domenica 22 marzo 2026
QUALCHE CONSIDERAZIONE SULLA PROPRIETÀ INTELLETTUALE
Mi sono permesso di fare qualche considerazione sull'articolo di Francesca
Mezzadri apparso su “Odissea” martedì 16 dicembre scorso dal titolo “Il treno
dei bambini”
https://libertariam.blogspot.com/2025/12/il-treno-dei-bambini-di-francesca.html.
Noi economisti siamo fortemente disprezzati causa le teorie neoliberiste che hanno distrutto completamente due continenti, ma le assicuro che tanti di noi
sono ancora persone umane che pensano al bene comune e non al ladrocinio e alla propaganda tanto di moda al giorno d’oggi.
Da economista, oltre ad apprezzare il valore storico-culturale del suo articolo, vorrei complimentarmi per aver
involontariamente (o forse no) messo in luce un caso di studio esemplare di
fallimento del mercato delle idee e di inefficienza nell’allocazione dei diritti
di proprietà intellettuale. La sua analisi, infatti, può essere letta come un
brillante report sull’asimmetria informativa e sull’esternalità negativa in un
settore cruciale: quello della produzione e distribuzione della memoria
collettiva. Le fornisco una mia lettura: 1.- Fallimento del Mercato e Asimmetrie
di Potere Il suo articolo documenta un classico caso di “market for lemons”
(articolo scritto da George Akerlof premio Nobel per l’economia), adattato al
mercato editoriale. Asimmetria Informativa Il lettore (consumatore) non può
facilmente distinguere, nel prodotto finale (il romanzo di successo), la
“qualità” derivante dal lavoro di ricerca originale (di Rinaldi, Cappiello,
Piva) da quella della rielaborazione narrativa. L’informazione sulla provenienza
delle fonti è nascosta o opaca. Spiazzamento del Bene di Qualità Il prodotto
“low-cost” in termini di investimento in ricerca (il romanzo che si appropria di
narrazioni già elaborate) cattura la maggior parte del profitto e
dell’attenzione, rischiando di spiazzare dal mercato i produttori del bene
originale (la ricerca storica di prima mano), che ha costi più alti e rendimenti
economici più bassi. Questo crea un incentivo perverso a investire in promozione
più che in ricerca. 2.- Diritti di Proprietà Intellettuale e Beni Pubblici La
memoria storica documentata è un bene pubblico nel senso economico: è non-rivale
(molti possono usarla contemporaneamente) e, in questo caso, non-escludibile
(non si può impedire a un autore di fiction di attingervi). Non si tratta della
sovra-utilizzazione tipica dei beni comuni, ma del problema opposto: la
sotto-ricompensa per i creatori originari. I ricercatori investono risorse
(tempo, denaro, capitale umano) per creare un bene (la narrazione documentata)
che poi diventa un input a costo quasi zero per un altro agente (l’autore di
fiction) che ne cattura la maggior parte del valore di mercato. Questo
disallinea incentivi e può portare a una sotto-produzione futura di ricerca
storica originale. 3.- Esternalità Negative e Fallimento della Coordinazione
Esternalità Negativa sulla Ricerca: L’atto di non citare le fonti genera una
esternalità negativa diretta sui ricercatori: il loro lavoro viene svalutato
economicamente e simbolicamente, e il loro capitale reputazionale non viene
“capitalizzato”. Il mercato, da solo, non internalizza questo costo. Per i
singoli ricercatori, il costo di far valere i propri diritti morali
(attribuzione) e di negoziare un compenso (se dovuto) è proibitivo rispetto ai
benefici attesi. Questo rende inefficiente la soluzione privata e giustifica la
necessità di una norma sociale forte (l’etica della citazione) che il suo
articolo contribuisce a rafforzare. 4.- Investimento in Capitale Sociale e
Sovranità della Memoria Il suo lavoro tocca un punto cruciale di economia
politica: chi controlla e monetizza la narrazione della memoria collettiva? Il
“lavoro di ricerca povero” descritto è un investimento in capitale sociale e
culturale che produce un bene fondamentale per la coesione sociale: una memoria
condivisa e affidabile. Consentire che questo bene venga privatizzato e
rivenduto senza un riconoscimento adeguato crea una distorsione nel mercato
delle idee e una perdita di sovranità sulla nostra stessa storia. La sua analisi
è un potente argomento per la trasparenza come regolamentazione necessaria per
correggere questa distorsione. Conclusione da povero economista: Il suo articolo
non è solo un contributo etico o storiografico. È un contributo a un principio
caro agli economisti con un’anima: l’efficienza del mercato culturale.
Promuovendo trasparenza, attribuzione chiara e riconoscimento del lavoro altrui,
lei propone un meccanismo per: a) Ridurre l’asimmetria informativa tra
produttori e consumatori di cultura. b) Allineare gli incentivi, in modo che
investire in ricerca originale torni ad essere premiato, anche simbolicamente.
c) Correggere l’esternalità negativa sull’ecosistema della ricerca indipendente.
d) Proteggere la diversità produttiva nel mercato delle idee, evitando il
monopolio narrativo di pochi grandi attori. In sostanza, ha scritto un articolo
chiaro, accessibile e fondamentale per la salute del nostro mercato culturale
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