venerdì 15 maggio 2026

Commento al sito ildeclinoitaliano.it gestito dai professoroni pieni di TITULI.

Ah, ragazzi, ma che goduria! Mi trovo davanti a questo capolavoro dell'ideologia dominante: "Fotografia di un declino" firmato dai due profeti della sciagura, i cari Guido Ascari e Riccardo Trezzi. Questi signori, con i loro curriculum prestigiosi fatti di banche centrali e università, hanno distillato in un libriccino tutte le perle di saggezza che hanno ridotto l'Europa in questo stato pietoso.

Sedetevi comodi, che adesso commentiamo punto per punto.

I Pilastri del Declino (Secondo Loro)

Demografia e declino: «le nascite sono in calo»

Ehilà! Il problema dell'Italia sarebbe che gli italiani non fanno più abbastanza bambini. Ma avete mai pensato, cari professori, che la gente non fa figli perché con i vostri salari da fame e la vostra precarietà glorificata, mantenere un figlio è diventato un lusso da ricchi? Invece di garantire un reddito e servizi pubblici decenti, voi andate a dire che mancano le culle.

Bell'inizio : forza che andiamo avanti

Produttività: «un lavoratore italiano produce come 20 anni fa»

Ah, la sacra mucca della produttività! Il mantra dei tecnocrati. Secondo voi la gente produce poco perché non è abbastanza "innovativa" o "qualificata". Il fatto che la domanda interna sia stata affossata da decenni di austerità e tagli alla spesa pubblica, questo non vi sfiora nemmeno l'anticamera del cervello. Forse se ci fosse lavoro e paga decente, la gente avrebbe anche voglia e tempo per qualificarsi. Ma per la vostra visione miope, l'unica soluzione è ancora più flessibilità e tagli.

P.A. inefficiente e spesa pubblica a pioggia: «quasi 500 miliardi di stimoli senza crescita»

Ecco, adesso veniamo al vostro cavallo di battaglia. Buttate lì i famosi 500 miliardi di "stimoli" che non hanno prodotto nulla. Ma scusate, secondo la vostra religione del "lato dell'offerta", iniettare liquidità in un'economia in stallo senza toccare i veri nodi è come versare acqua in un secchio bucato. Peccato che voi consideriate lo Stato come un'azienda in perdita che deve essere messa a dieta, non come l'unico ente che può creare moneta sovrana per rimettere in moto la domanda. La vostra ricetta perenne, condivisa da tutte le banche centrali per cui avete lavorato, è stata: tagli, più tagli e, se non basta, ancora tagli. E vi meravigliate che l'economia non cresca?

Salari e produttività: «i salari reali possono crescere solo se aumenta la produttività»

Questa è la perla più bella di tutta la collana, degna di un manuale di economia per negati. Cioè, secondo la vostra "teoria", la paga non è un costo, né un diritto, ma una ricompensa che arriva solo dopo aver prodotto di più. Peccato che sia il contrario! Con la domanda distrutta e la disoccupazione tenuta alta apposta per tenere bassi i salari, come diavolo fa la gente ad avere i soldi per comprare ciò che produce, stimolando così innovazione e crescita? La vostra logica è quella del servo della gleba che deve sgobbare per il signore nella speranza di ricevere una lira in più. Vergognatevi.

Spreco PNRR: «un fiume di denaro distribuito a pioggia senza riforme»

Perfetto. Secondo voi l'Italia ha sprecato i soldi del PNRR perché non ha fatto le riforme strutturali che chiedevate voi. Ma qual è la vostra soluzione magica? La spending review e la lotta al lavoro nero. Cioè, la solita ricetta: tagli alla spesa pubblica e flessibilità del lavoro per aumentare la competitività. Una roba che avete già applicato in Grecia e Portogallo, riducendo quei paesi in polveroni fumanti. E ora venite a insegnare a noi come si gestisce una crisi? Mi astengo dai commenti perchè diventerei offensivo.

Unione Europea: "alcune regole di bilancio vanno rispettate per non far scappare gli investitori"

Questa è la vostra scusa finale, il vostro parafulmine. "Non possiamo fare altrimenti, signora mia, perché l'Europa ce lo impone". Ma scusate, non siete voi e i vostri simili ad aver scritto quelle regole assurde come il Fiscal Compact? Non siete voi ad aver trasformato l'Europa in un club di banchieri che puniscono i popoli? E ora vi nascondete dietro le stesse regole che avete contribuito a creare per giustificare la vostra immobilità. Siete dei vigliacchi.

La MMT? "Un'eresia che causerebbe iperinflazione"

Veniamo ora all'accusa finale: la MMT, la Teoria Monetaria Moderna, l'idea che uno stato sovrano che emette la propria moneta non possa fallire, sarebbe una follia. Ma ditemi, cari economisti mainstream, la vostra ricetta di austerità, flessibilità e tagli alla spesa pubblica in Europa ha prodotto: disoccupazione gigantesca, deflazione, servizi pubblici a pezzi, populismo e odio. Avete distrutto due continenti con le vostre teorie, e adesso vi scandalizzate di chi propone un'alternativa seria?

Secondo la MMT, e non è una scoperta, la disoccupazione esiste perché un governo sovrano decide di non creare abbastanza moneta per raggiungere la piena occupazione. Ma questo per voi è secondario. L'importante è che i conti tornino, che l'inflazione non salga, anche se la gente muore di fame.

Conclusione

Insomma, cari Ascari e Trezzi, siete il perfetto esempio di come l'economia sia diventata una teologia al servizio dei potenti. Le vostre analisi sono dettagliate, le vostre fonti sono precise, ma la vostra visione del mondo è così miope e dannosa da far rabbrividire. Continuate pure a piangere sul declino, intanto che la gente soffre, i servizi crollano e l'Europa si sgretola sotto il peso delle vostre idiozie. Noi, i cattivi della MMT, continueremo a proporre soluzioni serie.

Ora, se volete scusarmi, ho un mare di soldi virtuali da stampare per finanziare un ponte. Vi saluto cordialmente.

Olindo Cervi

giovedì 14 maggio 2026

QUELLO CHE CHRISTINE NON DICE: ELOGIO DEL PIROMANE E CRIMINI DI GUERRA MONETARIA

Ovvero: la letterina d'amore della Lagarde, il Premio Carlo Magno a Draghi, e quel fastidioso dettaglio dei bambini morti in Grecia che ad Aquisgrana nessuno ha ricordato.

Care lettrici e cari lettori, prendetevi un caffè forte. 

Anzi, prendetevi direttamente la bottiglia di amaro, perché oggi dobbiamo commentare la letterina che Christine Lagarde ha scritto a Mario Draghi in occasione del Premio Carlo Magno. Un testo che farebbe impallidire una serenata di Gigi D'Alessio, ma con più spread e meno sentimento vero.

La presidente della Banca Centrale Europea si è commossa. Ha sciorinato un panegirico che recita più o meno così: “Caro Mario, hai risposto alla chiamata quando serviva di più. Il tuo whatever it takes ha reso l'euro irreversibile. Hai fatto emergere l'Europa più forte. Sei un vero statista europeo.”

Mentre leggevo, mi è venuta in mente una scena. 

Un tizio viaggia in autostrada contromano, riesce miracolosamente a schivare tutti, si ferma un metro prima del burrone, scende dall'auto e la folla lo acclama: "Eroe! Hai salvato la patria!". 

Ecco, il Premio Carlo Magno a Super Mario è esattamente questo. 

