denaro “creato dal nulla” dal sistema bancario è identica allo stampar moneta da parte dei falsari, i risultati sono gli stessi. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto».
*
La definizione di “Signoraggio bancario[1] ha origini antiche e medioevali, quando esisteva soltanto il semplice “Signoraggio”. Infatti in quei tempi, quando era ancora in vigore il baratto per i piccoli scambi[2] (per esempio un cavallo in cambio di una mucca), chi possedeva del metallo prezioso (oro, argento e rame), per attribuirgli un valore ufficiale spendibile come moneta al fine di acquistare merce in Paesi lontani (ad esempio un chilo d’oro dall’Italia per una stiva ripiena di seta della Cina), poteva portarlo presso la corte del Signore o Principe dove veniva impressa l’effige del Sovrano in cambio di una percentuale minima sul valore della moneta, che era il risultato del metallo prezioso in cui era stata impressa l’immagine del Signore o Principe[3].
La differenza è che allora chi coniava moneta lo facevo su oro, argento o rame ed il beneficiario era il Signore o il Capo dello Stato, oggi chi produce moneta (le Banche) lo fa con fogli di carta filigranata a cui non corrisponde alcun controvalore effettivo e reale, ma che hanno un puro valore legale dato loro dalle Banche con l’assenso dei Governi ed i beneficiari sono le Banche stesse. In definitiva le Banche “creano” denaro dalla carta, oltretutto senza alcun costo di produzione essendo il 98% della massa monetaria circolante di tipo scritturale (vale a dire virtuale come assegni, bancomat, carta di credito etc.)[4].
Da qui la definizione di “Signoraggio” a cui in tempi recenti è stato aggiunto il termine “bancario” per indicare che il beneficiario di questa concessione non è più il Principe antico medioevale, ma le moderne banche. Ora all’origine del debito pubblico di una Nazione o di uno Stato[5] vi è proprio il “Signoraggio bancario”, che è sostanzialmente diverso dal “Signoraggio” antico[6] e medievale.
Per esempio, la “Banca d’Italia” ufficialmente o apparentementesembra essere la Banca dello Stato Italiano, ma in realtà appartiene ad un consorzio di “Banche ufficialmente private”. Lo Stato è presente nella “Banca d’Italia” solo attraverso l’“INPS” (“Istituto Nazionale Previdenza Sociale”, ente pubblico che amministra il ‘Fondo Pensioni per i lavoratori dipendenti’, fondato nel 1933) e l’“INAIL” (‘Istituto Nazionale Assicurazioni contro Infortuni sul Lavoro’, fondato nel 1933) con il 5, 6%; questo per giustificare la definizione di ‘Ente diDiritto Pubblico’ data alla “Banca d’Italia”, che in realtà è un ‘Ente di Diritto Privato’ al 94, 4% .
La “Banca d’Italia – ora filiale della “Banca Centrale Europea”, anch’essa privata - ha solo due funzioni:  
1°) controlla l’operato delle altre “Banche ufficialmente private” (in pratica le Banche controllano se stesse);  
2°) concede alle varie “Banche private” il diritto di stampare banconote.
Lo Stato non stampa moneta, le Banche sì. Poi la Banca centrale cede allo Stato la moneta stampata (ad esempio 4 milioni di euro) in cambio di “titoli di debito pubblico”, che sono una sorta di “cambiali” (corrispondenti, legalmente ma non realmente, ai 4 milioni di euro dell’esempio su riportato). Dunque lo Stato emette “titoli di debito pubblico” (“Bot, Cct, Ctz” …) e li dà concretamente alle Banche ufficialmente private, le quali li rimettono sul mercato finanziario internazionale – all’asta – per i risparmiatori che vogliano comprarli, promettendo un certo ‘interesse’ dopo un certo lasso di tempo pattuito(ad esempio il 2% annuo se tutto procede regolarmente). Quindi se il cliente compra dalla sua Banca privata ‘titoli di Stato’ per 100 mila euro, dopo un anno dovrebbe ricevere il 2% sui 100 mila euro esborsati, cioè 2 mila euro l’anno d’interessi.
Praticamente l’entità del debito pubblico, da cui deriva la politica finanziaria di una Nazione, non la decidono i Governi degli Stati, bensì i mercati finanziari, ossia circa una decina di Banche e Società finanziarie private, vale a dire l’Alta Finanza.
Allo Stato rimane solo la proprietà delle monete metalliche (a partire da 1 centesimo sino a 2 euro) coniate dalla Zecca, che valgono però solo il 2% della massa monetaria circolante.
La “Banca d’Italia”, quindi, è simile ad una buona tipografia: essa stampa una banconota, ad esempio da 500 euro, il cui costo di produzione è di circa 30 centesimi di euro tra filigrana e inchiostro e la cede alla Stato, non al costo di produzione (30 centesimi), ma al valore della banconota stessa: 500 euro. Gli immensi introiti che la “Banca d’Italia” incamera stampando cartamoneta in teoria li dovrebbe consegnare alla Stato italiano nella misura oscillante tra il 70 e il 90%, ma, in realtà, rimangono a Bankitalia in quanto le banconote emesse sono iscritte a bilancio al passivo, ossia le banconote emesse dalla Banca centrale sono iscritte  come se fossero sue, mentre sono dello Stato e la Banca le ha solo stampate, per cui i “bankster” non versano allo Stato italiano neppure un centesimo (poi parliamo di evasione fiscale!!!).
Inoltre il pezzo di carta dai 500 ai 5 euro non è venduto dalle “Banche ufficialmente private” allo Stato, seppur ad un prezzo assurdo (dai 500 ai 5 euro, invece di 30 centesimi di euro), bensì viene dato in affitto esenza possibilità di riscatto. Lo Stato per tutta la sua durata pagherà alle “Banche private” l’affitto e gli interessi su dei pezzi di cartamoneta che in teoria gli appartengono, ma che non può neppure riscattare dopo aver pagato abbondantemente l’affitto di essi.
Riassumendo: la nostra banconota da 500 euro (lo stesso vale per qualunque taglio di moneta cartacea, dai 5 sino ai 500 euro) alla “Banca Centrale Europea” è costata circa 30 centesimi di euro, mentre al popolo italiano quel pezzetto di carta colorata da 30 centesimi in filigrana, senza quasi alcun valore reale, costa ossia ha un valore legale di  5 o 500 euro più gli interessi perenni.
Questa è l’origine del debito pubblico (vera “catastrofe” finanziaria) sulla quale è vietato fare ricerche, studi e dibattiti, come sulla “shoah”, che in ebraico vuol dire “catastrofe” e non “olocausto”.
La cifra del debito pubblico dell’Italia, ricavata da dati “ISTAT”, (“Istituto  di Statistica”, eretto nel 1926) parte da 668 mila euro circa nel 1990 per arrivare ad  1 milione e 700 mila euro nel 2008; nel 2012 il Governo Monti ha superato i 2 miliardi di euro.
Ora, come abbiamo visto, il debito pubblico è costituito dagli interessi dovuti all’affitto esoso ed usuraio di semplice carta da parte delle Banche allo Stato italiano in cambio di milioni di euro. Quindi, se lo Stato si riappropriasse del diritto di stampare moneta, l’Italia non avrebbe più debiti[7].
Nazioni come l’Italia e la Germania, che  a partire dal 1929 e all’inizio degli anni Trenta hanno visto prima implodere la loro economia  e poi rinascere da quando si sono riappropriate della sovranità monetaria nazionalizzando o ponendo sotto il controllo statale le rispettive Banche Centrali Italiana o Tedesca, hanno dovuto subire la guerra cruenta, non solo finanziaria, da parte delle potenze liberal-supercapitalistiche e giudaico-bolsceviche (Usa, Gran Bretagna e Urss) ansiose di porre fine a questi pericolosi precedenti di Stato veramente sociale.
Inoltre le banconote emesse dalla privata “Banca Centrale Europea”, come del resto i dollari stampati dalla privata “Federal Reserve Bank” americana, sono soltanto dei semplici pezzi di carta, privi di valore intrinseco, anche perché dal 1971 l’America ha abolito l’obbligo della corrispondenza in oro per ogni banconota emessa.
Nell’Antichità e nel Medioevo il valore effettivo della moneta era contenuto nella moneta stessa (oro, argento e rame più l’effige del Signore). Successivamente, a partire dall’Epoca moderna e dalla Rivoluzione inglese del 1688a Londra (esattamente nel 1694), inizia a perfezionarsi lo strapotere della moneta cartacea con la nascita della privata “Bank of England”[8], la prima Banca autorizzata dal Governo a battere moneta da prestare ad interesse al Governo stesso. Infine soprattutto nel XIX secolo, con la Rivoluzione industriale, vi fu l’avvento e il sopravvento finale della moneta cartacea, nella quale tuttavia era ancora mantenuto, per ogni banconota stampata, il corrispondente valore in oro custodito nei sotterranei delle Banche centrali, ma nel XX secolo anche questo valore corrispondente in riserva aurea della cartamoneta è stato abolito e si assiste alla vittoria terminaledella carta sull’oro e di “Giuda e dell’Oro” sul ferro, sul suolo e sul sangue[9].