Solo che l'autostrada contromano l'aveva imboccata lui stesso (o la sua istituzione), e nel frattempo ha investito qualche pedone. Ma ad Aquisgrana erano tutti troppo eleganti per parlarne.

La chiamata: rispondere quando il paziente è già in coma

Proviamo a tradurre la letterina dal banchiere-centrico all'italiano corrente, usando quel po' di lenti MMT che abbiamo a disposizione.

“Hai risposto alla chiamata quando serviva di più” significa: hai aspettato che la Grecia venisse rasa al suolo, che la Spagna toccasse il 25% di disoccupazione, che l'Italia venisse umiliata dalla letterina della BCE del 2011 (firmata da un altro, ma la ditta è la stessa), e che mezzo continente finisse in depressione per colpa di regole fiscali scritte da sadici contabili. Solo quando il fuoco è arrivato a lambire i BTP, cioè i titoli che tengono in piedi il castello di carte delle banche francesi e tedesche, solo lì Mario ha sentito la vocazione. Un po' come i Ghostbusters, ma quelli arrivavano subito. Draghi è arrivato quando il palazzo era già stato giudicato inagibile, e solo perché stavano bruciando anche gli attici dei piani alti.

L'irreversibilità: quando un discorso vale più di uno Stato

“Il tuo whatever it takes ha mostrato che l'euro è irreversibile” è il passaggio comico più alto, signori. L'euro è irreversibile perché un giorno un banchiere centrale si è alzato, ha messo la giacca di Brioni, è andato a Londra e ha detto quattro parole magiche. 

Capite la potenza? Non servono politiche fiscali comuni. Non serve una garanzia di piena occupazione. Non serve uno Stato che spende la sua moneta per i suoi cittadini. No. Basta un discorso.

È come se io vi dicessi: "Casa mia è antisismica". "Ah sì, e come mai?" "Perché l'ho detto, con enfasi, in un convegno a Londra." E la cosa incredibile è che il mondo intero gli ha creduto.

L'eurozona, ha creato un sistema in cui i Paesi membri diventano ostaggi dei mercati, come il più instabile dei Paesi in via di sviluppo con debito in valuta estera. 

Il whatever it takes non è stato un colpo di genio della statualità europea. È stata l'ammissione implicita che il sistema è un cannone puntato alla tempia dei popoli, e che la BCE ha il potere di abbassare il grilletto o meno a seconda dell'umore. 

Nel 2011 ha premuto il grilletto (con tassi alzati in piena crisi del debito, ricordate Trichet?). 

Nel 2012 Draghi ha deciso di togliere il dito. E per questo gli diamo il Carlo Magno. Magnifico.

La vera irreversibilità che non vi raccontano

L'euro non è diventato irreversibile con un discorso ma è diventato una gabbia irreversibile per le politiche pubbliche. 

Per salvare la moneta unica, avete blindato l'austerità nei Trattati. 

Avete inventato il Fiscal Compact, il MES, il Two-Pack, il Six-Pack. 

Un'orgia di regole che impediscono a uno Stato di spendere per assumere infermieri, ma permettono alla BCE di immettere migliaia di miliardi a tasso zero per le banche private. 

Whatever it takes è stato il salvagente per la finanza, ma per i lavoratori è rimasto il whatever: qualunque cosa, purché non vi venga in mente di alzare i salari o finanziare la sanità pubblica.

La Lagarde ora piange di gioia perché "l'Europa ne è uscita più forte". 

Più forte per chi, Christine?

Per un rider di Barcellona? Per un infermiere di Napoli? Per una cassaintegrata di Atene? 

O più forte per BlackRock, che nel frattempo ha comprato mezza Europa a prezzi di saldo grazie alla distruzione della domanda aggregata che voi stessi avete scientemente orchestrato?

E ora arriviamo al punto. 

Il punto che Christine nella sua letterina omette con la grazia di un elefante in una cristalleria. Il punto che trasforma questa farsa in un atto d'accusa.

Quello che Christine non dice: la Grecia e l'ELA

Perché se volete sapere cos'è veramente il coraggio di Mario Draghi, dovete andare a chiederlo in Grecia. 

Non ad Atene, ai ministri ma dovete andarlo a chiedere nei reparti pediatrici di Salonicco, negli ambulatori di Patrasso, nelle case delle famiglie che nel 2015 hanno pianto un bambino mai nato o morto prima di poter parlare.

Nel 2015 la Grecia, già in ginocchio dopo cinque anni di cure lacrime e sangue imposte dalla Troika, elegge un governo che ha l'ardire di dire: "Forse il paziente non può essere curato dissanguandolo". Il governo Tsipras, con Yanis Varoufakis ministro delle Finanze, prova a mettere sul tavolo una parola che a Francoforte suona come una bestemmia in chiesa: ristrutturazione del debito.

La risposta della BCE non fu un negoziato ma fu un ultimatum per interposta banca. 

Draghi chiuse i rubinetti dell'ELA, l'Emergency Liquidity Assistance, cioè il prestito di emergenza che teneva in vita le banche greche. Senza quella liquidità, le banche non possono aprire gli sportelli. Lo Stato greco è costretto a imporre il capital control e a chiudere le banche a chiave.

I cittadini possono prelevare 60 euro al giorno. Sessanta. Nemmeno il costo di una visita specialistica privata. Le imprese non possono pagare i fornitori esteri. Il sistema sanitario, già devastato dai tagli, va in tilt perché mancano i soldi per importare medicinali salvavita. Ed è qui che accade l'irreparabile.

La mortalità infantile, che in un Paese civile dovrebbe scendere tendenzialmente a zero, si impenna. Non sto esagerando. Ci sono studi accademici, pubblicati su riviste peer-reviewed, che dimostrano come dopo il 2010 la Grecia abbia visto un aumento significativo dei nati morti e della mortalità neonatale e infantile. Un'inversione di tendenza che in Europa non si vedeva da decenni. La causa? L'austerity imposta con il cappio al collo, e poi stretta fino allo strangolamento proprio da quegli strumenti che la BCE maneggia come un bisturi senza anestesia.

La BCE è l'emittente monopolista dell'euro. Non ha mai un problema di liquidità. Può creare euro premendo un tasto. La chiusura dell'ELA non fu una necessità tecnica. Fu una decisione politica deliberata, presa da un organo non eletto, contro un governo eletto, usando come arma di distruzione di massa la valuta che dovrebbe "servire" i cittadini europei. 

Fu terrorismo monetario e una decisione consapevole, presa nel silenzio ovattato di una riunione del Consiglio direttivo, che si tradusse in una condanna umanitaria immediata per i più fragili.

Allora torniamo alla domanda che sorge spontanea: come dobbiamo chiamare uno che, per imporre una linea politica (perché di questo si trattava: piegare un governo democraticamente eletto), decide di affamare di liquidità un intero Paese, sapendo perfettamente che a pagare il prezzo più alto sarebbero stati i poveri, i malati cronici, le donne incinte e i neonati?

"Banchiere" è un eufemismo. È come chiamare "dispettoso" uno che ti taglia i freni della macchina. "Statista", poi, è una bestemmia.

Se applicassimo le stesse categorie che usiamo per i crimini contro l'umanità – dove la privazione deliberata di mezzi di sussistenza essenziali per sottomettere una popolazione rientra tra gli atti perseguibili – forse dovremmo smetterla di parlare di "tecnocrati che sbagliano" e iniziare a parlare di responsabilità individuali per la morte di innocenti. 

"Criminale" è una parola forte. 