Nel 1944 i “grandi” della terra (Roosevelt, Churchill e Stalin) ed i Ministri delle finanze delle future potenze vincitrici della seconda guerra mondiale decisero, nell’ambito della conferenza di Bretton Woods (Usa) le politiche da seguire in materia di ricostruzione, finanza ed economia per le transazioni internazionali e specificatamente che il dollaro fosse l’unica moneta utilizzabile per i pagamenti fra Paesi aventi valute diverse; il valore del dollaro fu a sua volta ancorato a quello dell’oro (sistema aureo). Siccome a Fort Knox di oro ve n’era rimasto ben poco Nixon il 15 agosto del 1971 a Camp David annunciò di sospendere la convertibilità del dollaro in oro. Da allora le Banche centrali continuano, come se nulla fosse, a stampare moneta anche se prive di controvalore aureo reale e provviste unicamente di valore legale, conferitale dalle Banche stesse, i nuovi Dei della Modernità in adorazione del “dio” “Quat-Trino”. Infatti nelle nuove banconote non compare più la scritta “Pagabile a vista al portatore”, proprio perché non si attinge più alla riserva aurea per coniare moneta, e di conseguenza essa non può essere convertita in oro o in valore reale. In definitiva le Banche centrali emettono “legalmente” assegni a vuoto, cioè titoli privi di copertura, che però noi accettiamo come buoni, ma se noi emettessimo assegni a vuoto o scoperti alle Banche, essi sarebbero illegali e noi finiremmo in galera ed espropriati di ogni bene reale in nostro possesso. Si ripete l’aneddoto del piccolo pirata che pescava nel mare sulla sua modesta barca, che s’imbatté in Alessandro Magno, il quale gli chiese cosa stesse facendo; al che il piccolo “brigante” rispose all’Imperatore: “io faccio in piccolo senza la tua autorizzazione ciò che tu fai in grande con l’autorizzazione che viene da te stesso”. Siccome Alessandro non era un “bankster” ma un “guerriero”, pur avendo molti difetti lo lasciò andar libero, poiché anche lui sapeva che le cose stavano proprio come le aveva dipinte il “pirata”.
Attenzione! Chi affronta il tema del Signoraggio e vuole riformare il sistema bancario muore. Si pensi a  ciò che è accaduto ai quattro Presidenti degli Usa: Abramo Lincoln († 1865), James Garfield († 1881), William McKinley († 1901) e John Fitzgerald Kennedy († 1963), che, tutti – durante il loro mandato presidenziale – si proponevano di cambiare il sistema monetario americano estromettendo la Banca Centrale, la privata “Federal Reserve Bank”, dall’esclusiva emissione monetaria. I primi tre avevano cominciato a pensarlo, Kennedy lo stava mettendo in atto. Tutti e quattro furono assassinati.
Cinque mesi dopo l’uccisione di Kennedy finì l’emissione della moneta di Stato, che lui aveva autorizzato poco prima di morire, e le “banconote Kennedy” vennero ritirate.
Anche l’Italia tentò, negli anni Settanta del XIX secolo, di riappropriarsi della sovranità monetaria emettendo direttamente banconote senza passare per la Banca d’Italia; ne è prova l’emissione delle 500 lire di carta che si affiancarono alle 500 lire d’argento. Anche in questo caso la banconota di Stato ebbe vita breve; cessò infatti subito dopo l’uccisione di Aldo Moro nel 1978.
Con la futura prossima scomparsa della moneta fisica, seppur cartacea, soppiantata dalla moneta virtuale elettronica (voluta in Italia da Monti e Draghi) la nostra dipendenza dal sistema bancario-finanziario sarà totale, come totale sarà il potere delle Banche: “sopra la Banca la Patria campa, sotto la Banca la Patria crepa”.
Non a torto Léon Degrelle chiamava i banchieri “bankster” ed  Ezra Pound ha scritto: “i politici sono camerieri al servizio dei banchieri”.
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APPENDICE
Il “Monte Paschi di Siena” e il potere dell’Alta Finanza
Riporto un adattamento/riassuntivo di due articoli apparsi sul “il Giornale” e su ‘web’, i quali (se le cose che raccontano corrispondono alla realtà) mi sembrano “la prova del nove” di quanto su esposto. Li porgo al lettore perché possa constatare come Finanza, Massoneria, Comunismo, Banche, Giudaismo, Anglo/Americanismo, “Falsa Destra” siano sostanzialmente la stessa cosa sotto aspetti accidentalmente diversi e come i Governi siano diretti dall’Alta Finanza: “i politici sono camerieri al servizio dei banchieri” (Ezra Pound).