Ma se guardiamo ai corpi, ai bambini mai nati o morti prima di poter parlare, alle cure negate, è l'unica parola che abbia un peso specifico pari alla realtà. 

Tutto il resto – "statista", "banchiere", "tecnico", "premio Carlo Magno" – è maquillage per necrologi scritti da chi non ha mai messo piede in un ospedale di Salonicco nel 2015.

Il colmo della commedia

Il bello, si fa per dire, è che lo stesso Mario, anni dopo, da premier italiano, si è trovato a che fare con i nodi strutturali dell'eurozona che lui stesso, quando era a Francoforte, aveva contribuito a stringere come un cappio. La storia non è ironica, è sadica.

E il premio porta il nome di Carlo Magno. Il tizio che ha forgiato un impero con la spada, l'omelia e l'accentramento del potere. Almeno lui, per mettere insieme mezza Europa, non ha avuto bisogno di strangolare l'economia della sua periferia fino ad ammazzarne i bambini. L'ha conquistata, ci ha messo un po' di monaci amanuensi, e via. Voi invece avete creato un Sacro Romano Impero della Deflazione, dove il re è un banchiere centrale che parla per enigmi e usa la liquidità come arma di ricatto, e la regina Christine scrive letterine d'amore come una quindicenne su Tumblr mentre sorvola le fosse comuni della Troika.

Conclusione: la medaglia al re nudo

Cara Christine, grazie per averci ricordato cosa significa davvero "statualità europea": avere il potere di distruggere e ricostruire a piacimento, e poi farsi applaudire dagli amici nella cattedrale di Aquisgrana. La tua letterina è un gioiello di ipocrisia che incornicia perfettamente la tragedia di questa generazione.

Noi, nel nostro piccolo blog eretico, continuiamo a pensare che l'euro sarebbe stato "irreversibile" fin dall'inizio se solo aveste permesso alla BCE di agire come una vera banca centrale, finanziando direttamente la spesa fiscale per la piena occupazione, invece di obbligare intere nazioni a elemosinare credito sui mercati e poi punirle con la fame di liquidità quando osavano dissentire.

Godetevi il premio, Mario. Dopotutto, convincere un intero continente che il vostro piromane è in realtà il pompiere capo, e che il ricattatore è uno statista, richiede un talento sopraffino. Un talento che evidentemente possiedi, visto che Christine si commuove e il mondo applaude.

E tu, Christine, conserva quella lettera. Un giorno, quando l'eurozona imploderà per davvero sotto il peso delle sue assurdità, potremo leggerla insieme. E sarà uno dei più bei monologhi comici della storia economica. Anche se, a dire il vero, per chi in Grecia ha perso un figlio, la commedia è già finita da un pezzo.

Restiamo vigili. E ricordiamo sempre: il Whatever It Takes è il riconoscimento che il re è nudo. 

Solo che invece di vestirlo, gli avete messo una medaglia e il sangue sulle mani, evidentemente, non macchia lo smoking.

Olindo Cervi

mercoledì 13 maggio 2026

Perle di saggezza della Signora De Romanis

Oggi abbiamo la nostra ristoratrice che ha smesso di servire pasti gratis, la Signora Veronica De Romanis, che ha pubblicato su X questo bellissimo post :

Meloni: "Pnrr, abbiamo incassato la 9 rata, quindi stiamo lavorando bene" Allora, l'efficacia di un piano non si valuta dalla spesa bensì dal Pil prodotto

Rispondo in chiave ironica perchè roba simile merita ormai solo ironia

Carissima Professoressa dell'austerità espansiva,

Mi lasci essere chiaro: lei sta confondendo i vincoli finanziari con i vincoli reali. 

Questo è l'errore fondamentale di tutta la sua generazione di economisti.

Quando dice che lo stato deve fare avanzo primario, sta essenzialmente dicendo che il settore pubblico deve drenare più risorse finanziarie dal settore privato di quante ne immetta. 

Ma sa cosa significa questo in termini contabili? 

Che il settore privato sta accumulando debito o riducendo la propria ricchezza finanziaria netta.

È matematica, non opinione.

Sul PNRR: 

il problema non è se Meloni 'incassa le rate'. 

Il problema è che ragionate ancora come se lo stato fosse un'impresa familiare che deve 'trovare i soldi'. 

L'Italia spende gli euro che può creare. 

Il vincolo non sono i soldi, il vincolo sono le risorse reali disponibili - lavoratori, materiali, capacità produttiva.

Se hai disoccupazione, fabbriche sottoutilizzate, giovani che emigrano, HAI RISORSE REALI INUTILIZZATE. 

In questa situazione, fare avanzo primario è come avere fame e rifiutarsi di mangiare perché 'non è prudente'. 

L'austerità in presenza di risorse inutilizzate non è prudenza, è stupidità economica.

Sul PIL: ha ragione su un punto - la spesa fine a se stessa non serve. 

Ma non per i motivi che crede lei. 

Serve a impiegare risorse produttive in modo intelligente. 

Se costruisci infrastrutture utili, formi lavoratori, finanzi ricerca, quel PIL in più è reale, non è inflazione. 

È produzione aggiuntiva che altrimenti non ci sarebbe stata.

La 'credibilità' di cui parla è la credibilità verso i mercati finanziari. 

Ma quale credibilità è più importante: quella verso i mercati o quella verso i cittadini che non hanno lavoro? 

I mercati possono sempre essere soddisfatti - basta alzare i tassi di interesse. 

Ma i cittadini disoccupati non tornano a lavorare per magia.

Sull'austerità espansiva: è una favola che vi raccontate per non ammettere che avete torto e che con le teorie neoliberista avete desertificato due continenti. 

Ogni volta che l'avete applicata - Grecia, Italia, Spagna - avete ottenuto recessione, più disoccupazione, e sì, spesso anche più debito/PIL perché il denominatore si è rimpicciolito più del numeratore.

Il vero problema del PNRR non è se si spende 'troppo' o 'troppo poco'. 

È se si spende bene.

 Ma questo non si misura con l'avanzo primario, si misura con: quanti posti di lavoro crea? Quanta produttività aggiunge? Risolve problemi reali?

I neoliberisti non capiscono che il denaro è solo un punteggio, un mezzo di coordinamento.

Le risorse reali sono ciò che conta.

Con rispetto,

Olindo Cervi

domenica 10 maggio 2026

la solita bugia delle privatizzazioni tanto care ai professoroni pieni di TITULI

Qui abbiamo qualche problemino di propaganda che viene come al solito smentita dalla matematica.
Questo professorone pieno di TITULI scrive questo post
Per smentire quello che il professorone sta affermando con sicurezza, basta citare i numeri degli Stati ove le ferrovie sono controllate dallo Stato in quanto infrastrutture strategiche che, in un mondo normale, i privati non dovrebbero gestire.
Due Stati a caso che hanno realizzato importanti infrastrutture ad alta velocità a controllo assoluto statale.
La Cina è la Russia.
Vediamo di riportare la discussione sui binari della realtà, perché qui non si tratta di opinioni ma di numeri facilmente verificabili.
Il nostro professorone sostiene che la liberalizzazione in Italia abbia portato "prezzi più bassi". 
Più bassi di cosa? 
Il paragone non è con il passato, ma con il mercato globale ed è qui che la balla colossale prende forma.
Prendiamo la spina dorsale dell'alta velocità mondiale:
1. Italia vs Cina (l'alta velocità più estesa al mondo)
· Pechino - Shanghai (1.318 km): Circa 60€ a tariffa piena in 2ª classe (circa 4 ore e mezza di viaggio) .
· Roma - Milano (circa 570 km): In un giorno feriale medio, Italo e Frecciarossa viaggiano tra i 55€ e i 90€ (in Standard/Economy).
Il costo al chilometro in Italia è drammaticamente più alto, spesso più del doppio o triplo rispetto alla tariffa piena cinese .
2. Italia vs Russia
Ok, la Russia non ha un'alta velocità paragonabile sulla lunga distanza, ma ha il "Sapsan" sulla tratta Mosca - San Pietroburgo (circa 650 km). Anche qui, con le tariffe dinamiche, la forbice è ampia, ma le offerte partono spesso da cifre irrisorie sotto ai 10 euro.
Il prezzo base italiano parte molto più in alto.
Il "metodo" del disinformatore:
Citare i dati a spot come "150 treni nuovi" e la frequenza Milano-Roma è il classico specchietto per le allodole. 
La frequenza è altissima? Vero. 
Ma questo non rende automaticamente i prezzi bassi se confrontati con il resto del mondo. 
Anzi, la ricerca RAILMARKET.com ha certificato che proprio l'Italia è il paese dove il viaggio in treno incide di più sullo stipendio medio (lo 0,45% del reddito mensile per la tratta Roma-Milano), superando persino la costosissima Svizzera in termini di impatto reale sulle tasche dei cittadini .
Conclusione: In Italia i prezzi sono scesi rispetto al monopolio di 15 anni fa? 
Forse, in alcune fasce promozionali. 
Ma definire il nostro sistema "più economico" usando il mondo come metro di paragone è una disinformazione talmente colossale che nemmeno Transsiberiana riuscirebbe a coprirne la lunghezza .
Per concludere, ricordo che la Cina costruisce reti AV che attraversano deserti e montagne a costi al chilometro che in Occidente ci sogniamo. Ma questa è un'altra storia... forse il nostro esperto dovrebbe prendere un treno per Pechino e studiare, anziché twittare.

venerdì 8 maggio 2026

Cronache dal manicomio europeo: come autodistruggersi comprando gas russo a caro prezzo

Se l'Unione Europea fosse una startup, il pitch per gli investitori sarebbe più o meno questo:

"Abbiamo volontariamente tagliato i ponti con il nostro fornitore di energia più economico, per poi ricomprare la stessa identica energia dal medesimo fornitore, ma liquefatta, trasportata via nave e pagata quattro volte tanto. Nel frattempo finanziamo una guerra che non possiamo vincere, facciamo chiudere le nostre industrie, e quando i nostri cittadini non riescono a pagare le bollette, spieghiamo loro che è moralmente edificante soffrire per la democrazia ucraina. Ah, e il nostro principale alleato militare ci ha appena tolto il saluto perché non l'abbiamo aiutato in un'altra guerra che sta perdendo. Siete Interessati?"

Partiamo dal capolavoro energetico. La Commissione von der Leyen, con la stessa lungimiranza di chi porta l'ombrello bucato sotto il diluvio, aveva solennemente promesso: "Entro il 2027 azzereremo il gas russo!". Applausi, medaglie, selfie commossi.

I dati del 2026, però, raccontano che le importazioni di GNL russo verso l'UE sono aumentate del 20,8% e la Spagna ha incrementato gli acquisti del 124%. Perché? Perché il gas via tubo – quello che costava poco e rendeva competitiva l'industria europea – è stato santamente demonizzato, ma il GNL russo – che è lo stesso gas, solo più caro e con l'impronta carbonica di una petroliera – va benissimo. È come giurare di non bere più vino e poi farsi spedire la stessa identica bottiglia da un corriere in bicicletta, pagandola il triplo.

Claudio Descalzi, AD di Eni, prova a riportare la discussione sul pianeta Terra: "Scusate, ma il divieto del 2027 non ce lo possiamo permettere". Meloni annuisce sperando in una tregua prima di quella data. Nel frattempo, l'Ungheria compra gas via Turkstream e fa spallucce. La Germania finge di non vedere. La Francia alza il sopracciglio e stappa un Bordeaux. È l'Europa, bellezza.

Il fronte ucraino: dimenticato come un calzino spaiato

Nel frattempo, in Ucraina si combatte ancora. Ma silenzio!!, non ditelo ai media, perché la guerra in Iran ha rubato la scena. Marzo è stato un mese di quasi totale immobilità: complici il fango e la cronica mancanza di munizioni, i soldati ucraini sono stati invitati a resistere con lo sguardo fiero e le preghiere. Peccato che i Patriot che gli europei avevano comprato dagli americani non arriveranno mai, perché gli USA hanno esaurito le scorte e hanno bisogno di 5-6 anni per rifarle. Tempo perfetto per una guerra in corso.

I russi avanzano, accerchiano, creano "calderoni". 

Gli ucraini, eroicamente, vengono sacrificati in difese disperate che evocano paragoni storici imbarazzanti con la Wermacht nazista. 

Intanto l'Europa stanzia altri miliardi, definiti pudicamente "prestiti", che tutti sanno non torneranno mai indietro. Ma del resto, perché preoccuparsi? Tanto paga il cittadino europeo, che ormai ha il portafoglio così bucato da usarlo come scolapasta.

Poi arriva il colpo di grazia: Donald Trump annuncia il ritiro di parte delle truppe americane dall'Europa. 

Motivo ufficiale? "Non ci avete aiutato contro l'Iran". 

Motivo reale? Agli Stati Uniti dell'Europa non gliene è mai fregato nulla, ma almeno prima fingevano.

La NATO, sentenzia l'analisi, è "morta". Gli USA non sono più alleati, ma competitor con interessi divergenti. La cosa sarebbe anche gestibile, se solo l'Europa avesse una briciola di visione strategica invece di una federazione militare ridicola e una Commissione che produce più disastri che direttive sulla curvatura dei cetrioli.

A questo punto l'Italia, dodicesima potenza mondiale per spesa militare e settima economia del pianeta, dovrebbe svegliarsi. Invece no. Continuiamo a discutere di posture strategiche mentre Sigonella è un bersaglio potenziale e i nostri governanti fanno propaganda e litigano sui social. Ormai non abbiamo più governanti ma influencer sui social.

E qui veniamo alla parte più esilarante, quella economica. 

L'Unione Europea – udite udite – consente il debito per il riarmo, ma non per la crisi energetica. È come se un medico ti vietasse di comprare le medicine per la polmonite ma ti autorizzasse ad acquistare una bara di lusso.

La Modern Money Theory (MMT) lo spiega da anni: uno Stato che emette moneta sovrana non può "finire i soldi" come una famiglia indebitata. Può sempre creare le risorse necessarie, purché abbia materie prime, forza lavoro e impianti produttivi. Il limite è l'inflazione, non il "bilancio". Ma nell'Eurozona, i singoli Stati hanno rinunciato alla sovranità monetaria senza costruire un'unione fiscale degna di questo nome. Risultato? Siamo ostaggi di regole contabili scritte da tecnocrati che sembrano usciti da un romanzo distopico di Kafka.

Il vero scandalo non è che l'Europa "non ha soldi" per l'energia. È che sceglie deliberatamente di non averli. 

Poi, quando serve, stampa trilioni per salvare banche o finanziare carri armati. 

I soldi per le bollette dei cittadini? Ah no, quelli sono inflazionistici. 

Quelli per i missili? Ottimo investimento. 

Qui la logica si è suicidata.