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PRIMO ARTICOLO
(Stefano Zurlo, Il Giornale, sabato, 2 febbraio 2013)
Pierluigi Bersani nel 2004 chiese ad Antonio  Fazio (ex Governatore di Banca d’Italia, rimpiazzato da Mario Draghi) di favorire l’operazione con Unipol e Bnl. L’allora governatore della Banca d’Italia fu interrogato dai magistrati a Milano su Ricucci e Fiorani e disse: “Fassino e Bersani vennero da me per la fusione”.
Il 22 marzo 2006  Antonio Fazio, travolto dalla tempesta dei “furbetti del quartierino”, viene chiamato in procura a Milano dal pm Francesco Greco. E parla di Ricucci, di Fiorani e di Antonveneta, ma poi si concentra su un dettaglio illuminante: «le posso dire – spiega al pubblico ministero  Greco – su Banca Nazionale del Lavoro che sono venuti da me Fassino ed altri a chiedere se si poteva fare una grandefusione Unipol-Bnl-Montepaschi. Io li ho ascoltati».
Il dr. Greco non molla: “Quando?”. “I primissimi mesi del 2005 o fine del 2004”. Poi Fazio articola meglio i ricordi: “Erano Fassino eBersani”.
Ma, sì, l’allora ‘Segretario dei DS’ Piero Fassino, oggi PD e sindaco di Torino, e l’allora ‘Responsabile economico dei DS’ Pier Luigi Bersani, oggi PD e suo Segretario Nazionale, bussarono alla porta delGovernatore della Banca d’Italia Antonio Fazio per proporre la creazione di un grande polo bancario in cui sarebbero confluiti Bnl,Unipol e Monte dei Paschi. Non se ne fece nulla, anche perche Fazio rispose con un secco no. Almeno in quella circostanza, salvo poi ammorbidire la sua posizione, il che non impedì che poi fosse fatto fuori lo stesso.
Come documenta persino un insospettabile Franco Bassanini che in un’intervista a Panorama ha alzato il velo dell’ipocrisia, sempre a proposito della tentata scalata della finanza rossa alla Bnl: “D’Alema eConsorte fecero pressing su Monte Paschi di Siena perche si alleasse con Unipol. Chi difese l’autonomia di ‘MPS’, come me ed Amato, venne emarginato”.
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SECONDO ARTICOLO
Nel 2008 la banca ebraico/americana Lehman Brothers dichiara fallimento per un debito di 613 miliardi di dollari. La ‘Fed’ ed il governo Usa, guidato da Barak Obama, non applicano il “Chapter 11” per il salvataggio. Il panico invade tutto il mondo finanziario. In Italia le ripercussioni sino ad oggi non sono ancora terminate.
Nell’autunno del 2007 Monte Paschi di Siena (‘MPS’) emette una delibera ufficiale firmata Gabriello Mancini con la quale vengono “ingaggiati gli advisor che dovranno gestire, controllare e riferire l’andamento degli investimenti finanziari e l’intera procedura relativa all’acquisizione della banca Antonveneta”.
Essi firmano l’accordo con tre società: J. P. MorganCredit Suisse eBanca Leonardo. Costo delle competenze: 4.980.000.000 di euro.
Scelgono anche il delegato dell’intera operazione: Giovanni Monti, il figlio dell’attuale premier dimissionario Mario Monti, in quanto ‘Direttore responsabile’ del marketing operativo europeo di J. P. Morgan, colosso finanziario statunitense. Il tutto con beneplacito della direzione di PDPDLUDC.
Due mesi dopo, un’ulteriore delibera accredita a J. P. Morgan un successivo milione di euro secco extra, di cui non esiste fattura alcuna di riscossione essendo avvenuto su ‘conto estero/estero’. Il presidente di ‘MPS’ è Muccari ed il vicepresidente che deve mettere la firma èFrancesco Caltagirone, suocero di Pier Ferdinando Casini.
Nel 2008 ‘MPS’ eroga 222.000.400 euro (duecentoventidue milioni di euro) come “cifra da devolvere come investimento di beneficenza nel territorio”.
A novembre di quell’anno, lo Stato provvede a fare un prestito voluto da Giulio Tremonti di 2 miliardi di euro al fine (cosi è scritto) “di consentire all’istituto di rispettare i parametri e i dispositivi previsti dagli accordi europei”.
Tale cifra viene investita nel seguente modo: 1 miliardo per acquistare ‘bpt’ italiani, 600 milioni in derivati scelti da J. P. Morgan (cioèGiovanni Monti jr.) e 400 milioni in “beneficenza”, di cui si occupa laBanca Leonardo che chiude una joint venture per “gestire il patrimonio nel territorio” con la Banca Mediolanum di Silvio Berlusconi.
Nel 2010 Giulio Tremonti fa avere alla banca di Siena circa 25 miliardi di euro, con i quali ‘MPS’ fa lo stesso giochetto: acquista circa 15 miliardi di ‘bpt’ e così abbassa lo spread, ne investe 9 in speculazioni azzardate ed un altro miliardo, a pioggia, nel territorio, di cui si sa poco o nulla. Per celebrare la bontà dell’operazione viene chiamato come “consulente e advisor d’aggiunta” l’on. Gianni Letta (PDL ed ex “gran consigliere” di Silvio Berlusconi) a nome di Goldman Sachs (la banca ebraico/americana per la quale lavoravano Mario Monti e Mario Draghi) a fare in modo che venga varata una delibera nei primi mesi del 2011 nella quale si sostiene che “la fondazione per fare cassa e poter dunque sostenere l’onere dell’operazione di acquisizione di banche terze, delibera di cedere il pacchetto delle proprie azioni privilegiate nell’ordine di 370 milioni di euro al nuovo advisor aggiunto Goldman Sachs, nella persona del suo consulente delegato rappresentante on.Gianni Letta”.
E così, si trovano insieme, nel 2011, la famiglia Monti, la famiglia Gianni Letta, cugino di Enrico Letta PD, la federazione del PD sia di Siena città che di Siena provincia, la famiglia Caltagirone imparentata con Pier Ferdinando Casini, con il management direttivo.
Nel solo 2010 Giulio Tremonti fa avere alla banca senese circa 40 miliardi di euro che seguono il solito giro di sempre, creando un vorticoso anello virtuale di grande salute finanziaria delle banche italiane e di tenuta della nostra economia, perché si tratta, in pratica, dello Stato che si compra i titoli da solo fingendo che li stia comprando il mercato. Ma l’economia, prima o poi, vuol sapere i conti reali.
Nel giugno del 2011 cominciano i guai. J. P. MorganGoldman SachsCredit Suisse si ritirano: “arrivederci e grazie, abbiamo fatto il nostro lavoro”.
A ‘MPS’ si accorgono che dei 32 miliardi complessivi investiti inderivati non soltanto non hanno guadagnato un bel niente, ma è tutto grasso che cola se riescono a recuperare sul mercato qualche miliardo. Devono quindi coprire il buco. Perché? Semplice: hanno messo in bilancio negli ultimi due anni le cifre dei guadagni sui derivati presentando il tutto come soldi acquisiti mentre, invece, erano virtuali. Quindi i bilanci erano truccati. Non si sa esattamente a quanto ammontino le perdite.
Lo Stato, però, in quel giugno del 2011 non ha davvero più soldi da dare a ‘MPS’, perché solo nel 2010 Giulio Tremonti ha fatto avere complessivamente al sistema bancario italiano 89 miliardi di euro, di cui circa 20 miliardi passati alle fondazioni (vicine alla Lega Nord) diBanca Carige, Banco di Desio e Brianza, Banco di Brescia, Banco Popolare di Valtellina, Banca di Sondrio (per questo la Lega Nord ha voluto Tremonti nella propria lista), che si comportano come ‘MPS’.
Ma a giugno del 2011 sono finiti i soldi. Il management di ‘MPS’ è disperato: non c’è più lo Stato a tirar fuori la grana, come si fa?
Ci penso io, dice Mario Draghi (Governatore della ‘Banca Centrale Europea’, ex Governatore della ‘Banca d’Italia’ e prima ancora ex collaboratore della Banca ‘Goldman Sachs’), “conosco gente in Europa”. E così il 10 giugno del 2011 fa avere subito 350 milioni da 12 banche europee, altri 400 milioni dallo stesso consorzio e successivi 2 miliardi da un pool di altre 19 banche europee, ma ‘MPS’ è ormai un colabrodo, perché i soldi servono soltanto a pagare gli interessi composti sui derivati. Il management, infatti, ha venduto carta straccia a valore 10 ai clienti che si sono assicurati: quella carta, a giugno del 2011, vale solo 2; quindi adesso ‘MPS’ deve pagare anche l’assicurazione. E così entra in campo lo spread.