A questo punto, verrebbe da suggerire – in chiave puramente comica, s'intende, siamo persone civili – che chi ha governato questo disastro dovrebbe dimettersi all'istante e, perché no, affrontare un rapido plotone d'esecuzione metaforico. 

Niente di cruento, per carità: basterebbe una fucilazione simbolica in piazza, con proiettili di gommapiuma, per ribadire che l'incapacità manifesta non dovrebbe essere un titolo di merito per restare in carica, ma piuttosto la premessa per un dignitoso esilio in qualche isola sperduta, lontano da qualsiasi decisione che riguardi la vita dei cittadini.

È una battuta, ovviamente. Ma come tutte le battute, nasconde un fondo di verità. 

Se l'Europa non ritrova un briciolo di realismo, pragmatismo e – osiamo dire – intelligenza, saranno i popoli a emettere il verdetto.

E non serviranno fucili, basteranno le urne. Sempre che, nel frattempo, non abbiano congelato anche quelle per mancanza di fondi.

Olindo Cervi

domenica 26 aprile 2026

Lunghissimo dialogo con Il professorone neoliberista pieno di TITULI che andrebbe abolito per legge come il nazismo.

Rispondo ai professoroni che hanno generato nazioni in fallimento e desertificato e impoverito due continenti e che, nonostante questo, continuano a pontificare a suon di puttanate economiche.

Mi chiamo Olindo Cervi, e non sono un professorone. 

Ho una laurea magistrale in Economia e Commercio, conseguita quando l'università ti insegnava ad analizzare e a mettere in dubbio tutte le cose che ti raccontavano, secondo il miglior principio di Socrate. "So di non sapere".

E più studiavo, più capivo che chi affermava con troppa sicurezza stava nascondendo qualcosa. 

Poi ho lavorato all'IBM quando l'IBM era un'azienda seria, quando i computer non erano aggeggi per postare foto di gattini ma macchine che processavano dati, che seguivano algoritmi, che se sbagliavi una virgola ti restituivano un errore. 

Lì ho imparato una cosa fondamentale: se il sistema va in crash, non è colpa dell'utente. 

È colpa di chi ha scritto il codice. E se il codice fa schifo, lo riscrivi. 

Non incolpi il computer. 

E oggi faccio il libero professionista, libero di pensare quello che mi pare senza dover rendere conto a nessuno. Una licenza di volo intellettuale che mi sono guadagnato sul campo.

Ecco perché, quando leggo certe cose, quando sento certi professoroni PIENI DI TITULI pontificare dalla cattedra, mi scatta il riflesso condizionato del vecchio sistemista: qui il codice è pieno di bug, e questi continuano ad agire come se nulla fosse.

Ah, il professorone ha parlato. 

Si è alzato dalla cattedra, si è aggiustato il completo grigio, ha respirato forte e ha sentenziato: 

«Il Superbonus ha creato un buco di bilancio! Lo Stato si è indebitato!». 

Applausi in sala, gli studenti annuiscono come automi, la Banca Centrale Europea sorride compiaciuta, il *Financial Times* titola: «Italia, ennesima prova di dissolutezza mediterranea».

Peccato che sia tutto una PUTTANATA SIDERALE. 

E lo dico da analista, abituato a leggere i dati, non i titoli dei giornali. 

Il problema non sono i numeri. Il problema è l'interpretazione. 

E qui l'interpretazione è sbagliata come un algoritmo che ti restituisce "2+2=5". 

Non è un errore di calcolo: è proprio il teorema che fa acqua da tutte le parti.

Partiamo dalla barzelletta più vecchia del repertorio: 

«Le tasse servono a finanziare i servizi pubblici». 

Ecco, questa frase andrebbe stampata sulla carta igienica, perché è lì che merita di finire. 

Lo Stato non ha bisogno delle tasse per spendere. 

Lo Stato crea i soldi. 

Punto. 

È lui che emette la moneta, mica la signora Maria che vende le uova al mercato. 

Quando il governo paga un ponte, un ospedale o un cazzo di cappotto termico, non va a frugare nel salvadanaio dei contribuenti: digita un numero su un computer e puff, i soldi esistono. 

Le tasse servono a togliere potere d'acquisto dall'economia per evitare che la gente compri troppa roba e scateni l'inflazione. 

Fine. 

Non finanziano un bel niente. 

È il più grande imbroglio intellettuale dal Medioevo a oggi, ripetuto con tale foga da sembrare vero. 

E sapete qual è la beffa? Che a ripeterlo sono gli stessi che poi si lamentano della pressione fiscale.

Se le tasse servissero davvero a finanziare i servizi, più tasse significherebbero più servizi, no? 

Invece più tasse paghiamo, più servizi tagliano. 

È un costrutto logico che non sta in piedi. 

Un bug, appunto. E quando un bug è così grosso, qualsiasi sistemista degno di questo nome prende il manuale e lo riscrive.

Quindi, caro professorone, quando dici che il Superbonus ha generato un «buco», stai usando le categorie mentali del mio salumiere di fiducia – che è un ottimo salumiere, per carità, ma non è Keynes e nemmeno Warren Mosler. 

Il debito pubblico non è il conto in rosso della carta di credito: 

è il risparmio del settore privato. 

Ogni euro di debito pubblico è un euro che famiglie, imprese e fondi di investimento hanno guadagnato e messo da parte. 

Chiamarlo «problema» è come lamentarsi che il termometro segna la febbre quando hai l'influenza. 

Il problema non è il numero, è la malattia. E la malattia non sono i soldi spesi per i cappotti termici, ma trent'anni di austerità becera che hanno desertificato due continenti, distrutto la classe media e fatto credere alla gente che lo Stato fosse un'azienda da mandare in pareggio di bilancio a colpi di lacrime e sangue. 

Ho visto sistemi operativi più stabili di questa teoria economica. 

E all'IBM, un sistema operativo così bucato lo avremmo mandato in pensione dopo la prima settimana di test.

E qui arriviamo alla seconda perla di saggezza: «Lo Stato si è indebitato!». 

Indebitato con chi? Con Mario? Con mia sorella? No, con i mercati finanziari. 

Cioè con quelli che hanno già i soldi, a cui lo Stato regala ogni anno 85-90 miliardi di euro di interessi. 

Soldi freschi, creati dal nulla, che finiscono dritti dritti nelle tasche di chi già possiede i titoli di Stato – banche, assicurazioni, fondi pensione, e sì, anche qualche "umile risparmiatore" (che però non è esattamente il pensionato che arrotonda la minima, ma piuttosto il suo fondo pensione gestito da BlackRock). 

Questi miliardi sono un trasferimento netto di ricchezza dal pubblico al privato, una rendita parassitaria che nessuno osa toccare, perché «il debito va onorato». 

Onorato, già. Come se fosse un debito d'onore contratto al tavolo da gioco, e non una scelta politica di distribuire denaro a chi già ce l'ha. 

Nella mia carriera di consulente, quando un'azienda spendeva il 10% del fatturato in interessi passivi, la chiamavamo "situazione critica" e cercavamo di ristrutturare il debito. Per lo Stato, invece, è "prudenza fiscale". Fate vobis.

Poi arriva la chicca finale: «I crediti fiscali trasferibili sono pericolosi, anzi, forse pure illegali». 

Ma illegali *de che*? 

Lo Stato ha il monopolio della valuta. 

Può emettere qualunque cosa abbia valore per pagare le tasse o per essere scambiata sul mercato. 

Un credito d'imposta trasferibile è moneta a tutti gli effetti. 

Solo che, invece di chiamarlo «euro», lo chiami «superbonus-euro», e i tecnocrati di Bruxelles si mettono le mani nei capelli. 

Perché? Perché sfugge al loro controllo, al loro bel teatrino del «dobbiamo fare le riforme», «dobbiamo rassicurare i mercati», «dobbiamo mandare la letterina a Babbo Natale europeo». 

I crediti fiscali trasferibili hanno funzionato: hanno rimesso in moto l'edilizia, hanno creato lavoro, hanno efficientato case e nel frattempo lo Stato ha incassato IVA e contributi. 

Il tutto senza chiedere un euro in prestito ai soliti noti. 

Capisci il dramma? Capisci perché vanno demonizzati? Perché dimostrano che si può fare a meno del sistema bancario e finanziario per finanziare l'economia reale. 

È la prova vivente che il re è nudo. 

È come quando all'IBM scoprivamo che un software open source faceva lo stesso lavoro del nostro costosissimo prodotto proprietario. 

Apriti cielo: riunioni, rapporti, "dobbiamo proteggere il mercato". 

Il mercato, già. 

La vacca sacra.

E ora, ciliegina sulla torta, veniamo al «moltiplicatore keynesiano»  che il professorone non sa nemmeno che cazzo sia e non sa nemmeno che un signore di nome Richard Kahn, l'assistente di Keynes – aveva spiegato, quasi un secolo fa, che un euro speso dallo Stato in lavori pubblici genera più di un euro di PIL. 

Perché? 

Perché chi lo riceve lo spende a sua volta, e così via. 

È matematica da terza elementare. 

Un'equazione lineare. 

Un loop che incrementa il valore a ogni iterazione. 

Qualsiasi programmatore lo capirebbe al primo sguardo. Ma il neoliberismo ha dovuto archiviare Keynes nel ripostiglio, insieme alla polvere e alle ragnatele, perché altrimenti crollava l'impalcatura ideologica del «pareggio di bilancio» e dei «sacrifici necessari». 

E così, per trent'anni, hanno raccontato all'Italia – e alla Grecia, e alla Spagna, e all'Irlanda – che bisognava «stringere la cinghia», «fare i compiti a casa», «essere competitivi». Risultato? Salari fermi, sanità smantellata, scuola in macerie, giovani emigrati, natalità sottozero. 

E quando qualcuno prova ad alzare la testa e a dire: «Forse potremmo spendere soldi pubblici per mettere a posto le case della gente e decarbonizzare», apriti cielo: «Buco di bilancio! Debito pubblico! Spread! Draghi! L'Apocalisse!».

Ma di cosa stiamo parlando, esattamente? 

L'Italia ha chiuso il 2025 in avanzo primario, cioè ha incassato più tasse di quante ne ha spese, al netto degli interessi. 

E ha comunque un deficit complessivo solo perché paga quegli 85-90 miliardi di interessi ai detentori del debito. 

Se domani cancellassimo quegli interessi – che sono una scelta politica, non una legge della fisica – il bilancio sarebbe in attivo. 

Punto. 

Il problema non sono i cappotti termici. Sono le scelte di chi ha deciso che il denaro pubblico debba andare a chi già lo possiede, invece che a chi lavora.

E a proposito di desertificazione e crimini contro l'umanità, caro professorone neoliberista, se vuoi un esempio da manuale di come la tua teoria criminale abbia deliberatamente mandato in crash un continente – e sì, uso "deliberatamente" con cognizione di causa – devi guardare ad Atene, non a Wall Street. 

Io, che ho passato la vita a ottimizzare processi e a eliminare colli di bottiglia, so riconoscere un algoritmo impazzito quando lo vedo. 

Perché negare risorse a un'economia già debilitata, tagliare la spesa pubblica per pagare i creditori, spingere un sistema fino al punto di rottura: questo non è "risanamento". 

Questo è un sabotaggio. 

Un loop infinito che porta al crash.

Quando la Grecia andò in crisi, cosa fecero i nostri professoroni? 

Applicarono la ricetta. 

La Troika piombò su Atene come un avvoltoio su una carcassa ancora viva. 

"Austerità", dissero. 

"Riforme strutturali", sentenziarono. 

"Dovete pagare i vostri debiti, come ogni famiglia onesta". 

E giù tagli: sanità, pensioni, stipendi pubblici. 

Il PIL greco crollò del 25% in pochi anni. 

Una contrazione che non si vedeva dai tempi della Grande Depressione americana – e lì almeno c'era stata la crisi del '29, mica una cura autoinflitta da dottori sadici. 

La disoccupazione giovanile schizzò oltre il 50%. 

Il tasso di suicidi aumentò vertiginosamente. 

Gli ospedali rimasero senza farmaci. 

La gente moriva perché non poteva permettersi le cure, nella culla della civiltà occidentale, nel 2015, sotto gli occhi compiaciuti dei tecnocrati di Bruxelles e dei loro lacchè accademici. 

Io, nella mia carriera di consulente, ho visto aziende fallire per scelte sbagliate. 

Ma almeno il management si dimetteva. 

Quei professoroni, invece, sono ancora lì. 

Non si dimette mai nessuno, nel settore pubblico dell'economia ortodossa. 

È la regola numero uno.

Ma sapete qual era il vero obiettivo di quei "salvataggi"? 

Non aiutare la Grecia. 

Ma salvare le banche francesi e tedesche che avevano prestato soldi a piene mani durante gli anni della bolla, sapendo benissimo cosa facevano. 

I greci non hanno visto una dracma di quei soldi: sono transitati direttamente dai conti della BCE a quelli di Deutsche Bank e BNP Paribas. 

Un gigantesco giro di soldi pubblici per socializzare le perdite private, mentre ai greci veniva chiesto di "stringere la cinghia". 

E il Fondo Monetario Internazionale ammise candidamente in un rapporto che avevano sottovalutato l'impatto dell'austerità. (Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers - Blanchard e Leigh). 

Lo ammisero! 

Come un programmatore che ti manda in crash il server e poi dice: "Oops, abbiamo sbagliato a stimare la capacità di calcolo". 

Se un sistemista facesse una cosa del genere, sarebbe licenziato in tronco e non metterebbe più piede in una sala server. 

Loro invece sono ancora lì, a scrivere editoriali e a tenere conferenze. 

E il professorone, probabilmente, in quegli anni spiegava ai suoi studenti che "le riforme sono necessarie", che "il debito si paga", che "non ci sono alternative". 

Il TINA della Thatcher – There Is No Alternative – ripetuto come un mantra ipnotico mentre l'hard disk grattava e il sistema andava in crash. 

La TINA andrebbe rispedita al mittente e mandata aff.........., insieme a tutto il software tossico che l'ha generata.

E non è solo la Grecia. 

L'Irlanda, che si fece carico del debito privato delle sue banche e passò da tigre celtica a gatto spelacchiato nel giro di una notte. 

La Spagna, dove un'intera generazione si è laureata per fare i camerieri a Londra.

È l'Italia, che dal 1992 in poi ha fatto più manovre lacrime e sangue di quante ne abbia fatte la Germania dopo la guerra, e guarda caso è l'unico paese del G7 ad avere un PIL pro capite inferiore a quello del 2000. 

Trent'anni di "risanamento", e il sistema è in crash ma continua a produrre report trimestrali.

Ecco cosa succede quando si applica la metafora della "famiglia" allo Stato: si ammazzano le economie, si impoveriscono i popoli, e i soldi si concentrano sempre di più nelle mani di chi già li possiede. 

Le disuguaglianze sono esplose proprio durante questi decenni di austerità. 

Coincidenza? 