‘MPS’ si rivolge quindi al mercato, che gli sbatte la porta in faccia, e si trova davanti a tre alternative:
a) fallire;
b) vendere titoli tossici che nessuno vuole;
c) vendere i ‘bpt’ italiani di cui ha almeno 80 miliardi con scadenza a 25 e 10 anni. Sceglie l’opzione ‘C’. Gli viene imposta da tutta la classe politica. E così, l’intera classe politica italiana (con l’aggiunta della famiglia Monti) dà il via all’operazione.
Ma il mercato è implacabile. E quelli di Goldman Sachs e di J. P. Morgan conoscono i conti veri di ‘MPS’ (li hanno gestiti loro) e così spargono la voce che la banca è disperata perché “tecnicamente” è già fallita e consigliano ai clienti di acquistare a peso morto ‘bpt’ italiani, scommettendo sull’innalzamento alle stelle dello spread italiano, puntando all’implosione del sistema economico italiano.
Il bello è che a questo giro perverso partecipa addirittura ‘MPS’, che si lancia nel luglio del 2011 in una gigantesca operazione finanziaria puntando tutto sui debiti delle banche italiane, e le altre banche italiane la seguono. Da qui, finalmente, si è riusciti a conoscere la verità.
La truffa dello spread iniziata nel giugno del 2011 non era una truffa: era reale. E non fu un attacco della speculazione internazionale, bensì un attacco suicida delle banche italiane guidato da ‘MPS’, che, per coprire le proprie perdite, vendeva sul mercato secondario miliardi e miliardi di ‘bpt’ italiani come se fossero carta straccia, diminuendo il nostro potere d’acquisto, aumentando il disavanzo pubblico e rendendosi responsabili, nonché protagonisti, dell’ultima mazzata inferta alla “Repubblica Italiana”.
Possiamo dire che nessuno sapeva? Che i politici e gli amministratori di regione, provincia e comune di Siena non sapevano?
“Come Dovevasi Dimostrare”.
~
d. Curzio Nitoglia


[1]S. Riolfo Marengo – C. D’Adda (diretta da), Enciclopedia dell’Economia, Milano, Garzanti, 1991. Su questo sito si possono leggere i miei articoli su “L’Usura” e su “Vera Economia & Plutocrazia”. Inoltre cfr. Aristotele, Politica, A, 3, 1253b, 8-14; Id.,Politica A, 3, 1258b 10 ss;  Id., Etica, V, 10, 1933a 20; Id., Politica,III, 13, 1257a 35 e San Tommaso d’Aquino, S. Th., II-II, q. 47, aa. 11-12; ivi, q. 50, aa. 1-3; iviII-II, q. 77, a. 4; ivi, q. 78, a. 1; Id.,Commento all’Etica di Aristotele, lez. 1; Id., Commento alla Politica di Aristotele, lez. 7-8; Id., Commento alla Politica di Aristotele, lib. I, capp. 5-6; Tommaso de Vio detto Cajetanus, De cambiis, cap. 5; B. Meerkerlbach, Summa Theologiae Moralis, II, n. 538; J. MEINVIELLE, tr. it., Concezione Cattolica della Politica [Buenos Aires, Corsi di Cultura Cattolica, 1932], Lamezia Terme, Edizioni Settecolori, 2011; Id., Conception Catolica de la Economia, Buenos Aires, Corsi di Cultura Cattolica, 1936.
[2] Cfr. DENIS FAHEY, The Kingship of Christ and Organised Naturalism, Cork, Forum Press, 1943; The Mystical Body of Christ and the Reorganisation of Society, Cork, Forum Press, 1945, tr. fr., Le Corps Mystique du Christ et la reorganization de la société, Saint Rémi, Cadillac, 2011. Di quest’ultimo libro sono particolarmente interessanti, quanto al tema della moneta, il Volume I, Capitolo III, § 3°: ‘San Tommaso d’Aquino e l’Economia’; § 5°: ‘Il ruolo del denaro e della moneta nell’Economia’; § 6°: ‘Tre modi di commerciare con il denaro’; § 7°: ‘L’usura’ (pp. 117-140); Capitolo XII, § 4°: “Il pensiero di Locke sul denaro”; § 5°: “Le leggi economiche diventano leggi puramente fisiche, avulse dalla morale” (pp. 390-400); il Volume II, Capitolo XVIII, § 1°: ‘I princìpi d’Economia in San Tommaso d’Aquino’; § 2°: ‘l’arte Finanziaria o Affaristica delle Banche’; § 3°: ‘l’oro come misura di valore e l’economia nazionale’; Capitoli XIX e XX: ‘I princìpi economici di San Tommaso e la funzione della misura di valore aurea’ (pp. 278-381); Capitolo XXI: ‘I princìpi politici di San Tommaso e la Rivoluzione monetaria’ (pp. 382-447).