No, un algoritmo. Un algoritmo che funziona esattamente come è stato programmato: per concentrare ricchezza, non per distribuirla. 

E quando un algoritmo fa esattamente ciò per cui è stato scritto, non è un bug. È scritto così.

Quindi, caro professorone, quando osi parlare di "buco di bilancio" per dei crediti d'imposta che hanno rimesso in moto migliaia di imprese edili e migliorato l'efficienza energetica di milioni di case, sappi che stai parlando il linguaggio criminale della Troika. 

Lo stesso linguaggio che ha ucciso la Grecia a colpi di spread e memorandum. 

Lo stesso linguaggio che considera un'eresia spendere soldi per il bene comune, ma trova perfettamente normale regalare ogni anno 90 miliardi di interessi ai detentori di titoli di Stato. 

La differenza tra i crediti del Superbonus e gli interessi sul debito non è economica: è di classe. 

I primi sono andati a imprese, artigiani, ingegneri, operai, famiglie. 

I secondi vanno a banche, fondi, assicurazioni e rentier vari. 

I primi generano lavoro e PIL. 

I secondi generano rendita e disuguaglianza. 

Indovina quali sono considerati "virtuosi" e quali "dissoluti" dal tuo catechismo? 

Nel mio lavoro di consulente, se una strategia avvantaggia il cliente ma distrugge l'azienda, la chiamo "malpractice" e sconsiglio di adottarla. Voi, invece, a chi fate consulenza?

Il Superbonus non è stato perfetto. 

Ha avuto falle. 

Qualsiasi sistemista sa che ogni software ha bug, soprattutto nelle prime release. 

Ma se il sistema operativo precedente faceva crashare tutto ogni sei mesi, io un aggiornamento lo installo. 

Poi si può discutere delle patch e delle configurazioni. 

Ma non si mette in discussione il principio che aggiornare sia meglio che lasciare tutto com'è. 

Il Superbonus è stato un esperimento di politica economica che ha osato sfidare il dogma, e per questo va studiato e migliorato, non sepolto sotto tonnellate di retorica ragionieristica. 

Perché la vera eresia non è spendere soldi per mettere a posto le case della gente. 

La vera eresia è aver accettato per trent'anni che lo Stato dovesse inginocchiarsi ai mercati, che gli interessi fossero intoccabili, che la sanità e la scuola fossero "costi" da tagliare mentre le rendite finanziarie erano "sacrosante". 

Questa è roba da Medioevo digitale, non da scienza economica. 

E questa sì che è una falla di sistema. 

Di quelle che andrebbero segnalate al reparto IT, se questi signori ne avessero uno degno di questo nome.

E la prossima volta che vuoi fare la morale su cosa lo Stato "si può permettere", ricordati della Grecia. 

Ricordati dei dati di quel crash: PIL a -25%, disoccupazione giovanile oltre il 50%, suicidi alle stelle, pensionati nei cassonetti. 

Quello è l'output finale del neoliberismo realmente esistente. 

Non un grafico su PowerPoint. 

Non un paper accademico. 

E' un cimitero. 

Io, di report post-mortem, ne ho visti tanti. 

E vi assicuro che non c'è niente di "espansivo" nell'austerità. 

C'è solo il log di un sistema che ha fatto il suo dovere, arricchendone pochi e affamandone tanti.

Quindi, caro professorone, caro sacerdote del verbo neoliberista, caro cantore dell'austerità espansiva che di espansivo non ha avuto un bel niente, se non il numero di suicidi per disperazione economica, la prossima volta che vuoi fare una lezione, accertati di non parlare di moneta con le categorie del baratto. 

Il mondo è andato avanti. 

La MMT esiste. 

E i crediti fiscali trasferibili non sono magia nera: sono solo la prova che lo Stato può spendere per il bene comune senza inginocchiarsi ai mercati. 

Non serve un prestito per fare del bene. 

Serve solo la volontà politica di farlo. 

E un minimo di capacità analitica, che la mia vecchia università mi ha insegnato a coltivare.

E se questo ti scandalizza, forse non sei un economista: sei un notaio dell'ortodossia. 

Con tanto di timbro e calamaio. 

E quando spieghi ai tuoi studenti che "le tasse finanziano i servizi", guardali negli occhi.

Sono loro che pagheranno il prezzo delle tue favole. 

Sono loro che finiranno nei report post-mortem o su un volo low-cost per Berlino, mentre tu pontifichi sulla "sostenibilità del debito".

Io, nel mio piccolo, un'analisi l'ho già fatta. Il sistema, l'Occidente, non è instabilema è finito.

E gli amministratori che avete messo al comando stanno eseguendo un codice scritto per arricchire pochi e impoverire molti. 

La patch esiste: si chiama MMT, si chiama sovranità monetaria, si chiama buon senso. 

Ma finché lascerete i professoroni a scrivere le specifiche, il sistema non potrà che peggiorare. 

E io, da vecchio sistemista, questo non posso accettarlo. 

Spegnete tutto, riscrivete il codice, e riavviate. 

O forse no: forse è ora di cambiare direttamente sistema operativo.

Dott. Olindo Cervi – Laureato quando l'economia era analisi, non propaganda, e sistemista nell'anima.

venerdì 24 aprile 2026

IL GOVERNO HA VINTO CON LA PROPAGANDA E TRASFORMA UN FALLIMENTO IN UN TRIONFO NAZIONALE

Amici, connazionali, popolo sovrano (ma non troppo, che sennò Bruxelles s'incazza): celebriamo! 
Il governo è riuscito nell'impresa epocale di portare il deficit al 3,1%.
 Avete capito bene: TRE VIRGOLA UNO. 
Non tre virgola zero, che sarebbe stato il biglietto d'uscita dalla procedura d'infrazione. 
No, quello sarebbe stato un successo volgare, quasi sospetto. 
Invece il 3,1% è il capolavoro dell'allievo che prende 5,9 e il professore non lo arrotonda al 6 perché "deve capire l'errore".

La narrazione ufficiale: un capolavoro di equilibrismo retorico

La premier ci spiega che mancavano solo 20 miliardi di PIL per centrare l'obiettivo. 
VENTI MILIARDI. Una cifra ridicola, una mancia, un errore di arrotondamento. 
Peccato che 20 miliardi siano più o meno l'intera manovra finanziaria del 2024. 
Ma questi sono dettagli insignificanti.

Il ragionamento è sublime nella sua circolarità: siccome l'Istat poi rivede sempre al rialzo le stime del PIL, probabilmente abbiamo già raggiunto il 3% senza saperlo. 
È come dire: "Non ho ancora vinto alla lotteria, ma statisticamente qualcuno vince sempre, quindi consideratemi milionario". 
Schrödinger applicato alla contabilità pubblica: il deficit è simultaneamente sopra e sotto il 3% finché l'Istat non apre la scatola.

Il Superbonus: la balla colossale del "debito" che non esiste

Ed eccoci al pezzo forte: il Superbonus 110%, la "sciagurata misura del governo di sinistra del Conte II". 
Un genio del male, quel Conte, che mentre sgovernava durante una pandemia globale non si è accorto che qualche mano nemica ha pensato di fare recuperare sovranità allo Stato facendogli emettere dal nulla crediti fiscali che non possono essere conteggiati tra il debito. 
Ma erano tutti impegnati con gli appalti del Covid e non se ne sono accorti.
Svista o ignoranza? 
Ai posteri l'ardua sentenza ma è più probabile la seconda.
Ma veniamo al punto che il governo si guarda bene dallo spiegare, perché rovinerebbe la favoletta. I crediti fiscali del Superbonus NON sono un debito per lo Stato. 
Ve lo riscrivo maiuscolo: NON SONO UN DEBITO. 
Perché? Perché lo Stato quei soldi non li ha mai tirati fuori dalle sue casse. 
Li ha creati dal nulla con un click sulla tastiera. 
Non c'è stato alcun esborso, alcun finanziamento, alcun prestito da rimborsare. 
Niente. Nada. Zero. Un caz.
Il meccanismo è di una semplicità disarmante: invece di incassare tasse per tot miliardi, lo Stato rinuncia a incassarle concedendo crediti d'imposta alle imprese. 
Non è che prima quei soldi c'erano e ora non ci sono più: non c'erano prima e non ci sono adesso. 
È una partita di giro contabile. 
Lo Stato non ha "pagato" un bel niente. 
Ha semplicemente deciso di non prelevare. 
È la differenza che passa tra perdere qualcosa che hai in tasca e rinunciare a qualcosa che non hai ancora incassato. 
La premier farebbe bene a farselo spiegare dal suo ministro dell'Economia. Anzi, no: probabilmente lo sa benissimo, ma fa comodo fingere il contrario. O è ignoranza anche qui ?
Dunque l'intero argomento — "il Superbonus ci impedisce di uscire dalla procedura d'infrazione" — è una colossale supercazzola. 
Se il Superbonus non genera debito, non può essere la causa del mancato rientro. 

Il capolavoro dei 5 punti percentuali

Ora, ridurre il deficit di 5 punti in tre anni sembra roba da Nobel dell'economia. Peccato che sia stato fatto principalmente in tre modi: 
tagliando la spesa pubblica (chiamiamola "efficientamento", suona meglio); 
con l'inflazione che ha gonfiato il PIL nominale facendo sembrare il debito più piccolo; e usando proprio i crediti d'imposta del Superbonus come capro espiatorio per giustificare altri tagli. 
È come dimagrire 5 chili tagliandosi una gamba, pesandosi con i vestiti bagnati e dando la colpa al vicino che cucina troppo. E poi vantarsi della dieta.
Nel frattempo, la sanità pubblica cola a picco. 
Il fondo sanitario in termini reali si riduce, le liste d'attesa si allungano più delle code all'ufficio postale il giorno della pensione, e un italiano su dieci rinuncia a curarsi. 
Ma il deficit scende! E questo è ciò che conta, no? 
Moriremo sani grazie al rigore fiscale.

La beffa dell'Istat: il complotto dei numeri

Il governo si rammarica che l'Istat "sottostimi" il PIL, per poi rivederlo al rialzo anni dopo. 
È geniale: non sono le politiche economiche a essere sbagliate, è la statistica che è in ritardo. 
Come dire che non sei in sovrappeso, è la bilancia che non si è ancora aggiornata all'ultima versione del firmware.
La verità è che se il PIL fosse stato anche solo dello 0,9% più alto — una crescita che qualsiasi paese decentemente governato in fase di ripresa post-pandemica avrebbe ottenuto senza troppi sforzi — saremmo già fuori dalla procedura. Ma chiamiamola sfortuna, dai!

Il ringraziamento finale: l'apoteosi dell'assurdo

E arriviamo al gran finale: il ringraziamento al ministro Giorgetti per "aver saputo gestire in maniera responsabile le risorse pubbliche in una fase storica molto complicata, dando all'Italia grande prestigio e solidità economica".
Prestigio. Solidità. L'Italia che fino a ieri era il malato d'Europa, con il debito pubblico più alto dopo la Grecia, con la crescita più anemica del continente, con la produttività ferma da trent'anni. 
Ma abbiamo grande prestigio. 😂😂😂😂
L'ho letto sul blog della premier, quindi è vero.

La realtà che non vi raccontano

E qui arriviamo al cuore del problema, quello che nessuno a Palazzo Chigi ha il coraggio di dire.
Lo Stato è sovrano dal punto di vista monetario.
Punto. 
Può emettere moneta. 
Può creare crediti fiscali dal nulla. 
Può spendere senza dover prima "trovare i soldi". 
L'unico vero limite è l'inflazione, non certo il deficit. 
E l'inflazione si combatte con politiche fiscali e industriali, regolamentazione dei prezzi nei settori strategici, investimenti in capacità produttiva. 
Non strangolando la spesa pubblica ed è ora che tutti capiscano che se lo Stato non spende SIAMO TUTTI MORTI perchè lo Stato è l'unico che immette moneta netta nell'economia reale. 
STIAMO MORENDO PERCHE' LO STATO NON SPENDE, NON PERCHE' E' SPENDACCIONE.
Questo concetto va studiato e capito altrimenti continuate tutti a non capire un cazzo.

La favola del "debito che grava sulle future generazioni" è esattamente questo: una favola. 
I titoli di Stato sono risparmio sicuro per i cittadini, non una maledizione che pioverà sui nostri nipoti. 
E i crediti d'imposta del Superbonus non sono un buco nel bilancio, ma un investimento che ha generato lavoro, ristrutturato 500.000 edifici, migliorato l'efficienza energetica del paese. 
Soldi spesi nell'economia reale, non evaporati nel nulla come quelli messi n finanza.
E allora perché tutto questo teatro? 

Perché serve un nemico. 

Serve il governo precedente cattivo che "ci ha lasciato i debiti".
Serve il Superbonus sciagurato. 
Serve l'Europa che ci impone il 3%. 
Così puoi dire: "Non è colpa mia se taglio la sanità, è colpa del Superbonus". 
"Non è colpa mia se non assumiamo insegnanti, è colpa di Conte". 
Una narrazione talmente comoda che quasi ci dispiace smontarla con i fatti.

L'alternativa: la Modern Money Theory senza paura

Con la piena sovranità monetaria, un governo potrebbe finanziare sanità, scuola, infrastrutture e pure il Superbonus senza dover elemosinare il permesso a Bruxelles. 
Perché uno Stato che emette la propria moneta non può "finire i soldi" — può solo gestire l'inflazione. Ma per capirlo bisognerebbe studiare la MMT invece di ripetere a pappagallo che "lo Stato deve fare come le famiglie".
Le famiglie, signori miei, non hanno la Banca d'Italia. 
Non battono moneta. 
Non emettono titoli di Stato. 
Non creano crediti d'imposta premendo un tasto. 
Se proprio vogliamo fare un parallelo, lo Stato somiglia più a un contabile che segna i punti in una partita: non può finire i punti, può solo decidere come assegnarli. 
Ma questo ragionamento è troppo complicato per un dibattito pubblico che si riduce a "deficit buono/deficit cattivo" come fossimo all'asilo.
Quindi brindiamo. 
Brindiamo al 3,1%, alla quasi-vittoria, al trionfo dell'austerità che ci sta rendendo più poveri, più disuguali e più malati. 
Brindiamo al Superbonus, che ha ristrutturato mezzo milione di case senza generare un euro di debito ma viene trattato come la peste. 
Brindiamo al fatto che tra qualche anno l'Istat ci dirà che forse, in realtà, il deficit era già sotto il 3% e non lo sapevamo.
Nel dubbio, intanto, prenotatevi una visita specialistica nel pubblico. 
L'appuntamento è per il 2028. 
Se va bene.

Olindo Cervi

P.S. - L'autore declina ogni responsabilità per crisi isteriche, attacchi di sconforto o improvvise illuminazioni keynesiane derivate dalla lettura di questo articolo.