[3] Carlo D’Adda, voce “Moneta. Valore legale e valore intrinseco”, inEnciclopedia dell’Economia, Milano, Garzanti, 1991, p. 732; Sergio Ricossa, Dizionario di Economia, Torino, Utet, II ed., 1988, voce “Moneta”, pp. 307-317; voce “Monetarismo”, pp. 317-321; voce “Macroeconomia”, pp. 273-276; voce “Finanza”, pp. 193-198; voce “Liquidità”, p. 271; voce “Interesse”, pp. 241-245; voce “Inflazione”, pp. 233-240; voce “Politica monetaria”, pp. 43-47   .
[4] R. Spiazzi, Enciclopedia del Pensiero Sociale Cristiano, Bologna, Edizioni Studio Domenicano, 1992, v. Parte II, Sezione IV, cap. II: “Il problema economico-sociale”, pp. 498-500; Parte III, Sezione III, cap. II: “Sul problema economico-socialepp. 676-694; Sezione IV, cap. I: “I primi interventi dei Papi in campo economico-sociale”, pp. 709-712; Parte IV, Sezione I, cap. I: “L’elaborazione di un pensiero sociale-economico dì ispirazione cristiana”, pp. 795-801 .
[5] Lo Stato è una Nazione provvista di un Governo. Per esempio l’Italia prima del 1870 era una Nazione, ma sotto molteplici Stati o Governi. Mentre la Svizzera è tuttora una Nazione, ma divisa in più Cantoni, Stati o Governi.
[6] Già nell’antica Roma si coniava moneta su metallo più o meno prezioso. Infatti si legge nei Vangeli che quando i Farisei e i Sadducei andarono da Gesù per farlo cadere in un tranello e gli chiesero se fosse lecito o no pagare le tasse a Cesare, ossia a Roma antica (30 d. C.), Gesù rispose loro: «datemi una moneta. Di chi è l’effige coniata su di essa? Essi risposero: “di Cesare”. E Gesù concluse: “allora date a Cesare quel che appartiene a Cesare (le tasse) e a Dio quel che spetta a Dio (l’adorazione)”» (Mt., XXII, 17).
[7] Cfr. R. Spiazzi, Lineamenti di Etica Economica, Bologna, Edizioni Studio Domenicano, 1989; Id., Lineamenti di Etica della Famiglia,Bologna, ESD, 1990, v. capitolo: L’Economia a servizio della famiglia, pp. 164-170.
[8] Cfr. Denis Fahey,  The Mystical Body of Christ and the Reorganisation of Society, Cork, Forum Press, 1945, tr. fr., Le Corps Mystique du Christ et la reorganization de la société, Saint Rémi, Cadillac, 2011, vol. II, V parte, capitolo XVII, § 1°: “La Rivoluzione inglese del 1688 e la Banca d’Inghilterra”; § 3°: “La Banca d’Inghilterra, Locke e la Massoneria; § 4°: “Locke e Burnet”; § 5°: “La Loggia della Banca d’Inghilterra” (pp. 185-197).
[9] Il generale romano Marco Furio Camillo (nel 390 a. C.) cacciò da Roma i Galli di Brenno, che volevano essere pagati a peso d’oro per lasciare l’Urbe nella quale erano penetrati. Il valoroso condottiero romano apostrofò il barbaro dicendo: “la guerra si fa col ferro e non con l’oro” e lo ricacciò al di là delle Alpi con la spada e senza l’oro. L’ultima guerra mondiale, invece, è stata definita “la guerra dell’Oro contro il Sangue”, poiché oramai il peso dell’oro era diventato superiore a quello del ferro. La spada non fu sufficiente a difendere “il solco tracciato dall’aratro”.

martedì 4 giugno 2013

Una Vera Banca Centrale!!!!!

Marcello Foa aveva scritto su "Il Giornale" questo eccezionale articolo nel 2010. Come mai nessuno ne ha parlato?
Qual è lo Stato che può vantare una disoccupazione al 4,4%? E aumenti del Pil a due cifre con incrementi dei redditi delle persone fisiche pari al 23% tra il 2006 e il 2009? Uno pensa: non può essere che la Cina. Sbagliato. Anche nell’'ansimante America c’è chi va alla grande. L'’autore di questo miracolo è il North Dakota, ovvero uno dei piccoli e in apparenza marginali tra i 50 che compongono la federazione statunitense.
La sua fortuna? Aver dato retta, tra il 1915 e il 1920, alla Nonpartisan League, un movimento locale che l’'establishment tentò di fermare bollandolo come populista, ma che in realtà era lungimirante. Quel movimento indipendente propose agli elettori del North Dakota di non aderire al Federal Reserve System ovvero al circuito finanziario imperniato sulla Fed, la Banca centrale americana. 
Pensavano, i contadini dello Stato, che non ci si potesse fidare dei banchieri di Wall Street e che fosse più saggio avvalersi di un Istituto indipendente. Il tempo ha dato loro ragione.
Il successo del North Dakota è tutto qui: pur usando il dollaro come valuta di scambio, oggi è l’unico Stato americano che non dipende dalla Federal Reserve. A garantire le sue riserve sono i cittadini, i quali, in caso di dissesti finanziari non potrebbero avvalersi dell’assicurazione federale sui depositi. Lo Stato corre un rischio, ma ipotetico: in oltre 90 anni di vita l’istituto non è mai stato in difficoltà ed è passato indenne attraverso ogni crisi.
Per legge lo Stato e tutti gli enti pubblici devono versare i fondi nelle casse della Banca centrale del North Dakota, che li usa non per ottenere utili mirabolanti, né per oliare indebitamente le banche private, ma per aiutare la crescita dello Stato. Di fatto agisce come un'’agenzia di sviluppo economico e dunque sostiene progetti d’investimento, concede finanziamenti a tassi molto bassi, nonché un numero impressionante di prestiti agli studenti a condizioni eque.
Sarà per la mentalità contadina di quella gente o per le virtù civiche sia degli amministratori della banca che dei cittadini, ma il tasso di spreco e di inefficienza è bassissimo. Per dirla in altri termini: quegli investimenti non sono sprecati in progetti insensati o improduttivi, dunque non producono carrozzoni parapubblici con interessi e prospettive clientelari, ma producono ricchezza nel territorio e dunque nuovo gettito fiscale, nuovi fondi per la banca; insomma, generano un ciclo virtuoso.
Sembra l’uovo di Colombo, ma altro non è che il trionfo del buon senso. In ultima analisi lo scopo della banca centrale di un Paese dovrebbe essere quello di agevolare uno sviluppo economico armonioso e senza squilibri finanziari o inflazionistici. La Bank of North Dakota ci riesce a tal punto da chiudere ogni anno in utile (nel 2009 per 58 milioni di dollari), denaro che torna ai legittimi proprietari ovvero ai contribuenti. Il sistema funziona così bene che diversi Stati americani vogliono imitarlo. E mica solo staterelli, anche colossi come California, Ohio, Florida, stufi di un meccanismo che negli ultimi trent’anni ha creato una ricchezza illusoria.
La Federal Reserve, infatti, non appartiene ai cittadini americani, ma alle banche, che pertanto sono i suoi azionisti di riferimento, così come, peraltro, avviene per la Banca d’Italia. Il liberista Ron Paul da anni sostiene, inascoltato, che una Banca centrale non è nemmeno contemplata dalla Costituzione americana e che di fatto tradisce lo spirito dei fondatori degli Stati Uniti d’America. Furono gli ambienti di Wall Street, nel 1914, a indurre il presidente Wilson a creare la Fed, la quale, però, nel corso dei decenni ha assunto compiti e generato dinamiche devianti, sottraendo al popolo la sovranità finanziaria.
Contrariamente alla Fed, la North Dakota Bank non ha bisogno di considerare interventi straordinari a sostegno di un’economia asfittica, né di comprare i Buoni del Tesoro invenduti, per la semplice ragione che lo Stato non ha debiti ed è addirittura in surplus. La North Dakota Bank non ha seguito la moda dei subprime, né della cartolarizzazione dei debiti, né delle altre diavolerie finanziarie escogitate negli ultimi anni dai dissennati e avidissimi manager delle grandi banche d’affari. Ha continuato ad essere una banca centrale al servizio della comunità, capace di mettere a disposizione dei privati le risorse necessarie per avviare imprese che poi non vivono di sussidi, ma secondo le regole di mercato. È la rivincita di un’America semplice e vincente, ma di cui nessuno parla mai.